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Gli elettori dem si sono fatti i conti in tasca

Trump ha convinto repubblicani e no. Parlando alla coscienza capitalista, attenta al carovita piuttosto che ai diritti civili. Perché età, genere e razza non sono più elementi identitari

In piena stagione elettorale, al bancone di un baretto malandato di Rossford, in Ohio, Jeff, insegnante prossimo alla pensione, ripete ciò che raccontano tutti quelli che abbiamo incrociato nel nostro viaggio tra gli Stati del Midwest. «Gli americani non votano mai con il cuore e neppure di pancia. A loro non importa dei grandi temi. Votano facendosi i conti in tasca», dice atteggiandosi, mentre tira un sorso dall’ultima birra ordinata da Moe’s Place, in una serata sonnacchiosa di provincia. Anche lui avrebbe fatto lo stesso, vecchio democratico convertito al vangelo secondo Donald Trump. Come pure a valanga la sua contea di Wood, dove il cinque novembre Kamala Harris è andata sotto di oltre dieci punti.

«It’s the economy, stupid», ha frinito il grillo parlante della coscienza capitalista americana. La vocina che negli anni Novanta venne decodificata da James Carville, stratega di Bill Clinton, è la stessa a cui hanno dato ascolto oltre 75 milioni di americani (superando i circa 72 milioni dell’avversaria) che hanno consegnato di nuovo le chiavi della Casa Bianca a Donald Trump. Ammaccati da tre anni di inflazione feroce, che ha portato alle stelle i prezzi nei supermercati, ma ha anche fatto impennare gli affitti, i tassi di mutui e carte di credito. Il costo di latte e uova ha contato più della minaccia alla democrazia rappresentata da un pregiudicato, emulatore di dittatori, privo di qualsivoglia senso dello Stato.

Michael Kazin, storico della Georgetown University, nel 2022 aveva scritto il fortunato prontuario “What It Took to Win: A History of the Democratic Party”. Oggi il titolo su quel che è servito a vincere per i dem suona più che ironico. In un editoriale su Dissent, che condirige, Kazin riflette sul fatto che forse l’unica conseguenza positiva della vittoria «di un candidato assolutamente spregevole è che i progressisti stanno procedendo a tentoni verso una soluzione comune: fare rivivere un populismo aggressivo della sinistra». Ricominciando a parlare con la classe media, quella meno istruita, che in queste elezioni i democratici non hanno convinto (la laurea è stata un altro spartiacque). Quella che è più preoccupata di arrivare a fine mese piuttosto che delle battaglie – pur condivise – per diritti e identità di genere, ad esempio. «Quando i democratici hanno avuto successo, ci sono arrivati in modo retorico e politico. Negli ultimi 50 anni, hanno gradualmente smesso di prendere più voti da metà della popolazione a reddito inferiore che non da quella con il reddito più alto». 

Che ci fosse stato un cortocircuito nella comunicazione, Kazin lo aveva capito uscendo dalle aule patrizie della sua università. «Ho fatto campagna elettorale per Harris in Pennsylvania per tre weekend. La gente era infelice. Era insoddisfatta a causa del carovita». Lo avevamo colto anche noi nelle parole di Adrienne, democratica incontrata in un supermercato di Valparaiso, in Indiana. Girava tra gli scaffali con l’app della calcolatrice aperta sul cellulare, con i vetri consunti degli occhiali che attendevano, chissà da quanto, di essere cambiati. 

Sydney Register, nella squadra del Progressive Change Campaign Committee, racconta la delusione della sua organizzazione, che ha lavorato a stretto contatto con la campagna di Harris sulla piattaforma economica. «Abbiamo suggerito di affrontare i problemi delle speculazioni sui prezzi, di espandere il credito d’imposta per i figli, di proteggere la previdenza sociale tassando i miliardari. Lei ne ha parlato negli spot elettorali, ma non abbastanza nei comizi, quando ha incontrato gli elettori. Ora è tempo di trovare voci autentiche per i prossimi candidati democratici».

