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Editoriale
febbraio, 2021

L’opportunità e il rischio

Di fronte alle tre crisi, sanitaria, economica, sociale, la classe politica ha fallito. E il nuovo governo è l’occasione per affrontare il compito mancato da decenni: riformare il sistema nella Seconda Repubblica

La crisi sanitaria, la crisi economica, la crisi sociale. Le abbiamo conosciute in questo anno di sofferenza, il Covid-19 fu ufficialmente segnalato in Italia venerdì 21 febbraio 2020, nessuno avrebbe potuto immaginare che dodici mesi dopo avremmo contato quasi centomila morti, con un triste primato tra i paesi dell’Unione europea. Ma sulle tre crisi si è abbattuta la crisi politica, più profonda di una semplice crisi di governo.

 

Le criticità che ho fin qui evocato pongono in rilievo una crisi ben più profonda, che in qualche modo sta alla radice delle altre, la cui drammaticità è stata posta in luce proprio dalla pandemia. È la crisi della politica, che da tempo sta investendo molte società e i cui laceranti effetti sono emersi durante la pandemia», ha detto papa Francesco l’8 febbraio, nel discorso al corpo diplomatico accreditato presso il Vaticano. «Il processo democratico richiede che si persegua un cammino di dialogo inclusivo, pacifico, costruttivo e rispettoso fra tutte le componenti della società civile in ogni città e nazione. Gli avvenimenti che, pur in modi e in contesti diversi, hanno caratterizzato l’ultimo anno da oriente a occidente, anche in Paesi di lunga tradizione democratica, dicono quanto sia ineludibile questa sfida. Lo sviluppo di una coscienza democratica esige che si superino i personalismi... Uno dei segni della crisi della politica è proprio la reticenza che spesso si verifica ad intraprendere percorsi di riforma. Non bisogna avere paura delle riforme, anche se richiedono sacrifici e non di rado un cambiamento di mentalità».

 

Marco Damilano

Nelle stesse ore, in questi giorni, la crisi della politica in Italia è sembrata attraversare il suo punto di non ritorno. Un doppio infarto. Il primo, la settimana scorsa, quando i partiti della maggioranza che sostenevano il secondo governo di Giuseppe Conte (do you remember?) hanno fallito nel tentativo di risorgere dalle ceneri, con la nascita di nuovi gruppi di sostegno al Senato o con la tregua armata stipulata con Matteo Renzi. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha portato in terapia intensiva il paziente, il sistema politico, appellandosi a «tutti» i partiti presenti in Parlamento, «perché conferiscano la fiducia a un Governo di alto profilo, che non debba identificarsi con alcuna formula politica», e affidando l’incarico a Mario Draghi. Il secondo infarto è arrivato una settimana dopo, quando il tentativo di Draghi sembrava finito sul classico binario morto. Bloccato dai veti dei partiti, dalle azioni di disturbo travestite da offerte di disponibilità, dalle piroette del Movimento 5 Stelle, il partito più votato alle elezioni del 2018, sgretolato attorno alla inconsistenza dei suoi rappresentanti, le convulsioni della piattaforma Rousseau, la voglia di Beppe Grillo di restare sul palcoscenico, a dispetto dell’evidenza. A quel punto è toccato al presidente incaricato Draghi tornare all’ispirazione originaria con cui Mattarella l’ha spinto a entrare nella mischia: un governo di alto profilo che non si identifichi con formule politiche. Né i giallorossi, né la coalizione Ursula (la vecchia maggioranza allargata a Forza Italia), né il governone tutto e solo politico sognato dagli aspiranti ministri. La maggioranza non può che essere quella voluta dai due presidenti. Una maggioranza di partiti chiamati a votare per il nuovo governo, senza porre condizioni. I Draghizzati.


Il colpo del febbraio 2021 è il terzo o il quarto nel giro di venticinque anni, da quando cioè la Repubblica dei partiti è finita, nel 1993. Un anno fa, giusto di questi tempi, presentando all’interno del museo ebraico di Roma il libro di Umberto Gentiloni sulla storia dell’Italia contemporanea, il ministro dell’Economia del governo Conte II Roberto Gualtieri ricordò che all’alba della Repubblica, negli anni dell’Assemblea Costituente e in quelli successivi, le svolte politiche e i processi sociali andavano di pari passo: la democrazia, la Costituzione, il ruolo dei partiti, la ricostruzione con il piano Marshall e il successivo boom economico.


Dagli anni Novanta in poi, invece, le svolte parlamentari hanno preceduto i passaggi sociali. Così è stato per il governo di Carlo Azeglio Ciampi nel 1992-93, per il governo presieduto da Lamberto Dini nel 1995 e per quello guidato da Mario Monti nel 2011. Il sistema politico fondato sui partiti nella sua fase iniziale riuscì a trovare il consenso popolare attorno a un doppio processo costituente, quello interno (la Costituzione antifascista e democratica) e quello internazionale (la doppia scelta del Patto atlantico e dell’Europa), mentre nell’ultimo quarto di secolo il miracolo non si è ripetuto e le classi dirigenti che hanno provato a dare vita a un nuovo doppio processo costituente - italiano e europeo - si sono poi ritrovate quasi sempre in minoranza nel Paese. A ogni governo tecnico è seguito un exploit elettorale dei movimenti populisti: Forza Italia nel 1994 (Silvio Berlusconi affrontò e sconfisse nel suo collegio di Roma Luigi Spaventa, il ministro del Bilancio del governo Ciampi), la Lega nel 1996, soprattutto il Movimento 5 Stelle che nell’anno della strana maggioranza che sosteneva il governo Monti passò da zero a otto milioni di voti.

