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Ogni settimana di stop aumenta la tensione finanziaria per migliaia di aziende che vedono scendere inesorabilmente le riserve di liquidità. Nei piani del governo, che lunedì 6 aprile ha varato un decreto ad hoc, saranno i prestiti con garanzie di Stato a sostenere le aziende in emergenza. Intanto, però, si naviga a vista, perché la situazione è senza precedenti. Non era mai accaduto prima, se non in guerra, che il motore industriale del Paese viaggiasse al minimo per un periodo così lungo.
Nel mese di marzo l’indice Pmi (purchasing managers index), che oltre i 50 punti segnala una crescita dell’attività manifatturiera e dei servizi, a febbraio è sceso fino a 20,2 punti.
Nessuno si fa illusioni. Ci vorrà tempo per risalire la china. Ma gli industriali hanno fretta. E mercoledì 8 aprile è stata la Confindustria di Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna a scendere direttamnete in cammpo con un appello pubblico all’esecutivo per mettere subito a punto un percorso che permetta alle fabbriche di riaprire il prima possibile. Perché «ogni giorno che passa rappresenta un rischio in più di non riuscire» a rimettere in marcia il motore del paese.
Il governo, pressato dagli industriali, si trova percorrere un sentiero strettissimo tra due rischi contrapposti. Da una parte la possibile fiammata di ritorno del virus, con la sua scia di vittime. Dall’altra i drammi sociali innescati da un prolungamento del blocco, con migliaia di aziende costrette a tagliare posti di lavoro. Alcune fabbriche sono già ripartite, approfittando delle deroghe le imprese legate alle filiere produttive essenziali. Per esempio l’Ilva di Genova che rifornisce l’industria alimentare di banda stagnata per le lattine. I sindacati però frenano. E protestano, perché centinaia di imprenditori in tutta Italia, ma soprattutto al Nord, sono riusciti a rimettere in moto le loro aziende ottenendo deroghe all’obbligo di chiusura anche se non ne avrebbero avuto diritto. «Prima delle riaperture servono garanzie precise sul rispetto delle garanzie di sicurezza per la salute di chi lavora», dice Fernando Uliano, segretario della Fim, i metalmeccanici della Cisl.
Ecco, allora che soprattutto al Nord, si moltiplicano le commissioni miste tra autorità sanitarie, industriali e rappresentanti dei lavoratori. L’obiettivo comune è quello di prepararsi a ripartire, quando il governo di Roma avrà allentato la stretta, già fin da martedì 14 aprile per alcuni settori o comunque entro la fine del mese. Una ripartenza parziale, certo, in attesa di accendere davvero i motori tra maggio e giugno, una volta fuori dal tunnel dell’emergenza.
Paradossalmente, le province dove più intensamente si sta ragionando sulla riapertura sono proprio Bergamo e Brescia, le più colpite dal virus. Qui i protocolli sono stati studiati e condivisi fra lavoratori e imprenditori, a garanzia della sicurezza dei primi. Agostino Piccinali, vicepresidente di Confindustria Bergamo e numero uno della Scame Parre, 290 dipendenti, oltre 100 milioni di fatturato, produttore di componenti per l’elettronica, punta a una ripartenza lenta: «Riavviare alcune produzioni il 14 aprile sarebbe in teoria fattibile, ma riapriremo solo dopo aver raggiunto un’intesa con il sindacato per evitare nuove contrapposizioni», riferendosi agli scioperi di massa e all’assenteismo che aveva toccato punte del 30 per cento fino a quando si è deciso di chiudere il 25 marzo scorso. Continua l’imprenditore: «Ora percepiamo la voglia di ripartire dei dipendenti, anche se sarà un processo difficile da gestire dal punto di vista del portafoglio ordini», che nel frattempo molti hanno disdetto, altri hanno chiuso, mentre anche i fornitori non é detto siano attivi.
Ludovico Camozzi, presidente e amministratore delegato dell’azienda bresciana di automazione industriale Camozzi Group, 2.600 dipendenti, mezzo miliardo di fatturato spiega che «le imprese si sono attrezzate per governare l’attività industriale in questo particolare momento. Noi, ad esempio, abbiamo sanificato gli ambienti, ci siamo dotati di mascherine, abbiamo creato una cabina di regia con rappresentanti dell’azienda e dei dipendenti per stabilire nuovi metodi di lavoro, dilazionando le operazioni e distanziando le persone, esteso lo smart working a tutti gli impiegati. Il medico del lavoro ha verificato l’efficacia degli interventi e teniamo costantemente monitorato lo stato di salute dei dipendenti», così facendo il 65 per cento delle attività produttive di Camozzi è rimasto attivo e, dalla prossima settimana, la percentuale dovrebbe aumentare. Secondo l’imprenditore lombardo, «i tempi per tornare alla piena operatività potrebbero però essere lunghi e nulla sarà più come prima. Dovremo pensare a un maggiore investimento in formazione per imparare a manovrare robot. Anche gli operai dovranno essere in grado di lavorare da remoto, riducendo le ore di intervento manuale».
