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Melito di Napoli è un paese completamente in mano alla camorra

Vigili, negozi, funerali, vendita di mozzarelle e aggressioni contro i politici che si ribellano.Il clan Amato-Pagano controlla tutto e con la coca fattura 24 milioni di euro. (Foto di Stefano Schirato per l'Espresso)

Aggiornamento del 18 aprile 2023
La Direzione investigativa antimafia di Napoli, su ordine della magistratura, ha arrestato 18 persone (16 in carcere e 2 ai domiciliari), tra cui Luciano Mottola, sindaco di Melito di Napoli, il presidente del Consiglio comunale e due consiglieri comunali.

 

In via Giuseppe Verdi due uomini si piazzano al centro della strada. Un terzo si affianca alla macchina: «Per caso cercate qualcuno? Lo chiedo per voi, ma anche per noi, sapete com’è qui», dice dopo aver fatto cenno di abbassare il finestrino per vedere bene se qualcuno oltre ai cellulari ha altro in mano. Funziona così a Melito di Napoli nel cuore del comparto 219, palazzine prefabbricate di cinque piani che dovevano essere temporanee nella ricostruzione del dopo terremoto del 1980 e che invece sono diventate eterne. Il numero, 219, si riferisce alla legge che le ha finanziate, voluta dalla Democrazia cristiana con un fiume di denaro poi in gran parte sprecato. Dall’angolo di via Verdi si vedono i bambini della succursale Giovanni Falcone che escono dalla scuola cercando di non pestare i cumuli di immondizia lasciati sul marciapiede. Le mamme sfrecciano veloci con le auto dopo aver fatto salire in macchina i piccoli e le piccole, cercando a loro volta di scansare assi di legno, vetri rotti e mobili abbandonati nelle strade adiacenti. Funziona così nelle case del comparto 219, uno dei fortini del clan Amato-Pagano che a Melito comanda e detta legge. Spazzatura in basso, vedette in alto. Qui chi entra e chi esce è controllato, come lo è nel vicino parco Monaco, quattro palazzine costruite come un cubo aperto, diventate il quartier generale del clan, dei «compagni», come si chiamano tra loro.


A Melito le parole hanno un senso, ma all’inverso. I «parchi» sono agglomerati di cemento senza un filo d’erba, i «compagni» non sono reduci del Pci che qui ha difeso sempre gli ultimi, ma i componenti della “famiglia” nata dopo la scissione dai Di Lauro con la costruzione di un asse di ferro tra i boss Raffaele Amato e Cesare Pagano. A Melito comandano loro e comandano tutto. La procura di Napoli guidata da Giovanni Melillo, dopo anni di indagini prima dei carabinieri e poi della Guardia di Finanza, ha arrestato una trentina di affiliati al clan la scorsa estate. E dalle carte dell’inchiesta è emersa la vera storia di questo centro a ridosso della circonvallazione di Napoli, diventato tra gli anni Novanta e Duemila dormitorio del capoluogo e uno dei più grandi mercati di cocaina del Paese grazie anche ai legami con il narcotrafficante Raffaele Imperiale, da poco arrestato a Dubai: qui il clan, secondo fonti investigative, fattura dalla cocaina 24 milioni di euro all’anno, più del bilancio del Comune.


Melito è a due passi dalle altre piazze di spaccio di Napoli gestite invece dai Licciardi e dai Di Lauro, Scampia e Secondigliano, che quasi si intravedono sullo sfondo. Se ne percepisce solo una vaga presenza perché qui, nel quarto Comune più cementificato d’Europa, il cielo si vede solo a fette, tagliato dai cornicioni cadenti dei palazzoni tutti uguali, e lo sguardo è sempre spezzato da qualche muro. La vera storia di Melito, scritta nelle centinaia di pagine allegate all’ordinanza, è quella di un paese nelle mani di un solo clan che ne controlla ogni aspetto della vite sociale. Tutto era, ed è ancora, in mano loro. Non a caso non c’è stata una sola denuncia da parte dei commercianti, se non quella di un coraggioso salumiere che si è rifiutato di acquistare la mozzarella imposta dal clan e di pagare in alternativa 500 euro al mese ai camorristi: «Nessun altro ha collaborato», dice a denti stretti il comandante provinciale del nucleo di polizia economico-finanziaria Domenico Napolitano che con i suoi uomini ha dato una svolta alle indagini quando un giorno ha piazzato una cimice nell’ufficio di un insospettabile presidente della principale associazione dei commercianti, scoprendo un mondo nero.


