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Inchieste
novembre, 2014

Caso Lussemburgo, Juncker nel mirino Eurodeputati Pd: "Commissione d'inchiesta"

Il governo Renzi non infierisce sul presidente della commissione Ue, al centro dell’inchiesta sull'elusione fiscale nel Granducato di cui è stato premier. Il socialista spagnolo Sanchez chiede però di chiarire. Nicola Danti: "Il Parlamento Ue deve intervenire"

Il governo Renzi non infierisce sul presidente della commissione Ue, al centro dell’inchiesta sul Lussemburgo, paradiso fiscale di cui è stato premier. Il socialista spagnolo chiede però di chiarire e dagli eurodeputati Pd arriva la proposta per «una commissione d’inchiesta» Jean-Claude Juncker, l’uomo nero della Commissione europea, tutore dei vincoli e delle regole, per 18 anni è stato premier del Lussemburgo, ministro del Lavoro, del Bilancio, e della Finanza, del piccolo ma ricchissimo granducato ora al centro di un’inchiesta giornalistica, realizzata dal network investigativo Icij e pubblicata in esclusiva per l'Italia dall'Espresso, che svela come, anche durante la gestione Juncker, il Lussemburgo ha costruito la sua fortuna (con un reddito pro capite di oltre 100 mila dollari, e un impiegato in banca ogni 20 cittadini), stipulando accordi fiscali su misura con vari (e anche nostrani) Paperoni e multinazionali, marchi come Amazon, Ikea, Deutsche Bank, Procter&Gamble, Pepsi e Gazprom.

Tra le italiane c’è Finmeccanica, che - cortocircuito - è andata in Lussemburgo per pagare meno tasse al suo primo azionista: lo Stato italiano. Le carte pubblicate dall’Espresso mostrano come dietro al sistema di “scudi fiscali” lussemburghesi ci sia il ruolo diretto dei governi locali.

Nessun reato, però, ma un uso spregiudicato e ad aziendam del tax ruling, capace di sottrarre risorse agli altri Stati dell’Unione. Miliardi di euro. «Voglio sottolineare che questi tax ruling si conformano alle norme internazionali», ha detto l’attuale premier lussemburghese Xavier Bettel.
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In Italia, dopo il commento del ministro Giancarlo Padoan («La credibilità di Juncker non è a rischio»), dal governo è arrivata anche la voce del sottosegretario di Renzi con delega agli affari europei, Sandro Gozi: «Spero stia bene» dice di Juncker, «lo spero per l’Europa, perché abbiamo bisogno di una commissione che torni a svolgere un ruolo politico». Renzi e il governo, dunque, scelgono di non infierire su Junker, e di non dar retta a chi ne chiede le dimissioni (in Europa Marine Le Pen e e la sinistra del Gue, in Italia Giorgia Meloni), lasciando a Pedro Sanchez, il segretario del Partito socialista operaio spagnolo, con cui Renzi s’è fatto fotografare in camicia bianca, uno scontro più diretto, con una richiesta più esplicita di chiarimenti: «Juncker deve presentarsi in Parlamento per spiegare il presunto caso di evasione fiscale (in realtà si tratta di elusione, ndr) in Lussemburgo sotto il suo mandato», ha twittato Sanchez.La richiesta di Sanchez trova consensi però nella pattuglia europea del Pd. E così dopo l’appello di Gianni Pittella («Chiarisca: è in gioco la sua credibilità»), si aggiungono la voce di Pina Picierno, volto renziano, e quella di David Sassoli: «Quando si è insediato» dice Sassoli, «Juncker è venuto in Parlamento ed è stato interrogato su tante vicende, non è da escludere che sia chiamato a farlo anche su questo. Non può stare zitto, deve chiarire».Il collega Nicola Danti, poi, fa un passo in più: «Sull'affare LuxLeaks il Parlamento europeo deve valutare l'ipotesi di istituire una commissione di inchiesta come previsto dall'articolo 198 del proprio regolamento e dagli stessi Trattati della Ue». Certo, il rischio è che si scopra ciò che era noto da tempo, e cioè che il Lussemburgo, così come molti altri Stati, che poi magari bacchettano l’Europa mediterranea (Olanda, Gran Bretagna, Irlanda), abbiano costruito la loro fortuna anche sulla finanza e sulla concorrenza fiscale, o che lo stesso Juncker sia stato accanito difensore del segreto bancario: tutte cose già note quando il premier Renzi ha dato il via libera alla sua elezione ai vertici della Commissione. Ma proprio per questo, continua Danti, che è membro della commissione sul mercato interno del Parlamento europeo, «appare urgente che l'Unione si doti di una politica fiscale comune»: «Non possiamo più tollerare il persistere all'interno dell'Unione di situazioni che, legalmente o illegalmente, provocano una strutturale distorsione del mercato da parte di alcuni stati a svantaggio di altri».

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