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Questa mossa ha infuso un rinnovato senso di urgenza in una questione che da tempo assilla non soltanto il mondo fortemente concentrato delle imprese italiane, ma perfino il governo stesso: fino a dove si spingerà Bolloré?
L’uomo d’affari francese, che ha fondato il proprio impero recuperando il mulino di famiglia che produceva carta per le sigarette e le bibbie, opera e lavora in Italia da tempo. Nel 1991 è entrato nel consiglio di amministrazione di Mediobanca, la banca milanese di investimenti che un tempo era proprio al centro della rete di intrecci azionari del sistema finanziario italiano.
Oltre che in Telecom Italia, ha aperto un altro fronte in Mediaset, l’azienda di Silvio Berlusconi, l’ex primo ministro. Berlusconi, che nell’ultimo anno si è fatto vedere assai di rado in pubblico in Italia, esclude una vendita, ma ammette di essere in trattative per un eventuale accordo sui contenuti. “Vivendi ha una visione europea per il futuro, ed è anche possibile che si trovino i mezzi per collaborare”, ha detto Berlusconi a Rtl 102,5.
L’ultima campagna italiana di Bolloré ha colto il governo e la comunità imprenditoriale di sorpresa, non ultimo perché arriva in un momento delicato per un paese indebolito e fragile a causa della crisi del debito della zona euro.
Riflettendo il senso di angoscia della nazione, Massimo Muchetti, ex giornalista oggi politico e presidente della Commissione Industria in Italia, esorta il governo a statalizzare il network di Telecom Italia per metterlo al riparo dal pericolo di un controllo esterno.
A microfoni spenti e in via riservata, fonti italiane rivelano tutta la loro frustrazione per la subdola mossa con la quale Bolloré sta assumendo il controllo di Telecom Italia senza pagare un premio di acquisizione. Secondo alcuni addetti ai lavori, a conoscenza delle trattative in corso, i colloqui riguardano anche la possibilità di coinvolgere la Cassa Depositi e Prestiti, un fondo del Tesoro italiano.
Vivendi, che possiede il 24,9 per cento di Telecom Italia e occupa quattro delle 17 poltrone in consiglio di amministrazione, è distaccata: quanti hanno familiarità con la linea d’azione del gruppo francese dicono tranquillamente che Patuano doveva andarsene.
“Il piano che Patuano spingeva era del tutto scollegato dalle ambizioni che Vivendi nutre per l’azienda” ha detto una fonte. “Quando si deve scrivere un nuovo capitolo, serve qualcuno che lo scriva, e Patuano non voleva farlo”. La fonte aggiunge che i problemi erano molteplici, a cominciare dalla mediocre performance di Telecom Italia e dalla sua incapacità di risollevare le sorti della top line. “Se si riflette su tutto ciò che è accaduto nel settore delle telecomunicazioni negli ultimi vent’anni, non si può che concludere che Telecom Italia è regredita, invece di crescere”.
Altra nota dolente è la strategia adottata dalla società in Brasile. Il mese scorso Patuano aveva fatto notare le difficili e complesse condizioni nelle quali Telecom Italia opera in quel paese fortemente colpito dalla recessione – in Brasile possiede il secondo operatore più importante nel settore delle telecomunicazioni – e di come tutto abbia avuto ricadute negative sul gruppo. La fonte addentro alla filosofia imprenditoriale di Vivendi ha confidato che a questo punto il gruppo francese aveva perso fiducia in Patuano e nella possibilità che egli avesse una strategia convincente per capovolgere la situazione.
Si dice che potenziali sostituti di Patuano potrebbero diventare René Obermann, ex amministratore delegato di Deutsche Telekom, e Maximo Ibarra di Wind Telecomunicazioni. Nel frattempo, persone vicine a Telecom Italia fanno il nome di Flavio Cattaneo, ex amministratore delegato dell’emittente televisiva italiana Rai, e amministratore delegato di Italo, il gruppo dei treni dell’alta velocità.
Vivendi considera Telecom Italia un elemento fondamentale per realizzare un potente agglomerato di contenuti e media a livello europeo, che abbia le sue fondamenta in Francia, Italia e Spagna.
Negli ultimi mesi il gruppo di Bolloré ha speso oltre 3,5 miliardi di euro per mettere insieme la sua quota azionaria iniziale, anche se le azioni di Telecom Italia sono scese bruscamente da quando Vivendi ha iniziato ad aumentare la sua partecipazione. “A Vivendi non interessa il prezzo odierno: è un investitore a lungo termine” ha detto la fonte.
Nondimeno, ricavare valore a lungo termine da una Telecom Italia che è in perdita non è un compito facile. Si tratta di un’azienda che ha percentuali di entrate più basse per lavoratore di qualsiasi altro operatore europeo e oltretutto all’azienda serve un ingente investimento nel suo mercato interno.
Il gruppo ha un nuovo piano triennale finalizzato a elevare la spesa di capitale italiano e portarla fino a 12 miliardi di euro da qui al 2018, ma secondo gli analisti tale cifra sarebbe soltanto una minima parte dell’investimento di cui il suo network di linea fissa necessita. Rispetto al 19 per cento dei clienti Orange e al 35 per cento di quelli di Deutsche Telekom, soltanto il 7,6 per cento dei clienti Telecom Italia ha la banda larga.
I banchieri lasciano intendere che intenzione di Bolloré potrebbe essere quella di nominare un amministratore delegato che venda le attività in Brasile di Telecom Italia per rilasciare contante. Nuno Matias di Haiton Research suggerisce che un nuovo management potrebbe premere per una vendita “che riduca il leverage e concentri i suoi sforzi sul risanamento interno”. In ogni caso, il tracollo dell’economia brasiliana ha reso qualsiasi potenziale vendita meno allettante.
Charles Bedouelle, analista di Exane BNP Paribas, questa settimana ha scritto: “Siamo convinti che Bolloré/Vivendi sia esattamente il tipo di azionista di cui Telecom Italia ha bisogno per procedere agli investimenti, lanciare la crescita e ridurre la leva debitoria”. Tenuto conto della reputazione di trader straordinario di cui gode Bolloré, gli addetti ai lavori di settore non escludono la possibilità che il suo obbiettivo ultimo possa essere del tutto diverso.
I banchieri fanno notare che qualora Orange cercasse di acquisire Telecom Italia – l’azienda francese delle telecomunicazioni ha nominato il gruppo più di una volta, e un simile risultato è per altro appoggiato da alcuni esponenti del governo italiano – Bolloré diventerebbe azionista di maggioranza del gruppo risultante dalla concentrazione e ciò aumenterebbe in maniera ancor più considerevole la sua influenza in Francia. A prescindere da quale sia la sua intenzione, per il momento Bolloré sembra parecchio contento di lasciare l’Italia nel dubbio.
Traduzione di Anna Bissanti
Copyright The Financial Times Limited 2016
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