Economia
19 marzo, 2026Rinnovabili e nucleare. Per l’indipendenza economica, come dimostrano Spagna e Francia, non ci sono altre strade. L'Italia si limita a diversificare le forniture. E pretende la cancellazione degli Ets
Doveva essere il vertice sulla competitività europea. E invece anche nelle discussioni tra i 27 capi di Stato a Bruxelles si è infilata preponderantemente la guerra. Non solo e non tanto su come porsi di fronte alla rottura dell'ordine internazionale compiuto da Usa e Israele, su cui c'è sintonia. Ma anche sul come affrontare il caro bollette: smantellare o rafforzare le basi del Green Deal, a partire dagli ETS, il sistema di scambio delle quote emissione per ridurre le emissioni di Co2 usando le dinamiche di mercato? Giorgia Meloni porta avanti la logica di rendere meno costosi i fossili e ne chiede lo smantellamento. Pedro Sanchez rivendica i successi dell'energia rinnovabile, in cui vede le fondamenta della sicurezza non solo economica ma soprattutto geopolitica dell'Europa.
A tre settimane dall’inizio del conflitto è chiaro che, per i prossimi mesi, gas e petrolio non mancheranno a un’Europa che importa quantità minime di greggio iraniano o qatarino, ma che potrebbero pesare sempre di più sulle tasche dei cittadini, impoverendoli e rendendoli rancorosi verso i governi nazionali. Nei primi dieci giorni del conflitto, i prezzi del gas europeo sono aumentati del 50 per cento e quelli del petrolio del 27, secondo i dati della Commissione europea. L’impatto più generale sull’inflazione (derivante dall’utilizzo dei fossili nella produzione agricola e manifatturiera) è ancora tutto da verificare, ma le prospettive sono nere. Secondo le stime della società d’investimento Pictet Am, un aumento duraturo del 30 per cento del prezzo del petrolio ridurrebbe il Pil dell’Eurozona di circa lo 0,4 per cento, mentre avrebbe un impatto quasi nullo sugli Usa, esportatore netto, e aumenterebbe l’inflazione di circa lo 0,7 per cento in entrambi i blocchi economici.
A soffrire saranno soprattutto i Paesi europei che non estraggono gas e petrolio sul proprio territorio ma che insistono a volerne essere dipendenti per la produzione di elettricità oltre che per la mobilità. A parte piccoli Stati come Cipro e Malta, totalmente succubi del petrolio, a risentirne di più sarà proprio l’Italia, dove il prezzo medio dell’energia elettrica all’ingrosso è stato l’anno scorso di 116 euro per megawattora contro i 65 della Spagna e i 61 della Francia. In questi due Paesi nel 2025 la produzione energetica da rinnovabili ha superato quella fossile: un monito potente per chi non vuole accettare l’evidenza che non esiste autonomia strategica senza autonomia energetica. E in un’Europa in cui soltanto la Norvegia ha i fossili nel giardino di casa, e in cui il 57 per cento dell’energia consumata proviene dall’estero (fonte Eurostat), le parole chiave per l’indipendenza economica e politica possono essere solo due, come stanno dimostrando Spagna e Francia: rinnovabili e nucleare.
«Il Green Deal europeo e molte delle politiche climatiche della Ue, recentemente finite sotto attacco, non sono la causa dell’attuale crisi energetica, ma offrono una via d’uscita, riducendo la nostra dipendenza dai combustibili fossili importati», ribadisce Thijs Van de Graaf, professore associato di Politica Internazionale presso l’Università di Ghent in Belgio e autore di “Global Energy Politics”: «La lezione da trarre è che l’Europa deve accelerare i suoi sforzi per aumentare l’efficienza, elettrificare la domanda energetica, rafforzare ed espandere le interconnessioni delle reti e sviluppare tecnologie energetiche che sfruttino fonti domestiche, dai pannelli solari alle pompe di calore e ai veicoli elettrici».