Un uomo chiave di questa storia in terra di camorra è Antonio Papa, presidente dell’Ascom con sede in una stradina che taglia il corso principale di via Roma. Oggi le insegne sono coperte da adesivi bianchi, ma qui Papa, uomo per gli inquirenti legato a doppio filo a Mario Riccio, Rosaria Pagano e Marco Liguori (i capi dell’asse Amato-Pagano che si sono succeduti dal 2020 a oggi dopo l’arresto dei fondatori, Raffaele Amato e Cesare Pagano), ha coordinato le estorsioni. La Finanza ascolta Papa che dà istruzioni agli uomini messi a disposizione dal clan per fare le estorsioni: «È un lavoro un poco complicato, nel senso che si deve capire un poco che sono i “compagni” di Melito che ci hanno mandato per fare questa cosa di recuperare qualcosa… il signore che dice no, arrivederci… l’unica cortesia, quale signore che vi ha detto no, vogliamo sapere solo chi è». In alcuni casi Papa mandava i vigili urbani, visto che l’ex comandante Giovanni Marrone e il suo assistente Giovanni Boggia erano a servizio.

 

Come accaduto nei confronti del commerciante cinese Ye Jing per una estorsione da 1.500 euro: «Dobbiamo vedere, dobbiamo mandare un po’ i vigili per vedere cosa possiamo fare», dice Papa. Il cinese deve pagare. Tramite Papa, il clan fa una estorsione anche a Luigi Barretta che si era aggiudicato con la sua azienda la gara per la manutenzione del verde del Comune. Intercettato, Papa si lamenta perché l’allora sindaco Venanzio Carpentieri del Pd aveva fatto una procedura aperta quando loro avevano «già pronto tutto, noi tenevamo l’agronomo, tenevamo la persona che doveva fare tutta la gara». Papa incontra Barretta che non sembra scomporsi più di tanto: «L’appalto mio è 300 mila euro, quanto mi volete fare pagare… quanto tocca pagare a Melito il 3, il 4 il 5?». La tangente sarà il 10 per cento. Il clan ha alzato i prezzi.

 

Come funzionano le estorsioni a quasi 500 commercianti attraverso i gadget per Natale lo racconta Paolo Caiazza, per anni killer fidatissimo degli Amato-Pagano, dal 2016 collaboratore di giustizia: «In concreto la vicenda si svolgeva in questo modo: verso settembre-ottobre “i ragazzi” facevano il giro dei negozi e io stesso ho fornito i ragazzi al Papa. I ragazzi avevano una specie di album in cui vi erano le fotografie dei singoli gadget, ossia penne-calendari-porta patenti, che mostravano ai negozianti. Ogni pacco costava 160 euro. Ogni commerciante era obbligato a prendere almeno un pacco. Mi ricordo in particolare di aver agito nei confronti del negozio di abbigliamento Cean. È bastata la mia presenza, non l’ho minacciato, e lui ha comprato due pacchi». Negli ultimi anni, il ruolo di Caiazza, che con la sola presenza intimoriva i negozianti, è stato preso da Salvatore Chiarello: ruolo che ricopre forse ancora oggi, visto che la scorsa estate è sfuggito al blitz. «Proprio la sua latitanza dà il segnale della forza del clan a Melito», dice il comandante Napolitano. Il collaboratore di giustizia Carmine Cerrato racconta invece il racket per il settore edile: «Per tutte le costruzioni di Melito, Mugnano e Casavatore il clan impone una percentuale che varia in base al valore dell’opera. Per esempio, se l’opera è di valore inferiore a 100 mila euro, noi prendiamo l’8 per cento; superiore ai 100 mila euro prendiamo il 3-4 per cento, mansarde a parte: cioè per le mansarde, secondo della grandezza, chi costruisce paga 5 ovvero 10 mila euro… Tutti i soldi proventi delle estorsioni sono solo della famiglia Amato-Pagano». Cerrato racconta anche che chi si occupa di estorsioni ha stipendi che variano da 6 mila euro, se è un capo, a 1.500 euro se è semplice manovalanza, con tanto di tredicesima a Natale.

