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Inchieste
luglio, 2020

C'è una guerra in corso tra Guardia di Finanza e Carabinieri: tutta colpa di una legge

guardia di finanza
guardia di finanza

Una norma, contestata, limita l’accesso alla banca dati con le informazioni sulle operazioni bancarie sospette. E di conseguenza la possibilità di fare indagini proprio in un momento in cui i reati legati al riciclaggio aumentano

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Guardia di finanza pigliatutto, con polizia e carabinieri che protestano e rincorrono. Ridotta ai minimi termini è questa la cronaca della partita tra poteri dello Stato che si gioca in questi giorni. Una partita della massima importanza perché riguarda i controlli sui flussi di capitali e la gestione delle informazioni sulle operazioni sospette. Lo scontro è nato intorno all’approvazione della direttiva europea sulla lotta alla criminalità finanziaria varata l’anno scorso dalla Commissione di Bruxelles. In sostanza, l’Unione Europea ha dettato una serie di regole per migliorare la collaborazione tra le autorità dei singoli Paesi nella comune lotta al riciclaggio e al terrorismo. Dopo il via libera della Ue, ora tocca ai parlamenti nazionali adottare le nuove norme. Facile a dirsi, perché la versione made in Italy della legge emanata in sede comunitaria è diventata oggetto di un confronto tra diverse autorità e apparati investigativi.

Il punto di partenza è l’articolo 3 della direttiva, che delega a ciascuno Stato membro la scelta degli organismi che possono avere accesso, a fini investigativi, all’enorme mole di dati custoditi dall’Archivio centrale dei rapporti finanziari e dall’Ufficio informazioni finanziarie (Uif). Il primo è gestito in Italia dall’Agenzia delle Entrate, mentre l’Uif dipende da Bankitalia. Proprio l’Uif ha il compito di ricevere e analizzare, per poi eventualmente trasmetterle agli investigatori, le cosiddette segnalazioni di operazioni sospette (Sos). Queste ultime provengono da una serie di intermediari individuati per legge, si va dalle banche alle fiduciarie fino ai money transfer e ai gestori di carte di credito.

La posta in gioco, quindi, è l’accesso a una colossale banca dati che contiene migliaia di indizi potenzialmente utili per ricostruire le trame del riciclaggio di denaro sporco con indagini che di frequente rimbalzano da un Paese all’altro. L’anno scorso, per dire, l’Uif ha gestito un flusso di oltre 100 mila segnalazioni (105.789), per il 65 per cento circa provenienti da istituti di credito e da Poste italiane.

A chi vanno le chiavi di questa cassaforte dall’altissimo valore strategico? Carabinieri e Polizia reclamano maggiori poteri di intervento e invocano una riforma che li metta sullo stesso piano della Guardia di Finanza. La questione è a dir poco delicata. A maggior ragione se si considera che il nostro Paese si trova ad affrontare un’emergenza senza precedenti. Tra marzo e maggio di quest’anno, nei mesi più critici della pandemia, l’Uif ha ricevuto 28.300 segnalazioni di operazioni sospette, l’8 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2019. Sono numeri che danno sostanza ai ripetuti allarmi di autorità e analisti sulle infiltrazioni criminali nelle aziende indebolite dalla crisi innescata dall’epidemia di Covid. In prospettiva, le previsioni sull’andamento prossimo venturo dell’economia lasciano poco spazio alla speranza. Con il Pil che in base alle stime più aggiornate quest’anno crollerà dell’11 per cento, nei prossimi mesi il numero delle imprese in difficoltà non potrà che aumentare ancora, soprattutto tra quelle di piccola dimensione. E, di conseguenza, si moltiplicheranno anche le opportunità d’affari per le cosche alla ricerca di nuovi canali per riciclare denaro.

«La crisi di liquidità in cui versano le imprese le rende facili prede di acquisizioni della proprietà o del controllo soprattutto da parte della criminalità organizzata, che dispone di ampie riserve di fondi derivanti da attività illegali», ha spiegato nella sua ultima relazione, pubblicata il primo luglio, Claudio Clemente, il dirigente di Bankitalia a capo dell’Uif. In altre parole, si profila all’orizzonte un’onda anomala di capitali sporchi, un fiume di soldi capace di inquinare anche settori produttivi fin qui rimasti al riparo dal contagio della finanza fuorilegge.

