Economia
10 febbraio, 2026Articoli correlati
Capitali più mobili, un quadro normativo uniforme: questo serve alla crescita delle imprese dell’Unione, spiega Marrone, a capo del Fondo europeo degli investimenti
Marco Marrone, lei è a capo dell’European investment fund (Fei). Cos’è il Fei? Sappiamo che è parte del Gruppo Bei, la Banca europea per gli investimenti. Qual è la sua missione?
«Per individuare la missione del Fei e anche per capire il suo modo di operare forse è utile fare subito una distinzione tra i due soggetti istituzionali. La Banca europea per gli investimenti, la Bei, si finanzia sul mercato grazie all’emissione di obbligazioni. Utilizza il denaro raccolto per i suoi investimenti che principalmente sono finanziamenti a grandi opere infrastrutturali e grandi progetti europei. Il Fei invece non si autofinanzia con l’emissione di obbligazioni, ma gestisce e investe risorse della Commissione europea, degli Stati membri europei e della Bei stessa. Queste risorse vengono investite con obiettivo sia di policy che economico finanziario, tramite due strumenti: il primo è rappresentato da investimenti in fondi di venture capital, l’altro sono le garanzie di portafoglio, cioè il Fei, offre delle garanzie, principalmente a istituti finanziari, affinché questi prestino a loro volta a piccole e medie imprese. Il Fei garantisce parte delle eventuali perdite che questi possono avere su questi portafogli».
Sul fronte del capitale di rischio perché l’Europa è considerata ancora così indietro?
«Effettivamente l’Europa è indietro rispetto ad altre grandi realtà come per esempio gli Stati Uniti. A mio giudizio per due ragioni: una culturale, l’altra strutturale. Culturale perché in Europa l’appetito di rischio degli investitori, sia istituzionali sia del piccolo investitore, è sempre stato minore rispetto a quello che vediamo da tantissimi anni negli Stati Uniti. Tutto ciò è legato anche a dei motivi strutturali. In Europa abbiamo 27 sistemi legislativi e fiscali differenti e abbiamo delle richieste previdenziali da parte dei regolatori tali per cui mancano quegli incentivi affinché i grandi investitori istituzionali possano partecipare a questa classe di investimenti. Tutte cose che invece sono presenti in altre realtà come, per esempio, gli Stati Uniti o realtà asiatiche che invece favoriscono proprio questo tipo di investimenti. Noi stiamo lavorando in questa direzione».
In Europa ci sono 3.000 miliardi “bloccati” nei grandi investitori istituzionali. Perché non si muovono?
«Principalmente c’è un tema legato alle richieste previdenziali. Sia le banche, sia le assicurazioni, sia i fondi pensione hanno dei requisiti particolarmente penalizzanti rispetto a questo tipo di investimenti. A nostro giudizio è necessario intervenire a livello regolamentare per incentivarne l’utilizzo. Un’attività che stiamo già perseguendo assieme alla Commissione europea e ai regolatori europei. La buona notizia è che la Commissione nel dicembre scorso ha emanato delle nuove norme tali per cui il capitale che gli istituti bancari e le assicurazioni dovrebbero allocare su certi investimenti – ai quali partecipa comunque il Fei come gestore – è molto minore rispetto a quello che sarebbe richiesto altrimenti. È uno dei primi passi, ma siamo nella direzione giusta».
Si parla tanto di “28º regime”: cos’è ? È davvero l’ultima speranza per avere un mercato unico dei capitali?
«Io non parlerei di ultima speranza. Sono e rimango ottimista. Detto questo, il 28º regime è un’iniziativa molto importante che dovrebbe portare a questo famoso mercato unico dei capitali che potrebbe essere il futuro di questa asset class. Il mercato unico dei capitali e quindi in parte il 28º regime sono stati menzionati da Mario Draghi e da Enrico Letta nei loro rapporti che sono alla base di quello che l’Europa vuole e deve fare. Ciò consentirebbe finalmente alle imprese di avere un sistema normativo agile, snello e veloce che permetterebbe quindi anche alle imprese non solo di essere rapide, ma anche di fare più semplicemente investimenti oltre i confini nazionali. Questa noi la vediamo come una grande opportunità, principalmente per quei Paesi che la approveranno per primi, anche perché avranno un vantaggio competitivo rispetto agli altri in Europa».
Che probabilità ci sono che venga approvata in tempi rapidi?
«Sono abbastanza alte. La presidente von der Leyen lo ha menzionato a Davos, quindi le notizie sono positive e io credo che anche in questo momento, con i nuovi equilibri geopolitici che si stanno formando, c’è un interesse concreto e vero da parte dei leader europei a creare un’infrastruttura legislativa che finalmente favorisca questo tipo di attività».
L’Europa produce innovazione, ma non riesce ad affermarsi. Forse perché ci “rubano” le aziende migliori?