 


Estorsioni, ma non solo. Gli Amato-Pagano gestiscono anche i servizi funebri, entrando direttamente nelle ditte che poi, guarda caso, ricevevano il maggior numero di richieste per i funerali. Secondo gli inquirenti le ditte di Gaetano e Luigi Marrone e di Edoardo Moio versavano inizialmente al clan 500 euro a defunto. Ad un certo punto il clan impone che per i servizi di tumulazione il monopolio doveva essere di Moio. Gaetano Marrone, parlando con Papa, minaccia di andare dalle forze dell’ordine: «Allora facciamoci arrestare tutti», dice. E Papa risponde: «Gaetano, mi è stato imposto». Nel 2016 il clan decide quindi di far entrare nella gestione dei servizi funebri la società di Andrea Coppola che assume il fratello di Antonio Papa, Rocco. Il risultato? Tra il 2015 e il 2019 su 600 funerali a Melito, quasi 500 li ha fatti l’asse Marrone-Coppola.

 


Il clan mette le mani dentro il Comune. Lo fa con i vigili urbani, ma anche con un funzionario, Claudio Valentino, già dipendente del Comune di Sant’Antimo, chiamato all’ufficio tecnico dall’ex sindaco Antonino Amente su suggerimento di uomini degli Amato-Pagano. E proprio su Amente le carte del blitz a Melito aprono un filone che lega politica e camorra. Amente è recentemente scomparso, per anni è stato sindaco del centrodestra in alternanza a Bernardo Tuccillo e Carpentieri per il centrosinistra. Amente è stato sindaco anche negli anni Novanta e nei primi anni Duemila, durante la realizzazione dei parchi di cemento e dei comparti post terremoto. Le passate amministrazioni, guidate dal Pci, avevano realizzato prima del terremoto una bozza di piano regolatore per salvare il verde e le aree delle aziende florovivaistiche che a Melito erano molto importanti per l’economica locale: «Le giunte democristiane, sia regionali sia di Napoli, stravolgeranno proprio quel piano per risolvere i loro problemi abitativi cementificando selvaggiamente Melito e portando qui il fior fiore delle famiglie dei clan, che subito hanno gestito in proprio la distribuzione delle case e di fatto tutto il paese», dice sconfortato l’ex sindaco comunista Felice Chiantese. Nel 2011 a sorpresa contro Amente viene eletto sindaco il giovane democratico Carpentieri, che inizia a dare fastidio al clan: «Abbiamo fatto un protocollo con la stazione appaltante unica per gare le gare superiori ai 250 mila euro, abbiamo realizzato protocolli di legalità e aperto lo sportello antiracket, inoltre ho fatto un regolamento sulle feste di piazza, tutte cose che evidentemente hanno dato fastidio», dice oggi Carpentieri. Lo confermano, intercettati, anche gli uomini degli Amato-Pagano. Durante i giorni della sfiducia a Carpentieri diversi consiglieri vengono minacciati fino all’aggressione selvaggia al consigliere dem Carmine Ciro Marano, che pochi giorni dopo lascerà il Consiglio: «Ho la passione per la politica, ma per la politica non sono disposto a rimetterci la pelle», dirà firmando le dimissioni. Dopo anni di indagine, nell’ordinanza degli ultimi arresti gli inquirenti su quel clima coinvolgono anche Amente: avrebbe utilizzato Paolo Caiazza per intimorire alcuni consiglieri comunali, compreso Marano, consentendo quindi poi la sfiducia a Carpentieri. Alcuni collaboratori di giustizia parlano anche di voti comprati per 100 mila euro. All’indomani dell’aggressione a Marano, Amente dirà: «Minacce e aggressioni, ma è evidente che la politica non c’entra». C’entrava la camorra.

 

In questi giorni si è tenuto il ballottaggio e ha vinto con il 51 per cento Luciano Mottola, già vicesindaco di Amente, contro la candidata del centrosinistra Dominique Pellecchia. Una vittoria sul filo di lana con meno di 400 voti di differenza. I consensi nelle sezioni elettorali sono stati quasi sempre un testa a testa. La differenza l’hanno fatta alcune sezioni, come la numero dieci (con 120 voti di scarto), la undici (con 170 voti di scarto) e la dodici (200 voti di scarto): le sezioni di parco Monaco e delle abitazioni che confinano con Scampia. I fortini degli Amato-Pagano. Qui funziona così e nessuno, a parte procura e forze dell’ordine, sembra più volersi davvero occupare di queste terre di camorra.

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