Economia
22 gennaio, 2026Appartiene agli italiani, recita la propaganda. Eppure il governo ha aumentato drasticamente la tassazione sulla vendita del metallo, penalizzando i piccoli risparmiatori
Il rapporto fra il governo di Giorgia Meloni e l’oro è complicato. Dice che l’oro di Bankitalia è del popolo italiano. Ma è la stessa che ha inflitto una tassa al 26 per cento agli italiani che decidono di vendere il proprio oro.
Una specie di cortocircuito, fra risibile propaganda (tutta da decifrare la definizione di "popolo italiano") e una concreta imposta sulla vendita dell’oro che, con Meloni al governo, è lievitata del 300 per cento in tre anni. Ne parla il matematico Beppe Scienza, docente all’università di Torino, nel suo nuovo libro "Oro, bene rifugio o trappola" (ed. Ponte delle Grazie), una guida operativa e fiscale rivolta a chi, in scia alla traiettoria rialzista delle quotazioni dell’oro, che veleggia stabilmente sopra ai 4.400 dollari l’oncia, intende investire su questo materiale. Molti analisti pensano infatti che nel 2026 il valore supererà i 5mila dollari l’oncia.
L’oro finora estratto è pari a 220mila tonnellate, di cui metà sgranato in gioielli, il 15 per cento sfruttato dall’industria e il resto conservato nei forzieri di banche centrali o casseforti di privati. L’oro ancora da cavare è pari a un quarto di quello già estratto e, ai ritmi attuali, nel 2050 le miniere saranno totalmente prosciugate. Se fino al 1971 l’oro aveva il triplice ruolo di mezzo di scambio, unità di conto e riserva di valore, successivamente l’America ha abbandonato la parità aurea e il dollaro non è più convertibile in oro. Le banche centrali hanno cercato di vendere o svendere quello che avevano perché, con l’inflazione che ha continuato a scendere, l’oro – un bene che non offre interessi – era considerato un’alternativa poco interessante, destinata a nostalgici ossessionati dalla paura di nuove guerre e catastrofi.
Due gli elementi che hanno cambiato lo scenario. Primo: l’abbandono della prudenza fiscale e monetaria avvenuto negli anni del Covid, con un’inflazione complessiva del 25 per cento in quasi tutti i Paesi e un lentissimo ritorno alla normalità e a una irrazionale ricerca di ulteriore crescita economica. Secondo: la rivalità con gli Usa ha spinto la Cina a creare l’embrione di un sistema monetario alternativo al dollaro, un Renminbi sostenuto a sua volta dall’oro. Carica di dollari ricavati dalle sue esportazioni, la Cina ha smesso di investirli in titoli di stato americani e ha cominciato ad accumulare oro, di cui oggi è il maggior produttore al mondo. Anche le altre banche centrali hanno smesso di vendere il prezioso bene e iniziato a capitalizzarlo, quando ne avevano la possibilità. Il timore delle mosse trumpiane ha spinto i Paesi emergenti o più deboli a de-dollarizzarsi e accumulare oro a ritmi record.
Ma i motivi sono anche altri, per esempio l’instabilità generale, che ha rafforzato l’idea che l’oro svolga un ruolo rifugio; così come la politica della Federal Reserve che, in un ciclo orientato al taglio dei tassi di interesse, ha ridotto il costo opportunità di detenere metalli preziosi, che non offrono rendimenti cedolari. Chi compra oro oggi, scommette su un suo graduale ritorno alla funzione di moneta e, finché le banche centrali continueranno a richiederlo, il prezzo del metallo continuerà a correre.
È così che l’oro, un tema di grande attualità internazionale, ha tenuto banco anche nella manovra fiscale da poco approvata e che in modo superfluo affronta maldestramente il tema delle riserve auree di Banca d’Italia. Nella prima intenzione di Fratelli d’Italia, c’era la volontà di scrivere nero su bianco che l’oro di Bankitalia non è di Bankitalia, bensì del popolo italiano. «L’oro di Bankitalia è pari a 2.452 tonnellate, e vale 280 miliardi di euro, cioè 4.500 euro a testa, un tesoretto molto modesto», spiega a l’Espresso Beppe Scienza, che continua: «Mentre il debito pubblico italiano, che è di tremila miliardi di euro, sono 50mila euro a testa».