Non c’è tempo da perdere, quindi. E su questo sono tutti d’accordo. Le opinioni divergono quando si passa a discutere dei criteri in base ai quali gli investigatori potranno avere accesso alle informazioni finanziarie custodite dalle banche dati centrali. La riforma delle norme antiriciclaggio del 2019, anche questa varata in seguito all’adozione di una direttiva europea, ha ristretto le competenze di Carabinieri e Polizia nell’analisi delle informazioni raccolte dall’Uif e giudicate utili nel contrasto al terrorismo internazionale. Più in generale la legge italiana designava come “autorità competenti” nell’antiriciclaggio il ministero dell’Economia, la Dia (Direzione investigativa antimafia) e il Nucleo di Polizia valutaria della Guardia di Finanza. Una riforma, quella varata con un decreto legislativo del 2019, che è stata accolta con grande perplessità, per usare un eufemismo, dagli organi investigativi che si sono sentiti in qualche modo accantonati a favore delle Fiamme Gialle.

L’occasione per la rivincita potrebbe essere proprio la nuova direttiva europea ora all’esame del parlamento di Roma. E così, nelle settimane scorse si è sviluppato un intenso lavoro di lobby con l’obiettivo di tornare in qualche modo al passato, estendendo anche a Polizia e Carabinieri l’accesso diretto alle informazioni finanziarie. Tra i favorevoli alla riforma c’è chi sostiene che la stessa Unione Europea sarebbe propensa a un’interpretazione in un’ottica allargata della direttiva, in modo da favorire una collaborazione più efficiente tra le forze di polizia dei vari Paesi. Potrebbe infatti accadere che le indagini promosse su scala internazionale a cui partecipano Polizia o Carabinieri finiscano per arenarsi in Italia perché l’accesso a informazioni finanziarie fondamentali è riservato dalla legge alla Guardia di Finanza. E allora, è la conclusione, conviene adottare le norme europee in una versione che agevoli il più possibile la cooperazione tra autorità diverse. Proprio questo sembrava essere l’orientamento prevalente anche nel Parlamento di Roma che sta discutendo l’adozione della direttiva nell’ambito della cosiddetta “legge di delegazione europea”, in queste settimane all’esame del Senato.

Il vento è cambiato il 30 giugno scorso, quando Pietro Lorefice, rappresentante dei Cinque stelle nella Commissione Politiche Ue a Palazzo Madama, ha presentato un emendamento che sembra studiato apposta per lasciare le cose come stanno e consegnare alla Guardia di Finanza la regia delle indagini sul riciclaggio una volta che la direttiva di Bruxelles verrà introdotta anche in Italia. Nel testo firmato da Lorefice, grillino eletto in Sicilia, a Gela, dove è stato assessore comunale, si legge infatti che va assicurato «il rispetto del vigente assetto istituzionale e di competenze stabilito dall’ordinamento nazionale». Anche in futuro quindi le norme a cui fare riferimento sarebbero quelle contenute nella legge antiriciclaggio attualmente in vigore, una legge che limita i poteri d’intervento di Polizia e Carabinieri. Non solo. Il senatore grillino chiede che l’accesso alle informazioni sui conti bancari sia riservato a una serie di autorità.

L’elenco comprende, tra l’altro, le procure della Repubblica, i questori e tutti gli ufficiali della Guardia di Finanza. Non si fa cenno, invece, ai Carabinieri. Anche l’uso dei dati finanziari viene delimitato in modo molto restrittivo. Infatti, nel documento al vaglio della commissione parlamentare si legge che la consultazione dell’archivio dei rapporti finanziari sarà possibile solo quando sia necessaria per lo “svolgimento” di un procedimento penale, escludendo quindi la fase delle indagini. Infine, il testo presentato al Senato propone un coordinamento tra Guardia di Finanza e Direzione investigativa antimafia in caso di scambio di informazioni con la Uif. Fin qui la proposta presentata da Lorefice. La partita si deciderà nelle prossime settimane. Il fatto però che l’emendamento alla legge delega arrivi dal rappresentante di un partito della maggioranza potrebbe segnalare che almeno una parte del governo, in questo caso i Cinque stelle, è orientata a dare via libera a una riforma che affidi alla Guardia di Finanza una sorta di monopolio nella raccolta e nella gestione delle informazioni finanziarie. La materia è così delicata, e lo scontro tra le diverse forze in campo così acceso, che secondo alcune fonti anche gli uffici giuridici del Quirinale si sarebbero riservati un supplemento d’indagine sulle nuove norme.

Il problema, adesso, è che gli apparati investigativi italiani rischiano di presentarsi in ordine sparso all’appuntamento con l’Europa. A guidare il gruppo, la Guardia di Finanza, a cui la legge riserverebbe un canale d’accesso privilegiato alle banche dati. Poi la Polizia, che comunque mantiene il controllo dell’Asset recovery office, cioè la struttura istituita presso il ministero dell’Interno con il compito di coordinare il recupero dei beni proventi di reato e quindi il riciclaggio. Infine i Carabinieri, privati di un canale prezioso d’informazioni come le banche dati finanziarie, e quindi costretti a rinunciare a uno strumento fondamentale d’indagine. Questa la classifica, per il momento. Al Senato però il dibattito è solo alle prime battute e le rimonte non sono affatto escluse.

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