Pubblicità
Esteri
ottobre, 2024

L’umanità si è fermata a Betlemme

Mohammed Najajreh, primario del reparto oncologico dell’ospedale Beit Jala di Betlemme, mentre visita un piccolo paziente
Mohammed Najajreh, primario del reparto oncologico dell’ospedale Beit Jala di Betlemme, mentre visita un piccolo paziente

Le risate dei bambini si sentono dalla strada e questo nonostante il traffico rumoroso di Betlemme, in Cisgiordania. «Yalla, yalla», dice qualcuno e giù altri schiamazzi divertiti. La chiamano la «festa del sabato» e noi siamo molto fortunati a poterne raccontare una. «Spesso le dobbiamo annullare perché molte famiglie non riescono ad arrivare», racconta Farrah, una delle poche adulte tra decine di bambini. Ci troviamo nel giardino del Beit Jala di Betlemme, l’unico ospedale pubblico dotato di un reparto di oncologia pediatrica di tutta la Palestina, e la «festa del sabato» è il momento più atteso per i piccoli pazienti costretti a frequentare questo luogo di cura. «Prima del 7 ottobre 2023 le strutture pubbliche per la cura del cancro erano due, ma i bombardamenti israeliani hanno distrutto quella di Gaza», aggiunge Farrah interrompendo per un attimo il lancio di palloncini colorati. I bambini la richiamano al suo dovere e lei ferma l’intervista per tornare a occuparsi di loro.

Farrah è una psico-oncologa e la «festa del sabato» è una sua invenzione. «Serve a farli distrarre – racconta il dottor Mohammed Najajreh, primario della struttura – parliamo di pazienti costretti a lunghe e dolorose cure e questo momento consente loro di muovere i muscoli indeboliti e soprattutto di sentirsi nuovamente vivi». Il dottor Najajreh è il primario del reparto e parla un italiano fluente, con accento toscano. «Mi sono specializzato a Pisa, ma poi ho deciso di tornare per loro», spiega. «Se loro sorridono, io sorrido», aggiunge Farrah ad alta voce per sovrastare risate e schiamazzi.

Oggi, nel giardino dell’ospedale, ci sono quasi tutti, ma non sempre è così e il motivo lo spiega Sanah, madre di un bambino di quattro anni. «Noi veniamo da Hebron, a circa un’ora di auto da qui – racconta – ma spesso ci viene impedito di viaggiare». Da decenni l’esercito israeliano occupa i territori palestinesi, a cominciare dalle vie di comunicazione. «Sono sufficienti un qualche tipo di allerta o un banale pretesto politico per fare sì che i militari chiudano i check point, impedendoci ogni movimento», aggiunge Sanah. La madre si commuove e poi aggiunge: «Da quando abbiamo scoperto la malattia siamo caduti in depressione, mio figlio compreso. Oggi, però, lo vedo felice ed è la prima volta».

Dal 7 ottobre 2023 il livello di tensione tra Israele e Cisgiordania non è mai calato e anche per questo i check pointimposti dall’esercito di Tel Aviv sono più spesso chiusi che aperti, senza eccezione alcuna. «Avete mai provato a insistere, spiegando ai militari che dovete raggiungere l’ospedale?», chiedo a Sanah. Lei scuote la testa: «I soldati ci ordinano di tornare indietro e quando accade piango tutto il giorno». Alla donna scende una lacrima, ma poi si riprende immediatamente. Farrah si è inventata un nuovo gioco e il suo bambino ride fragorosamente.

«Aspettavamo una psico-oncologa da anni – spiega il dottor Najajreh – e adesso ce l’abbiamo grazie a Soleterre. Il morale dei bambini è subito migliorato». Soleterre è una onlus italiana che ha deciso di intervenire con fondi e personale proprio qui, al Beit Jala di Betlemme. «Da anni abbiamo un progetto simile in Ucraina e quindi ci siamo detti: perché non farlo anche in Palestina?», dice il dottor Damiano Rizzi, anche lui psico-oncologo e fondatore della onlus. Una proposta di collaborazione accolta con entusiasmo da chi sostiene il reparto oncologico come il Palestine Children’s Relief Fund e la ong Vis. «Chiudere i check point è un crimine di guerra che impedisce ai bambini di ricevere con costanza e secondo protocollo cure non rinviabili. Di fatto, si espongono questi piccoli pazienti al rischio di morire», spiega il dottor Rizzi.

