Ambiente

Dopo queste Europee per il Green Deal tira una pessima aria

di Eugenio Occorsio   18 giugno 2024

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Sono in molti a voler rivedere le tappe della transizione verde. Non solo tra le destre che avanzano, ma anche tra i partiti che l’avevano approvata

Giorgia Meloni l’aveva scritto a chiare lettere nel programma di Fratelli d’Italia per le Europee che poi ha vinto a mani basse e l’ha ripetuto come un mantra: «Il Green Deal è una follia ideologica e primo compito della nuova Commissione sarà rivederlo completamente». Per chiarire ancora il suo pensiero ha fatto inserire nel programma del suo raggruppamento europeo, l’Ecr (European Conservative and Reformist) un’ampia parte dedicata alle politiche ambientali in cui, pur riconoscendo la necessità di fronteggiare il cambiamento climatico, si guarda bene dal fissare date e scadenze. Chi afferma senza mezzi termini che il Green Deal è da buttare e rifiuta qualsiasi azione per il clima è lo spitzenkandidat dei tedeschi dell’Afd Maximilian Krah, lo stesso che ha dichiarato che fra le SS c’erano delle brave persone (espressione che gli è valsa l’espulsione dal gruppo europeo Identity and Democracy). 

 

Già da tempo il partito ha cominciato a mettere i bastoni fra le ruote alle misure ecologiche nelle municipalità in cui conta qualcosa: il problema è che ora con il 15,9% dei voti rispetto all’11% delle Europee del 2019 ha scavalcato addirittura l’Spd (13,9%), il partito del premier Olaf Scholz, e avendo ottenuto 15 seggi a Strasburgo è a un passo (ne servono 23) dal fondare un nuovo raggruppamento di ultra-destra (i partner potenziali non mancano) con cui influenzare le risoluzioni ecologiche. Quanto alla Francia, Marine Le Pen, trionfatrice del 9 giugno (31,5%, più del doppio rispetto a Renaissance di Emmanuel Macron), annuncia battaglia su fronti che vanno dall’immigrazione fino appunto al Green Deal: l’avversione a quest’ultimo l’ha già esplicitamente manifestata appoggiando tutte le manifestazioni, a partire dagli agricoltori, di protesta contro le misure verdi, «espressione di un’Europa ostile alle reali necessità della povera gente».

 

Tira una pessima aria per il Green Deal, l’ambizioso piano di salvaguardia ambientale lanciato nel 2019 da Ursula von der Leyen come programma-bandiera per l’intera legislatura, quale effettivamente è stato. Alla sostenibilità ecologica è dedicato il 38,5% dei fondi del NextGenEu (qualcosa come 320 miliardi), la maggior voce in assoluto, varato dalla Commissione alle fine dell’annus horribilis 2020, quello del Covid, per finanziare la ripresa. Erano anni di grandi motivazioni ambientali sulla spinta delle manifestazioni guidate da Greta Thunberg. Il cammino è stato però più accidentato del previsto, contrassegnato dalle guerre in Ucraina e a Gaza nonché dalla crisi economica causata dell’inflazione a sua volta prodotta proprio della prepotente ripresa post-pandemia, oltre che della questione energetica. Così l’attenzione è scemata e le polemiche sono lievitate.

 

La transizione ambientale rischia di essere da un lato il jolly in mano ai partiti di destra che hanno aumentato il loro peso all’interno del Parlamento europeo – e che pullulano come si è visto di negazionisti del climate change – e dall’altro una Danzica per moderati e socialdemocratici (che comunque hanno tenuto le loro posizioni). Che il 2050 sarà l’anno della decarbonizzazione non lo nega nessuno («una scadenza così lontana che tutto è possibile», sorride l’economista Angelo Baglioni), ma che le scadenze intermedie siano state un po’ velleitariamente tagliate con l’accetta l’ha riconosciuto in via confidenziale perfino Paolo Gentiloni, commissario uscente all’Economia. Le colpe? A sentire i toni assertivi del leader del partito super-conservatore olandese Pvv, Geert Wilders, che però dopo aver vinto le elezioni politiche in novembre non ha avuto un risultato esaltante in queste Europee, sono dell’allora vicepresidente socialista della Commissione, il suo connazionale Frans Timmermans, che aveva perfino istituito a sua misura la carica di commissario all’Ecologia nel dicembre 2019, salvo poi dimettersi nell’agosto 2023. Sta di fatto che diverse date ora torneranno in discussione. Una per tutte: nel 2035 dovrebbe cessare la produzione di motori a propulsione interna, le “normali” macchine a benzina insomma, e ogni energia produttiva andrebbe dedicata all’elettrico. Una scadenza prefigurata già nel Green Deal, quindi confermata da diverse deliberazioni a Bruxelles, ma che sarà rimessa in gioco per non dissipare un patrimonio tecnologico e industriale tutto europeo. Anche la riduzione delle emissioni complessive (auto, industrie, fabbriche) del 55% entro il 2030 (sul 1990), tappa intermedia verso quella finale di vent’anni dopo, è a rischio.