La lezione avrebbe dovuto essere chiara dopo la grave crisi energetica scoppiata nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina che ha costretto Germania e Italia a rivedere le massicce importazioni di gas e petrolio russi e Bruxelles a forgiare piani emergenziali per contenere l’avanzata dei prezzi. Ma non tutti l’hanno davvero metabolizzata e oggi, con un’altra crisi, non solo ne scontano nuovamente le conseguenze ma continuano a cercare nel cassetto delle emergenze l’ennesimo cerotto, magari a discapito dell’intero Continente, pur di non pagare l’inevitabile costo di un urgente cambio di strategia. Non solo. Gli Usa stanno guadagnando 870 milioni di dollari a settimana di margini aggiuntivi rispetto ai livelli precedenti alla crisi e la Russia, a cui Washington ha allentato le sanzioni, almeno 160 milioni di dollari (sei miliardi dall’inizio del conflitto), tutti impiegati nella guerra all’Ucraina, finanziata dall’Europa. Che finisce per pagare due volte.
«Anziché andare alla radice del problema l’Italia continua a diversificare le forniture, cambiando Paesi di approvvigionamento, ma è una strategia miope», ricorda Giulia Giordano, la direttrice strategica di Ecco, il think tank italiano dedicato alla transizione energetica e al cambiamento climatico: «La strada pragmatica è accelerare lo sviluppo delle rinnovabili e dell’efficienza. Grazie al Repower EU 2022 la Ue ha installato dal 2022 190GW di nuova capacità rinnovabile con un risparmio di 8-10 miliardi cubi di gas all’anno».
L’Italia, che nell’ultima legge finanziaria non ha voluto eliminare alcune delle accise che appesantiscono il conto energetico, ha però chiesto alla Commissione europea di sospendere il meccanismo di scambio di emissioni ETS, in vigore da vent’anni, e mai sospeso, nemmeno durante la crisi del 2022, per limare il costo delle sue bollette a spese del resto dell’Unione. La richiesta ha scatenato una forte reazione dei Paesi che hanno intrapreso i cambiamenti necessari all’autonomia energetica e ha invece ottenuto l’appoggio di quelli politicamente e/o energeticamente affini come Austria, Cecoslovacchia, Croazia, Grecia, Polonia, Romania, Slovacchia e Ungheria.
Così l’Europa ancora una volta si ritrova spaccata in un momento critico. Da una parte ci sono la Francia (dove il nucleare rappresenta il 40 percento del mix energetico), la Spagna (dove il costo dell’elettricità è svincolato a quello del gas perché più basso grazie alle rinnovabili) e i Paesi nordici come Svezia, Lettonia e Danimarca dove l’energia idrica e eolica hanno soppiantato quella fossile: chiedono alla Commissione di confermare la decisione già presa di non importare più alcun fossile dalla Russia entro la fine del 2027 e di proseguire con i vecchi piani sulle rinnovabili, sui nuovi reattori nucleari modulari di piccola taglia (SMR) e su quelli avanzati (AMR), considerati uno dei grandi progetti di sviluppo industriale in un’Unione, dove in media meno del 15 percento dell’energia consumata ha origine nucleare. Secondo la Commissione, che intende investirci 200 milioni entro il 2028, integrandosi con le fonti di energia rinnovabile, potranno sostenere la decarbonizzazione del settore elettrico e garantire una fornitura stabile di energia per i nuovi grandi consumatori come i data center. «Non dobbiamo sprecare una buona crisi», ha ricordato la commissaria per la Transizione pulita, giusta e competitiva Teresa Ribera.
Dall’altra parte invece c’è chi oggi è energeticamente e politicamente dipendente dalla Russia, in testa Ungheria e Slovacchia. Viktor Orbán preferisce rimangiarsi la parola data sulla concessione dei 90 miliardi di euro all’Ucraina per la sua difesa (l’Ungheria è stata tra l’altro esentata dal contribuire) pur di aiutare Mosca e così assicurarsi sia i fossili sia una campagna elettorale a base di fake news russe per le prossime elezioni del 12 aprile.
Berlino si muove a passi incerti, guidata da un cancelliere, Friedrich Mertz che non si è rivelato più incisivo di quello precedente, il socialista Olaf Scholz. Ancora dipendente dai fossili, anche se meno di Roma, paga lo scotto della decisione di chiudere le centrali nucleari presa da Gerhard Schroder e portata a termine da Angela Merkel dopo il disastro di Fukushima. Ma è alla ricerca di un mix energetico politicamente sostenibile.
Roma si trova invece chiaramente schierata con i Paesi dell’Est, in piena contraddizione con le sue posizioni ufficiali filo-ucraine, prigioniera delle sue posizioni ideologiche contro la transizione verde, dei suoi limiti di bilancio e dell’ostilità della opinione pubblica verso il nucleare. Non c’è guerra che tenga.
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