Il reparto oncologico è moderno e all’avanguardia e questo grazie ai fondi esteri che suppliscono alla mancanza di risorse locali. «Il sogno è realizzare una guest house per accogliere qui i pazienti di Gaza rimasti senza cure», dicono assieme il dottor Najajreh e il dottor Rizzi mentre visitano i pazienti più gravi. E poi c’è il progetto di aprire un centro trapianti. «Al momento i bambini devono andare in Israele, ma a costi altissimi e con un tasso di rifiuto di quattro pazienti su dieci», racconta Rizzi. Servono donazioni e ne serviranno sempre di più se i bombardamenti non cesseranno e per comprenderlo basta mettersi alla guida e visitare il resto della Cisgiordania.

Per questo, all’indomani decidiamo di raggiungere uno dei campi profughi più colpiti dai raid israeliani e da dove arrivano anche alcune delle famiglie incontrate. La strada per Tulkarem è continuamente interrotta dai check point, ma oggi risultano fortunatamente tutti aperti. «Due giorni ci hanno rimandato indietro dopo due ore di fila», racconta il mio autista palestinese, confermando la versione di Sanah. Un’ora e mezzo di viaggio per raggiungere Nour Shams, il campo rifugiati di Turkarem nato negli anni Cinquanta per accogliere i palestinesi costretti a lasciare le loro terre durante la guerra arabo-israeliana. Loro la chiamano «Nakba», ossia la catastrofe, e da allora sognano il ritorno in quelle terre poi divenute parte dello Stato di Israele.

«Hello», saluta Malak vedendoci arrivare a piedi. Malak ha dieci anni, parla inglese e vuole immediatamente sapere chi siamo e da dove veniamo. «Italia, Totti!», aggiunge suo cugino non appena scoperta la nostra provenienza. Lui indossa la maglia della Roma e il suo sogno è visitare la nostra Capitale. Anche per questo accetta di mostrarci il campo rifugiati, o ciò che ne resta. «Go, go!», dice Malak e noi li seguiamo arrampicandoci su una ripida scalinata; poi, lo scenario cambia improvvisamente. Davanti a noi vediamo ammassi di rovine: un intero quartiere sventrato dalle bombe e dove restano soltanto macerie. «Boom», esclama Malak, mentre si muove agile e sorridente in mezzo a tutta quella distruzione così simile a quella della vicina Gaza. La bambina sembra abituata a vivere tra le macerie e sotto il controllo di droni armati ed elicotteri.

«Apache», grida il ragazzo che tifa Roma e subito troviamo riparo in un vicolo coperto da ampi teli scuri. I palestinesi li usano per non farsi individuare da quegli occhi elettronici: bambini mischiati a miliziani con armi in mano, pronti a rispondere a eventuali minacce. «Non è sicuro per voi», dice un ragazzo con un fucile a tracolla. Non sappiamo a quale gruppo appartenga. Per Israele è un terrorista, per questa gente un combattente per la resistenza. Gli apache sorvolano l’area e poi si allontanano e anche per noi è il momento di raggiungere un luogo sicuro.

Prima, però, ricevo una videochiamata. «Volevamo dirvi che oggi non siamo riusciti a raggiungere l’ospedale», dice Farrah. La psico-oncologa ci parla dal salotto di casa della famiglia di Sanah. Oggi, nella zona di Hebron, i check pointsono di nuovo chiusi e, a differenza di ieri, il bambino non potrà completare il suo ciclo di chemio. «Per fortuna abitiamo vicino e così ho potuto raggiungerlo per una visita a domicilio», aggiunge Farrah allargando le braccia.

L'edicola

La pace al ribasso può segnare la fine dell'Europa

Esclusa dai negoziati, per contare deve essere davvero un’Unione di Stati con una sola voce

Pubblicità