 

C’è poi una lunga serie di questioni più tecniche. «Ha fatto scalpore il rinvio del divieto di pesticidi in agricoltura quest’inverno sulla scia della protesta dei trattori», argomenta Paolo De Castro, docente di Economia agraria all’Università di Bologna, europarlamentare uscente del Pd e già ministro dell’Agricoltura nei governi Prodi. «Però bisogna riconoscere che questa specifica materia è stata regolamentata in modo approssimativo e maldestro dall’attuale commissario all’Agricoltura, il polacco Janusz Wojciechowski, senza tener conto delle diverse alternative naturali possibili, peraltro in parte già adottate dagli operatori del settore. Il tutto necessita di un programma organico e ben coordinato di sostituzione sostenuto dall’Europa per non mandare in bancarotta i coltivatori». 

 

È parte del Green Deal anche la connessa questione della «carne coltivata», «una fondamentale soluzione all’inquinamento ambientale provocato dagli allevamenti intensivi, responsabili di una grossa quota di emissioni di gas serra», spiega Marco Panarache ha appena pubblicato il saggio “La rivoluzione dell’hamburger” (Poste Editori). «Intorno a questa partita ruota un importante filone di ricerca scientifica (ancora nulla è in commercio in nessuna parte del mondo, ndr) dalla quale l’Italia si è inspiegabilmente autoesclusa». Ancora una scadenza collegata con l’arcipelago delle misure “green”: entro il 2030, ha disposto il Parlamento europeo uscente, i nuovi edifici dovranno avere emissioni zero, saranno implementati piani nazionali di ristrutturazione per le vecchie case e aboliti i sussidi per le caldaie a combustibili fossili. L’obiettivo è un taglio del 16% da portare al 20-22% nel 2035. Entro il 2050 tutto il settore residenziale dovrà essere a zero emissioni. È previsto che ogni Stato invii un piano nazionale di ristrutturazione con l’indicazione della tabella di marcia e degli obiettivi da seguire. Il piano andrà approvato entro il 2026 e andrà aggiornato ogni 5 anni.

 

Le tessere del puzzle “green” hanno in comune un elemento, ricorda Enrico Giovannini, l’economista italiano che più segue queste problematiche, direttore scientifico dell’Asvis (Alleanza per lo Sviluppo sostenibile): «Saranno necessari sostegni pubblici oltre che ingenti capitali privati. La soluzione migliore sarebbe la disponibilità di nuovi eurobond, quindi prima ancora di un bilancio comunitario che sia in grado di garantirli ben maggiore di quello minimale di oggi (l’1% del Pil complessivo, ndr). Ma nessun manifesto pre-elettorale dei vari schieramenti ne parlava, a riprova della delicatezza politica». 

 

Il campo è aperto: dalla Carbon Border Tax (il dazio speciale per Paesi ad alte emissioni di CO2) fino a una revisione dell’Iva. Tutte misure complesse da implementare, aggravate oltretutto «dalla regola-capestro dell’unanimità», come la chiama Massimo Bordignon, membro dell’European Fiscal Board. Gli incidenti si susseguono: Mart Vorklaev, ministro delle Finanze dell’Estonia appartenente al Riigikogu (Riformatori Liberali) affiliato a Renew, ha votato nell’ultimo Ecofin del 14 maggio contro il pacchetto “ViDA-Vat in Digital Age”, che estende le regole dell’Iva sulle piattaforme digitali ai servizi online per i trasporti e gli alloggi brevi, oltre a introdurre la rendicontazione in tempo reale e la fattura elettronica. Il pacchetto è atteso all’Ecofin del 21 giugno. Gli equilibri intanto sono cambiati, Renew ha perso quota e il suo leader è in crisi politica: basterà a far cambiare opinione al Paese baltico?