«È vero che c’è questo fenomeno. Ci “rubano” le imprese migliori perché c’è una particolare assenza di grandi investitori nella fase immediatamente precedente a quella della quotazione in Borsa, laddove gli investimenti vanno solitamente da un minimo di 50 milioni di euro in su. Insieme a vari Stati membri, tra cui l’Italia, abbiamo lanciato un programma nel 2023 che si chiama European tech champions initiative, volto a supportare quei fondi che hanno una capacità di investimento da oltre un miliardo di euro, i cosiddetti megafondi, che a loro volta avrebbero quindi la capacità di investire con quote da 50 milioni in su nelle aziende più promettenti in questa fase di scale up. Questo programma sta dando ottimi risultati. Basti pensare che prima del suo lancio in Europa c’erano soltanto quattro megafondi di questa portata. In soli due anni siamo stati in grado di sostenere la creazione di dodici di questi fondi e contiamo nei prossimi tre mesi di investire in altri tre, arrivando a 15. Anche per l’Italia, che ha contribuito all’iniziativa con 150 milioni di euro, si è trattato di una scommessa vincente. Il Fei ha reinvestito tempestivamente queste risorse nel fondo italiano Fsi II, attivando al contempo ulteriori investimenti da parte di altri fondi paneuropei operativi nel Paese».
C’è il rischio che l’Europa finanzi ricerca, ma poi la crescita avvenga altrove?
«È già così in troppi casi, ma l’obiettivo è invertire rapidamente la rotta. Servono fondi grandi, specialisti, capaci di accompagnare le imprese dalla fase R&D (ricerca e sviluppo) fino al mercato globale. La sovranità tecnologica non è protezionismo: è la capacità di non trasferire ad altri il valore che produciamo in Europa».
Parliamo di numeri: quanto ha investito il Fei dalla sua fondazione e quanto nel 2025?
«Assieme a Francia, Spagna e Germania, l’Italia è storicamente tra i principali Paesi beneficiari degli investimenti Fei. Tra il 1996 e il 2025, il Fondo europeo per gli investimenti, parte del Gruppo Bei, ha investito 19,725 miliardi di euro in Italia, sostenendo circa 410.000 piccole e medie imprese e oltre 2,3 milioni di posti di lavoro. Nel solo 2025, il Fei ha investito in Italia oltre 1,2 miliardi (quasi l’8% dell’attività totale), destinando 687 milioni all’equity – il livello più elevato mai registrato nel Paese – e 532 milioni a garanzie e cartolarizzazioni».
Innovazione e geopolitica: l’Europa rischia di restare schiacciata tra Usa e Cina?
«Il rischio c’è e lo vediamo ogni giorno. Gli Stati Uniti hanno un mercato dei capitali enorme e un ecosistema di fondi capace di investire con orizzonti lunghi. La Cina ha politiche industriali centralizzate e massicci investimenti pubblici. L’Europa deve trovare la sua via: regole più uniformi, capitali più mobili, e fondi che sappiano operare su scala continentale. Il Fei lavora per questo, non per imitare altri modelli ma per rendere competitivo il nostro».
Equity vs credito: cosa significa concretamente quando dite che il Fei opera su entrambi i fronti?
«È una distinzione fondamentale. L’equity è capitale di rischio: si entra nel capitale delle imprese, se ne condividono rischi e successi, e si sostiene soprattutto la crescita e l’innovazione. È ciò che facciamo quando investiamo in fondi di venture capital, private equity o deeptech. Il credito, invece, è debito: la banca presta denaro e l’impresa lo restituisce con interessi. Qui noi interveniamo con garanzie (e cartolarizzazioni) a portafogli di prestiti bancari necessari per ridurre il rischio delle banche intermediarie e aumentare i finanziamenti disponibili alle Pmi. In altre parole: equitysostiene la crescita ad alto rischio, credito sostiene l’economia reale e la transizione delle Pmi. Sono due leve complementari e servono entrambe per costruire un mercato europeo competitivo».
TechEu: 70 miliardi per l’innovazione. Dove andranno?
«Nei prossimi tre anni il Gruppo Bei investirà 70 miliardi in innovazione tramite TechEu, e 20 miliardi saranno affidati al Fei per il venture capital e il private equity. L’obiettivo è mobilitare complessivamente 250 miliardi pubblici e privati. L’Europa deve investire dove può essere leader nei prossimi vent’anni, non dove è già troppo tardi».
Passiamo ai settori: dove si concentreranno gli investimenti nei prossimi anni?
«Sono tre le filiere strategiche: CleanTech, perché la transizione ecologica richiede tecnologie, non solo obiettivi. DeepTech, dalle tecnologie quantistiche all’intelligenza artificiale. Difesa, con una pipeline italiana fortissima. L’Europa ha competenze scientifiche di altissimo livello: dobbiamo trasformarle in imprese scalabili».
Per finire, se dovesse indicare una sola priorità per rendere l’Europa davvero competitiva, quale sarebbe?
«Rendere il capitale europeo libero di muoversi come quello americano. Con un mercato unico dei capitali efficiente, l’Europa avrebbe la massa critica per guidare la transizione energetica, la rivoluzione dell’Ia e lo sviluppo delle tecnologie più avanzate. Senza questo passo, continueremo a finanziare il futuro… degli altri».


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