Detto questo, in base ai trattati europei è la stessa Banca a possedere e gestire le riserve ufficiali del Paese e, se l’oro venisse tolto dall’attivo di bilancio della BdI, allora andrebbe ricapitalizzata con denaro pubblico. «È vero – aggiunge Scienza – che le quote della Banca d’Italia appartengono in gran parte a banche private e che alcune di queste hanno azionisti stranieri (che è il motivo ufficiale per cui FdI ha presentato l’emendamento), ma di certo non possono appropriarsi dell’oro della Banca d’Italia». Deduzioni a cui è arrivata la stessa Bce, che quindi è sobbalzata, perché non ha capito esattamente dove il governo italiano volesse andare a parare. E non lo ha capito nessuno. Alla fine, l’emendamento è stato approvato, ma edulcorato (su richiesta della Banca centrale europea). Stabilisce l’oro come riserva della Bce, ma ne riconosce l’appartenenza al popolo italiano. Parrebbe una questione di lana caprina. Forse nata per dimostrare che il partito di Giorgia ha a cuore il patrimonio degli italiani.
Eppure, è lo stesso governo che, come spiega Beppe Scienza nel suo libro, «esattamente due anni prima aveva di fatto quadruplicato l’imposta applicabile alle vendite di lingotti e monete d'oro che tanti italiani hanno da parte. Molti non lo sanno, perché ci sono aumenti delle tasse di cui vantarsi e altri da nascondere. Il governo Meloni aveva sbandierato ai quattro venti l’intenzione di colpire i sovrapprofitti bancari. Bocche cucite invece su un aumento del 300 per cento dell’imposta sulle vendite dell’oro. Hanno fatto tutto alla chetichella, inserendo una voce fra le altre, in un comma fra i tanti di un articolo della finanziaria 2024». Sostanzialmente, se fino alla fine del 2023 chi vendeva oro senza i relativi documenti d’acquisto se la poteva cavare con una tassa del 6,5 per cento, dallo scorso anno deve versare il 26 su tutto il ricavato della vendita (e non solo sulla plusvalenza). «Significa che una sterlina d’oro comprata chissà quando, che in quei giorni i cambisti pagavano 435 euro, vendendola a fine 2023 fruttava 407 euro netti. Dal 2 gennaio 2024 se ne ricavano 322 euro per la modifica del governo Meloni», spiega il matematico.
Va detto che i deputati Giulio Centemero (Lega) e Maurizio Casasco (Forza Italia) hanno cercato di mettere un freno a questa feroce e inaudita tassazione, proponendo in quest’ultima legge di Bilancio di introdurre una tassazione al 12,5 per cento per rivalutare il valore del proprio oro al primo gennaio 2026. Dunque, il cittadino avrebbe pagato una tassa una tantum del 12,5 per cento per sanare il possesso di oro e ovviare alla gabella del 26 per cento, introdotta dallo stesso governo l’anno precedente. La proposta di Lega e FI non è passata: quindi, caso più unico che raro al mondo, chi ha un lingotto d’oro in casa deve dare al fisco un quarto del valore, se intende rivenderlo.
«Proprio il governo che non vuole la patrimoniale ha introdotto e confermato un balzello che è una specie di patrimoniale. Riprendendo espressioni care ad alcuni politici, il governo mette le mani nelle cassette di sicurezza e nelle casseforti degli italiani», dice Scienza che spiega come, del resto, è normale non avere la documentazione dell’oro posseduto, perché nei decenni passati era venduto di norma senza fattura. «Per altro è frequente rivendere i lingotti e le monete, ma una decurtazione del 26 per cento diventa facilmente vessatoria, perché applicata alla plusvalenza nominale e non solo a quella reale. Ignorando l’inflazione, si tassano plusvalenze che sulla carta sono guadagni, ma in termini reali non lo sono. E allora perché gli altri beni reali, come case, terreni, opere d’arte non sono tassati allo stesso modo? Del resto i beni reali sono spesso posseduti per periodi molto lunghi e semmai andrebbe colpita solo la plusvalenza reale, operazione complessa a cui l’erario sistematicamente rinuncia. Ma tassare gli aumenti di prezzo nominali è ingiusto». L’esempio è quello di una sterlina d’oro acquistata nel 1980 a 192mila lire, ovvero 99 euro, e rivenduta nel 2025 a 608 euro. Sembra tantissimo, ma in potere d'acquisto il guadagno reale è di 91 euro. E con l’imposta del 26 per cento, il fisco si prende 132 euro, portando l’investimento in perdita.
Perché il governo Meloni si è accanito contro i metalli preziosi, lasciando indenni altre plusvalenze? «Probabilmente l’oro funziona facilmente per fare cassa, a scapito dei risparmiatori che alla speculazione o all’elusione fiscale, proprio, non ci avevano pensato». Oppure, come recitava la canzone fascista “Battaglione M”, che inveiva contro le plutocrazie e gli ebrei: «Contro l’oro c’è il sangue e fa la storia, contro i ghetti profumano i giardini, sul mondo batte il cuor di Mussolini. Contro Giuda, contro l’oro, sarà il sangue a far la storia, ti daremo la vittoria, Duce, o l’ultimo respiro».
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