Daniele Lago, presidente del mobilificio Lago di Padova, 200 dipendenti, 50 milioni di giro d’affari, si prepara a ripartire puntando sullo smart working per progettisti e amministrativi concentrando nello stabilimento solo la produzione vera e propria, ferma ormai da un mese. Prima però l’imprenditore dovrà riuscire ad acquistare le mascherine per tutti i dipendenti. «È folle - attacca Lago - che il governo non sia ancora riuscito a tirare le fila delle riconversioni industriali, l’approvvigionamento interno e le importazioni dei dispositivi di protezione individuale. Vedo molta confusione».
C’è anche l’attività a lungo termine da riprogrammare e gli industriali più visionari credono che l’intero mondo del lavoro cambierà per sempre, insieme alle abitudini dei cittadini, spiega Andrea Illy, a capo dell’omonima azienda da mezzo miliardo di fatturato e oltre mille dipendenti: «Ci saranno più connessioni digitali, meno viaggi e meno eventi: il lockdown del coronavirus è una prova generale di un nuovo modello che si imporrà, dove le case diventeranno anche luogo di lavoro e le sedi centrali delle società non avranno più motivo di essere così grandi. Le aziende investiranno in piattaforme informatiche potenti e dovremo studiare daccapo tutti i parametri a cui siamo abituati. Penso, ad esempio, al settore della ristorazione dove la distanza di due metri tra i clienti dimezzerà i coperti e, magari, questo significherà non coprire i costi fissi. Il rispetto delle regole di distanziamento tra i dipendenti finirà per modificare anche il rendimento al metro quadro di un’unità produttiva, di un negozio, di una manifattura». Per i lavoratori questo significherà rimettersi in gioco: «Molti mestieri andranno scomparendo e ne nasceranno di nuovi legati alla tecnologia», sostiene Illy.
In attesa che alla rivoluzione del lavoro segua un’esplosione della formazione continua per consentire a tutti di conquistare nuove abilità professionali, è chiaro che le imprese meno in difficoltà saranno quelle che questo passaggio l’hanno già fatto. Come YooX Net-a-Porter, colosso da 2,5 miliardi di fatturato, specializzato nella vendita online di beni di moda, lusso e design, con 5.500 dipendenti in tutto il mondo. Il fondatore e presidente, Federico Marchetti, racconta come, ad esempio, gli impianti logistici siano già dotati di un sistema di identificazione a radiofrequenza che ha sostituito i codici a barre con microchip per automatizzare ogni attività dei magazzini: «Questo non significa aver ridotto la forza lavoro, piuttosto c’è stato, e ci sarà sempre di più, un bilanciamento fra capacità artigianale, intesa come originalità e saper fare, e innovazione tecnologica. Detto altrimenti, ogni investimento in automazione industriale e digitalizzazione che abbiamo compiuto è sempre stato accompagnato da un aumento di personale».
Si delinea così la via di uscita per le imprese italiane dall’emergenza covid 2019. Se dopo il crack finanziario globale del 2008 le parole d’ordine erano «internazionalizzazione ed export», nella crisi del 2020 gli imprenditori puntano sull’innovazione tecnologica legata all’automazione industriale, alla digitalizzazione, alla realtà aumentata. YooX negli anni scorsi ha investito su potenti piattaforme digitali in grado di creare meeting di gruppo virtuali con i manager dislocati tra Hong Kong e New York, passando per Milano e Londra. Di più, grazie alla realtà aumentata, YooX ha creato applicazioni che consentono ai clienti di indossare gli abiti virtualmente per valutarne la vestibilità. «È la tecnologia lo strumento che ci permetterà di uscire da questa crisi meglio di come ci siamo entrati». Questa la previsione di Marchetti, che suona più come un augurio a un Paese che nei prossimi mesi si prepara ad affrontare la sfida più difficile dai tempi della ricostruzione post bellica. E ancora non sa quando e come potrà davvero ripartire.