Voci che sappiano connettersi con un elettorato che ha smesso di ascoltare l’establishment; lo stesso che Harris e tutti i leader del partito non sono riusciti a mobilitare come speravano.

Si pensi alle donne. Avrebbero dovuto essere la forza motrice di Kamala, la nuova «maggioranza silenziosa». Donne d’ogni età e d’ogni partito pronte a votare compatte per difendere il diritto all’aborto. Non è stato così: il vantaggio dei dem è calato di 5 punti rispetto al 2020. Ma la forbice si è allargata di 20 punti tra le ispaniche, se la mettiamo a paragone con i risultati di Hillary Clinton nel 2016. Il repubblicano quest’anno ha portato a casa il 53 per cento dei consensi delle bianche (tra le afroamericane, però, la percentuale si è fermata al 7).

Stesso trend per i giovani. Se nel 2020 Joe Biden ottenne il 60 per cento dei voti di ragazzi e ragazze di età compresa tra i 18 e i 29 anni, in questa tornata Harris si è fermata al 54 per cento. Trump, il presidente eletto più anziano della storia, ha mietuto una percentuale maggiore di elettori sotto i trenta che qualsiasi altro repubblicano dal 2008. Nonostante gli sforzi dell’esercito di giovani influencer assunti dalla campagna dem per rivitalizzare i social network. Uno di loro è Johnny, iperattivo content creator di Philadelphia, incontrato alla convention di Chicago e convinto che i meme virali stessero umanizzando Kamala, rendendola «cool», appetibile ai ventenni.
Ci ha visto male. 

A emergere, in questa nuova tornata elettorale, c’è un assunto essenziale. Età, genere e razza non sono più fattori identitari; ci sono temi e questioni condivise che non si incasellano nei vecchi schemi tradizionali. «Sono i repubblicani oggi la voce più diversificata della classe operaia?», si chiede Jay Caspian Kang sul New Yorker, invitando i dem a riflettere su come il Paese abbia votato «al di là dei confini razziali e di classe».

Quantomeno è sfumato ogni automatismo in cui si è cullata negli anni la sinistra. Il movimento “Maga” non è più ricettacolo di elettori bianchi, vecchi, arrabbiati e conservatori. Per la prima volta, Trump ha riversato nei serbatoi del Gop la più alta percentuale di ispanici, superando ampiamente la maggioranza, con il 55 per cento, tra i latinos legati a valori più conservatori, pro vita e diffidenti verso l’inclusività transgender. Interessante anche il dato sui maschi afroamericani. Non è andata male come ci si aspettava, ma il 21 per cento ha comunque votato per Trump.

«Le stesse persone che potrebbero avere scelto donne come governatrici, senatrici o deputate non vorrebbero una donna come commander-in-chief. Nel nostro Paese il soffitto di cristallo è reale, non solo in politica». Cornell Belcher, noto stratega democratico e presidente di Brilliant Corners, non nega una componente sessista in questo risultato elettorale, ma propone anche un’analisi legata agli imprevedibili cicli della politica. Negli Usa le elezioni – spiega – «hanno vita propria». Accadde nel 2018, in piena era Trump, quando «a quelle di midterm i democratici fecero incredibilmente bene». Come pure nel 2022. «La natura ciclica della nostra politica oscilla da un’elezione nel 2004, in cui i repubblicani credevano di avere una maggioranza permanente, al 2008, quando abbiamo avuto la vittoria storica di Barack Obama», sottolinea l’analista che ha fatto parte per due volte della squadra elettorale del primo presidente nero.

Per i prossimi anni, avverte ancora Belcher, occorrerà «tornare alle fondamenta del partito, investendo nelle corse locali e statali, costruendo la panchina, comunicando sul campo con gli elettori tutto l’anno, non solo in periodo elettorale». Una ristrutturazione dal basso necessaria per riprendersi sia i voti che Trump è riuscito a strappargli sia quelli di chi, rispetto al 2020, ha deciso di rimanere a casa e di non appoggiare Harris come aveva fatto con Biden.

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