Energia

A2a contro tutti: la battaglia per il termovalorizzatore di Trezzo vale un miliardo

di Gianfrancesco Turano   27 giugno 2024

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La multiutility guidata da Renato Mazzoncini tenta di strappare l’impianto milanese a Prima del gruppo Renantis. Fra Tar e Consiglio di Stato si gioca una partita che mette a nudo le debolezze strutturali del sistema concessorio

Anche una piccola elezione può avere una posta in gioco molto alta. Il 9 giugno Trezzo sull’Adda, città metropolitana di Milano con dodicimila abitanti, si è appena orientata a sinistra dopo un lungo dominio leghista. Ha vinto Diego Torri, 39 anni, direttore del centro commerciale Mirabello di Cantù, proprio grazie alla spaccatura fra i suoi avversari ed ex sindaci Silvana Carmen Centurelli, appoggiata dalla terna del centrodestra nazionale, e Danilo Villa, tornato allo spadone di Alberto da Giussano ma senza la scritta “Salvini premier”. La somma dei voti fra Centurelli e Villa ha superato il 54 per cento.

 

Mentre Torri prepara la nuova giunta, che si insedierà il 26 giugno, mercoledì 19 giugno il Tar della Lombardia deciderà su una battaglia legale che vale circa un miliardo di euro di fatturato. Per l’esattezza, 864,8 milioni più Iva. È la concessione ventennale per il termovalorizzatore di Trezzo, conteso tra il gestore uscente Prima e A2a Ambiente, che l’amministrazione Centurelli aveva designato per subentrare a Prima con un provvedimento di urgenza emesso all’inizio di maggio, un mese prima delle comunali.

 

L’ordine non è stato eseguito sia perché c’era il rischio concreto di interrompere il servizio, sia perché alla fine di aprile il Consiglio di Stato aveva disposto una consulenza tecnica, che è tuttora in fase di definizione, sulle condizioni del nuovo affidamento. In sostanza, si tratta di stabilire se il gestore uscente, una società di scopo controllata da Renantis (ex Falck renewables) insieme a una lussemburghese del gruppo Coventa, con base nel New Jersey, abbia avuto la possibilità di far valere la prelazione dopo avere pareggiato le condizioni della multiutility bresciano-milanese. Prima, che è partecipata per il 2 per cento dallo stesso Comune lombardo, ha anche sollevato il problema della posizione dominante di A2a e della mancanza di una clausola di profit sharing dal nuovo accordo. In altre parole, al di fuori del canone di concessione, il gestore non dividerà eventuali gli extraprofitti dell’attività con il comune.

 

A2a, che si è associata con Termokimik e ha messo sul tavolo investimenti per 137 milioni di euro oltre all’Iva, promette di aumentare la capacità dell’impianto fino a 170 mila tonnellate di rifiuti all’anno e di realizzare una rete di teleriscaldamento per edifici pubblici e privati con l’energia prodotta dall’impianto, riducendo il consumo di combustibili fossili e le emissioni di gas serra.

 

La battaglia di Trezzo può servire da parametro per altre attività economiche in concessione che stanno creando problemi al governo, come lo sfruttamento dei lidi. Anche per i balneari, che gestiscono le spiagge demaniali in violazione della direttiva Bolkestein, la partita passa sempre di più dalle cause nei tribunali amministrativi. Le ondate successive di ricorsi, sospensive di primo grado, verdetti nel merito e giudizi di secondo grado stanno diventando sempre più centrali in un contesto dove, invece di giocare la partita dei ricavi, si passa la maggior parte del tempo a guardare lo schermo del Var.

 

Renato Mazzoncini, ad A2A

 

Il termovalorizzatore di Trezzo è un esempio di questa situazione. Lo scontro fra Prima e A2a, annunciato fin dal 2021, ha avuto un effetto incontestabile sul calo di prestazione dell’impianto milanese messo in funzione nel 2003, cinque anni dopo l’entrata in servizio del termovalorizzatore di Brescia, il più grande del gruppo guidato da Renato Mazzoncini.

 

Già nel 2022 le previsioni di smaltimento sono scese da 151 mila tonnellate di rifiuti per 111 mila megawatt a numeri effettivi pari a poco meno di 130 mila tonnellate per 90 mila Mw. L’aumento dei prezzi dell’energia dovuto all’invasione russa del febbraio 2022 ha mantenuto alti i profitti netti (6,9 milioni di euro). Ma nel 2023, anno di scadenza della concessione, i megawatt sono diminuiti a 73450 per 117 mila tonnellate smaltite. Nei primi quattro mesi del 2024 c’è stato un crollo a meno di 20 mila Mw per 28 mila tonnellate. La proiezione sull’anno di questi dati fa prevedere una riduzione complessiva del ciclo di un terzo. Altra conseguenza dell’incertezza sulla durata della concessione, come accade per le autostrade o le centrali idroelettriche, è che un gestore al bivio fra decadenza e rinnovo difficilmente è portato a svenarsi in manutenzione.

 

Gli stessi documenti contabili di Prima avvertono di problemi legati al condensatore, all’estate troppo calda e agli stop degli impianti di incenerimento, senza contare un ritorno di fiamma con intervento dei vigili del fuoco senza danni alle persone. Anche i giorni di non sfruttamento dell’impianto, desunti dalle emissioni nulle, sarebbero passati da 50 giorni nel 2021 a 99 giorni l’anno scorso.

 

«Valuteremo in base alla sentenza del Tar», dice il sindaco neoeletto Torri, «e al verdetto del Consiglio di Stato che dovrebbe arrivare in luglio. Ereditiamo una situazione portata avanti dalle precedenti amministrazioni e questo complica un po’ le cose. Le nostre preoccupazioni sono legate ai circa 3 milioni di euro l’anno che arrivano nelle casse comunali dal termovalorizzatore e i dipendenti, una quarantina, che comunque saranno riassorbiti grazie alla clausola sociale». Ma passerà altro tempo. Qualunque decisione prenda il Tar chi perde farà ricorso al Consiglio di Stato.