Giovani
27 agosto, 2025Umberto Eco scrive una Bustina nel 2014 intitolandola "Chiudiamo il liceo classico?", nella quale riporta alcune posizioni dei detrattori dell’istituto. Diventa necessario seguire un approccio tematico che entri nelle righe degli autori, calando quella storia nei bisogni del presente
Conclusa l'estate, gli studenti di tutta Italia torneranno fra i banchi di scuola e, alcuni di loro, percepiranno le onde emotive che solo un luogo completamente nuovo, estraneo, è in grado di agitare. Alcuni avranno scelto di iscriversi al liceo classico, i cui giorni di gloria sembrano essere alle spalle. Umberto Eco scrive una Bustina nel 2014 intitolandola: "Chiudiamo il liceo classico?", nella quale riporta alcune posizioni dei detrattori dell’istituto.
Che senso ha un liceo con uno stampo umanistico in un mondo sempre più tecnicizzato e digitalizzato? Il professor Keating, protagonista de "L’attimo fuggente", interpretato da uno straordinario Robin Williams, recita: “Noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana, e la razza umana è piena di passione: medicina, legge, economia e ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento. Ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore: sono queste le cose che ci tengono in vita”.
Un manifesto del fascino quanto dell’attuale limite del mondo letterario. Se da un lato questa visione richiama l’impellente necessità di rispecchiarci nell’arte, dall’altro, crea uno squarcio ancora più profondo: dimenticandosi che la filosofia e la scienza sono state dondolate nella stessa culla. Con conseguenze disastrose. Sul sito ufficiale della Camera dei Deputati, nella sezione dedicata ai percorsi liceali, si può leggere: “Il liceo classico mostra un andamento decrescente: dal 13,2% del 2014/2015 al 10,5% nel 2024/2025, con un calo costante che riflette una graduale contrazione dell'interesse verso questo indirizzo”.
Occorre salire con i piedi sul banco, come direbbe il professor Keating, tentando di guardare la situazione da una prospettiva differente. Innanzitutto, ricucendo lo strappo con la dimensione scientifica. Come già raccontato in "La tecnologia pizzica il pensiero magico: abbiamo bisogno di rinnovare l’educazione scientifica", la cultura umanistica è in grado di mostrare i valori e i principi che muovono la scienza e i suoi metodi, rivelando come siano trame di una stessa storia. Non basta aggiungere una quantità di ore alla biologia e alla fisica (è il tentativo dei licei classici con curvatura biomedica).
Bisogna raccontare come funziona il procedimento scientifico: con revisioni, aggiustamenti e persino fallimenti, per umanizzare quelli che agli occhi di molti sarebbero, altrimenti, freddi numeri. Educando a un valore fondamentale: seppur sia un fragile strumento umano, la scienza rimane il più potente cannocchiale con il quale esplorare la natura che ci circonda.
E le discipline umanistiche? Se gli iscritti al liceo classico calano, non è certo perché tutti vogliono diventare ingegneri: bisogna narrare quel cosmo permettendo agli studenti di navigare realmente al suo interno. Impareranno la data di nascita di Dante, leggeranno in greco antico: fondamentale, ma non basta. Inseguendo rigidi programmi ministeriali, gli insegnati si trovano a tessere e disfare la tela di Penelope, perché uno studente “deve conoscere Ariosto, ma anche Quasimodo, Ungaretti, Sciascia”, finendo poi per dimenticarli tutti, in balia di nozionismi e spiegazioni annacquate.
Diventa necessario seguire un approccio tematico che entri, a discrezione dei docenti, nelle righe degli autori, calando quella storia nei bisogni del presente. Facendo vibrare il dolore lancinante di Edipo, domandandoci le ragioni di una sorte tanto crudele; percependo il timore e la meraviglia che Kant prova alzando gli occhi verso un cielo stellato, chiedendoci il nostro ruolo in un universo così grande, mentre ci sentiamo solo fili d’erba; raccontando di Antigone, che disobbedisce allo Stato pur di seppellire il fratello, interrogandoci su cosa siamo disposti a rinunciare pur di mantenere i nostri valori, pur di rincorrere ciò che consideriamo giusto. Il mondo umanistico risponde alle necessità di ragazze e ragazzi che si sentono incompleti: riflettendone le fragilità, educa alla possibilità di creare una forma che non riescono ancora a scorgere, pur sentendosi rotti. Il liceo classico deve farsene carico, cambiando comunicazione.
Come sostiene Umberto Eco: “Una formazione umanistica consente di immaginare quello che ancora non esiste. E questo distingue il grande architetto dal palazzinaro”.
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