 

Editoriale
Mario Draghi, l'ultima possibilità
4/2/2021

Il Pd ha provato a trasformare il governo Conte II, nato da un ribaltone parlamentare nell’agosto 2019, in un’alleanza con il Movimento 5 Stelle che avesse radici solide nel Paese, ma il progetto è fallito. Troppo ambigui gli alleati, i compagni di strada inchiodati alla piattaforma Rousseau, troppo scivoloso il punto di riferimento che avrebbe dovuto guidare la nuova stagione, l’avvocato Conte che non era Alcide De Gasperi nonostante il coro degli agiografi, troppo debole il Pd, sottoposto all’attacco del suo ex capo Matteo Renzi. Ancora più accidentata la via di uscita identificata dal vero ideologo del Conte II, né Grillo né Casaleggio ma Goffredo Bettini, fare pesca a strascico per sostituire Renzi con i responsabili, lo aveva scritto già un anno fa: «C’è la possibilità di sostituire Italia Viva con parlamentari democratici (in quanto non sovranisti, illiberali e autoritari) pronti a collaborare con Conte fino alla fine della legislatura». Si è visto com’è finita. Sul fronte opposto, la coalizione del centrodestra, trainata dalla coppia Salvini-Meloni, poteva contare sul consenso nei sondaggi, ma era priva di legittimazione europea, e ancor più nel nuovo quadro internazionale cambiato con la presidenza americana del democratico Joe Biden. La trumpiana Meloni, il putiniano Salvini: due anni fa l’Espresso (24 febbraio 2019) rivelò lo strano vertice dell’hotel Metropol a Mosca del 18 ottobre 2018, tra emissari russi e il plenipotenziario di Salvini Gianluca Savoini, con il suo indimenticabile (almeno per noi) preambolo: «La nuova Italia costruirà la nuova Europa che sarà vicina alla Russia».


L’infuriare del virus è stato il colpo finale su questa classe politica. In un primo tempo il sistema ha reagito con uno scatto di orgoglio, ma quando la gestione dell’emergenza è sembrata trasformarsi nell’unica ragione sociale della maggioranza sono venuti alla luce tutti i limiti del sistema. Un Parlamento balcanizzato, con partiti interscambiabili. Il Movimento 5 Stelle fuori controllo. Un esecutivo tenuto in piedi dalla vis comunicatoria del suo premier. Il rapporto tra lo Stato centrale e le regioni che si percepiscono come stati autonomi. La magistratura al punto più basso della sua autorevolezza, lacerata dallo scandalo sollevato dall’ex presidente dell’Anm Luca Palamara. E la necessità di utilizzare i fondi di Next Generation Eu senza perdere altro tempo.


Tutto questo ha giustificato l’intervento del garante repubblicano, il custode della Costituzione. Si discuterà a lungo se la soluzione Draghi sia stata un’occasione, ovvero provocata dalla crisi aperta da Renzi e dall’impossibilità di Conte di trovare cinque-sei senatori in più a Palazzo Madama, oppure sia stato un disegno a lungo preparato. Di certo non è stato un colpo a sorpresa immaginato all’ultimo momento. E nelle intenzioni deve configurare un nuovo sistema, per evitare che ancora una volta a un governo tecnocratico corrisponda nel Paese e nell’elettorato una reazione di segno opposto.


Molto dipende dalla figura di Draghi, diversa dai predecessori. L’ex presidente della Bce non è un Charles De Gaulle italiano, Città della Pieve non è Colombey-les-Deux-Églises, il borgo da cui il generale tornò per riconquistare il potere a Parigi e fondare la Repubblica presidenziale. È comunque in potenza non solo il nuovo premier, ma un possibile, futuro presidente della Repubblica. Il perno su cui si potrebbe muovere la politica italiana da qui al 2030, per colmare la frattura degli ultimi decenni. I problemi, le sfide più urgenti: l’economia, la transizione ecologica diventata centrale anche nel dibattito politico, i giovani (la lettera di Officine Italia) e gli invisibili della crisi sociale (la lettera di Aboubakar Soumahoro), la presenza delle donne nei centri decisionali (l’Antitaliana di Michela Murgia). Ma ci sono anche sfide meno evidenti: la riforma delle istituzioni, il ritorno al pensiero, alle culture politiche che poi diventano organizzazione e leadership, le grandi rimosse di questi ultimi decenni. Per Draghi è un’opportunità, ma anche un rischio. Il rischio di ricevere dai partiti un consenso biforcuto, ambiguo. Per i partiti è l’ultima occasione per non dichiarare fallimento, per non sciogliersi, per non morire. Per ritrovare una presenza nella società che è la vera condizione di riuscita del Laboratorio Draghi.


(Una grande occasione anche per noi della stampa. In questi giorni abbiamo assistito su giornali e televisioni alla beatificazione in vita di Draghi. Il rischio è di fare, ancora una volta, il giornalismo specchio, eco del nuovo potere. Che sarebbe conformista, noioso, inutile. Mentre il racconto critico è il motore della democrazia. L’opportunità).

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