L'energia nucleare torna a farsi strada nel dibattito pubblico, ma – mentre si discute di nuove tecnologie e di reattori di ultima generazione – spesso si dimentica la pesante eredità lasciata nei territori dalle vecchie centrali, ancora oggi presenti nel Paese. Tra queste, spicca la centrale di Latina, situata nella frazione di Borgo Sabotino: il primo impianto nucleare costruito in Europa. Qui, tra il mare, le campagne e le abitazioni, ci sono ancora oltre 19.160 tonnellate di materiale radioattivo che compongono la centrale, di cui 2.032 metri cubi già stoccati di rifiuti nucleari. La storia della centrale inizia negli anni Sessanta, quando fu aperta dall’Eni e divenne da subito simbolo di progresso e modernità. Un faro dell’energia atomica in Italia. Poi, il vento è cambiato. Dopo Chernobyl e dopo il referendum del 1987, il sogno nucleare italiano si è spento e la centrale, da decenni, è in attesa di essere smantellata.
Per le centrali nucleari del passato non era previsto il decommissioning, ossia la demolizione. Così, anche una volta disattivate, devono essere sottoposte a lunghe procedure rigorose per lo smantellamento in totale sicurezza. Inoltre, la strategia di decommissioning della centrale di Latina, vista la tipologia di reattore a gas-grafite, prevede, a differenza delle altre centrali, due fasi. Lo spiega Sogin: la prima fase, in corso, prevede lo smantellamento di tutte le strutture, a eccezione del reattore, e la sua conclusione è prevista nella prima metà del prossimo decennio; mentre la seconda, condizionata dall’entrata in esercizio del Deposito nazionale, che a oggi non esiste, è prevista nel 2039. All’interno della centrale disattivata a oggi lavorano circa 77 dipendenti. Il costo per lo smantellamento avviato nel 1999 non ci è stato fornito.
Ma, al di là dei ritardi nei lavori e dei costi che hanno superato la stima iniziale, a destare perplessità è stata anche la scarsità di dati disponibili sull’impatto della centrale sulla salute pubblica. Gli studi epidemiologici effettuati sulla popolazione sono pochi. L’ultimo in materia, elaborato dall’Istituto superiore di Sanità nel 2015, ha analizzato i dati relativi al periodo 1980-2008 e ha evidenziato eccessi di mortalità per patologie tumorali nelle aree intorno alla centrale di Latina, soprattutto per tumori a polmone, esofago e rene. Preoccupanti anche i dati sulla popolazione infantile, con neoplasie al sistema nervoso centrale e all’encefalo. Ma, secondo il gruppo di studio, gli eccessi osservati non possono essere attribuiti direttamente alle radiazioni emesse dalla centrale.
Un’analisi più dettagliata è stata condotta nel 2011 dal dipartimento di Epidemiologia del Servizio sanitario del Lazio, che ha monitorato la popolazione entro sette chilometri dalla centrale tra il 1996 e il 2006. Lo studio ha mostrato un eccesso di mortalità per tumori allo stomaco e malattie cardiovascolari negli uomini e per tumori radiosensibili nelle donne, in particolare per il cancro alla tiroide, con incidenza superiore del 50 per cento rispetto alla media provinciale. La provincia di Latina, infatti, ha tassi significativamente più alti di questo tipo di tumori. Secondo il dipartimento regionale, l’alto tasso di incidenza per il cancro alla tiroide potrebbe essere dovuto a un «maggior accertamento diagnostico», che ha portato a classificare come tumori anche neoplasie di piccole dimensioni.
«Negli ultimi decenni, diversi eventi hanno evidenziato i rischi e le problematiche legati alla gestione delle centrali nucleari in Italia, in particolare quella della centrale del Garigliano, a Sessa Aurunca, nel Casertano. Nel dicembre del 1976, l’acqua del fiume Garigliano, in piena, penetrò nei locali sotterranei della centrale, dove erano stoccate le scorie radioattive. Con il rientro della piena, poi, oltre un milione di litri di acqua contaminata si dispersero nel fiume, nella campagna circostante e fino al mare», spiega il fisico di Latina, Sergio Ulgiati, che ha fatto parte della commissione istituita dal Comune pontino negli anni Ottanta per garantire la sicurezza della locale centrale nucleare.
«Un aspetto particolarmente preoccupante – sottolinea l’esperto – riguarda la grafite del nocciolo del reattore della centrale di Latina, che si trova ancora sotto terra. Latina è situata in una valle e, nel caso vi fosse un’alluvione simile a quelle verificatesi negli ultimi anni in altre parti d’Italia, l’acqua potrebbe entrare in contatto con la grafite radioattiva, rilasciando parte della radioattività nell’ambiente». Eppure, le emissioni sono sotto controllo… «Le emissioni radioattive delle centrali nucleari, anche quelle sotto la soglia considerata sicura, rappresentano comunque un rischio. Studi condotti in passato hanno rilevato la presenza di sostanze radioattive in diverse specie animali, dimostrando che l’assorbimento di questi elementi avviene lungo la catena alimentare. Esistono numerose pubblicazioni scientifiche che dimostrano come anche le dosi minime di radiazioni possano essere pericolose per la salute».