Pasquale è un impiegato appena partito per un importante meeting lavorativo. Scopre, grazie all’aiuto di un collega, che un progetto lasciato da lui in sede è stato affidato a qualcun altro. Pasquale, allora, ha ben pensato di inviare una mail al suo capo, nella quale gli ha cordialmente illustrato le menomazioni fisiche che gli avrebbe inferto se fosse stato lì presente. È una storia raccontata da Umberto Eco nella sua Bustina “E-mail, l’inconscio e il Superego”, e la morale è semplice: le mail (le mail!) hanno cambiato i tempi di attesa e di risposta fra le persone, la razionalità non riesce a stare dietro alle emozioni che irrompono prima di suggerire a Pasquale che, se vuole tenersi stretto il proprio lavoro, sfogarsi in quel modo con il capo non è la mossa più adatta. E stiamo parlando ancora di mail.
Era chiarissimo a Eco che la velocità avrebbe cambiato i contorni del nostro tempo e che da essa sarebbero fuoriusciti rancori e rabbie che ribollono. È abusata la sua citazione sul fatto che “i social media hanno dato legittimità di parola a legioni di imbecilli”. Come aveva previsto, il problema nasce nel momento in cui la tecnologia sconvolge tempi e velocità, travolgendo direttamente la nostra testa. Tuttavia, se credete che la rapidità con cui si muove il mondo offuschi solamente la nostra equilibrata capacità di ragionare, sbagliate di grosso.
C’è un altro mostro nascosto tra i fili invisibili delle nostre connessioni. D’altronde, a scuola siamo cresciuti con una storia molto simile a quella di Pasquale: l’impiegato Belluca, vessato sul luogo di lavoro, sentendo una notte un treno fischiare, si ricorda che la vita è molto di più del cubicolo in cui sta marcendo, che esistono altri mondi, città, spiagge là fuori, nuove realtà. Così, urlando follemente il treno ha fischiato, reagisce a capo e colleghi.
È una novella di Pirandello, ma diventa reale nel momento in cui mostra che la rabbia è un’emozione che ha le sue pretese, e alcune volte vuole semplicemente restituirci la nostra dignità. Il problema della velocità a cui ci stiamo (forse) abituando non sta solo nel controllo della nostra serena razionalità, ma nell’oppressione della rabbia che Belluca ha usato per ricordarsi chi è, nella drammatica capacità di disconnetterci dalle nostre emozioni. Il rancore non sparisce correndo più velocemente. I sentimenti si anestetizzano fino a diventare silenti, ma non scompaiono: cambiano direzione. Vedendo solamente i social come campo da battaglia di insulti, ci sfugge l’arena più grande: abbiamo trasformato la nostra identità e la nostra autostima in una gara da vincere, un trofeo da ottenere.
Paragonandoci a standard e modelli irraggiungibili messi in vetrina dai media, la rabbia non si allontana, ha solo cambiato obiettivo: noi stessi. Ha perso la sua funzione di guardiana della nostra identità diventandone la sua più feroce profanatrice. Pasquale così non esplode più contro il capo, ha smesso di sentirsi abbastanza, si è spento, non è più lo stesso. Sente un’ansia devastante nel suo petto, non riesce più a provare altro. Ha un uragano che infuria nella sua testa, immagina di aver bisogno d’aiuto. Pasquale non crede di riuscire più a correre, comincia a pensare che sia meglio spegnere tutto.
Solo in Italia, ogni anno, scelgono di smettere di correre circa 4000 persone: così, oltre a imparare a controllare la nostra rabbia, dovremmo innanzitutto pretendere, a partire dalle scuole, un’educazione alle emozioni, alla necessità di donare loro il tempo di esprimersi. Magari così impareremmo a respirare, a non sentirci atleti di una gara. Forse così ricorderemmo al vortice di pensieri che urla nella nostra testa che esiste un’altra strada, che fuori un treno fischia ancora.
*Vincenzo Voltarelli è uno studente di Filosofia appassionato degli scritti di Umberto Eco. Ne la rubrica L’Eco della notizia, in occasione dei 70 anni de L'Espresso, pesca dalle storiche Bustine di Minerva nuovi spunti per l'attualità



