Il caso

La piattaforma dell'Inps per il post reddito di cittadinanza è un fallimento assicurato

L'applicazione che dovrebbe aiutare chi non ha più il sussidio doveva mettere in contatto domanda e offerta: ma le aziende non la possono usare. E sembra costruita solo per i consulenti del lavoro (di cui la ministra Calderone era presidente) e alimentare il business della formazione

di Sergio Rizzo   15 settembre 2023

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Marina Calderone

Se ancora non sei arrivato a sessant’anni e hai due braccia e due gambe, significa che puoi lavorare: perché lo Stato dovrebbe darti il reddito di cittadinanza? Il concetto è semplice. Peccato che trovare il lavoro, pure nella nostra repubblica fondata sul lavoro, sia molto più complesso delle apparenti semplicità. Ci pensa allora la ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone, con un marchingegno miracoloso battezzato Siisl (due i, non è un errore), acronimo che sta per Sistema Informativo per l’Inclusione Sociale e Lavorativa. Difficile dire quanto il giochetto sia costato, ma una cosa è arcisicura: non è gratis. Del resto, in un bilancio come quello dell’Inps chi volete se ne accorga?

 

Perché il provvidenziale aggeggio informatico che dovrebbe risolvere finalmente tutte le storture di un apparato pubblico scandalosamente costoso ma studiato appositamente per essere incapace di far trovare lavoro a chi lo cerca, è un prodotto dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale. Realizzato sotto l’egida della nuova commissaria Micaela Gelera, la «prima donna alla guida dell’Inps», come l’ha presentata la ministra Calderone che l’ha nominata, con comprensibile orgoglio. Le due si conoscono molto bene. La ministra è stata per 17 anni presidente e capo indiscusso dei Consulenti del Lavoro, ossia le figure professionali che assistono le imprese nei rapporti con le maestranze. Mentre la sua protetta Gelera è stata per anni consulente dell’Enpacl. Cioè la cassa di previdenza dei medesimi Consulenti del Lavoro, dei quali ora per continuità familiare è presidente il marito e già socio della ministra, Rosario De Luca, per di più anche ex consigliere di amministrazione dell’Inps.

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Era dunque scontato che Marina Calderone accogliesse trionfalmente il debutto del Siisl: «Ce l’abbiamo fatta! Abbiamo poggiato la prima pietra della nuova piattaforma per l’incrocio fra domanda e offerta di formazione e lavoro». Dopo il governo che si vantava di aver «abolito la povertà» (copyright Luigi Di Maio), ecco allora il governo che sconfigge la disoccupazione. Peccato che la propaganda quasi sempre risulti in aperto contrasto con la realtà. Allora come oggi. E qui vedremo perché.

 

La realtà dice che purtroppo il reddito di cittadinanza non ha affatto abolito la povertà. Sicuramente l’ha alleviata, soprattutto in una fase difficile come la pandemia. Ha fallito però nella battaglia alla disoccupazione. «Garantisce a tutti di inserirsi nel mondo del lavoro», proclamava Beppe Grillo alla vigilia delle elezioni politiche stravinte nel marzo 2018. Peccato che nei primi due anni avessero ottenuto un lavoro stabile appena 536 persone su circa tre milioni di sussidiati. Un sesto dei navigator assunti dallo Stato per trovarglielo.

 

E la faccenda, pur nella strenua difesa della misura da parte dei grillini, disposti perfino a negare le clamorose distorsioni del meccanismo, non poteva passare inosservata. Così il presidente dell’Inps Pasquale Tridico, arrivato nel 2019 con il sostegno del Movimento 5 Stelle che l’aveva imposto sui candidati del centrodestra e della Lega (guarda caso la stessa Calderone e il suo attuale capo di gabinetto Mauro Nori) si era fatto venire un’idea. La cosa partiva da una considerazione ovvia, ovvero che nel database dell'Inps sono presenti non solo i dati dei disoccupati, ma anche quelli delle aziende che ogni mese versano i contributi. Tridico e i suoi collaboratori arrivarono così alla conclusione che nella generale e assoluta inefficienza di tutti i meccanismi fino a quel momento architettati per trovare occupazione, il luogo ideale per far incontrare la domanda e l’offerta di lavoro non poteva che essere banalmente una piattaforma informatica gestita dallo stesso Inps. Dove fossero accessibili i dati dell’offerta, cioè quelli della disoccupazione, e della domanda, cioè delle imprese. In qualche mese si mise a punto un prototipo, che venne proposto al governo di Mario Draghi. Dove però il piano si arenò.

 

Il ministro del Lavoro rispondeva al nome di Andrea Orlando: uno degli azionisti di riferimento del Partito democratico di cui era stato vicesegretario con Nicola Zingaretti. La sua accoglienza al progetto, come ha avuto modo modo di raccontare più volte lo stesso Tridico, fu men che tiepida. Come sempre, in casi del genere, entrarono probabilmente in gioco anche alchimie di tipo politico. Di sicuro, per dirne una, il progetto avrebbe messo in crisi l’Anpal, l’agenzia pubblica per le Politiche Attive del Lavoro al cui vertice il posto del presidente voluto a suo tempo dai grillini, Mimmo Parisi, era stato sostituito da un commissario nella persona del segretario generale del ministero di Orlando, Raffaele Michele Tangorra. Ed è rimasto sepolto in un cassetto dal 2021. Fino a quando l’Inps non ha partorito questo Siisl. 

 

Per quanto possa sembrare assurdo, considerando che fin dal primo giorno del governo Meloni Tridico era in cima alla lista di quelli da mandare a casa, dovrebbe essere un parente proprio della sua idea. Ma con uno spirito radicalmente diverso. Premessa: la piattaforma dovrebbe servire innanzitutto ai famosi occupabili, quelli con meno di sessant’anni ma con due gambe e due braccia ai quali è stato revocato il reddito di cittadinanza, per poter prendere un piccolo sussidio temporaneo di 350 euro al mese mentre frequentano un corso di formazione che gli spianerebbe la strada verso il lavoro. La tecnica è collaudata. Si elimina un sussidio per sostituirlo con un altro sussidio che costa magari di più, ma sembra più digeribile, anche se non produce risultati.

 

E qui già comincia un assurdo percorso a ostacoli. Il nostro occupabile deve per prima cosa presentare domanda telematica all’Inps per usufruire del Supporto di Formazione e Lavoro: Sfl. Successivamente iscriversi al Siisl. Poi, una volta accertata la sua idoneità con la verifica di vari requisiti, sottoscrivere il Pad, Patto di Attivazione Digitale. Quindi firmare il Patto di Servizio Personalizzato (Psp?) con almeno tre agenzie di lavoro. Infine, se è riuscito a sopravvivere fino a questo passaggio, frequentare un corso. Uno dei tanti che gli enti di formazione proporranno. Già, ma per fare che?

 

Bella domanda, perché in questa piattaforma dell’Inps, a differenza del prototipo finito nel cassetto, non sono presenti le aziende. Ci sono però tutti gli altri. I centri per l’impiego, le agenzie del lavoro e gli enti di formazione che possono inserire le proposte formative. Ma l’accesso non è previsto per le imprese, con il risultato che in un sistema concepito per far incontrare la domanda e l’offerta di lavoro, l’offerta non c’è. Di conseguenza anche la formazione rischia di restare, com’è avvenuto finora, nel campo della più totale astrazione. Ovviamente per chi cerca lavoro, non certo per i professionisti del ramo. 

 

Non si dica infatti che un’altra macchina per tagliare il brodo non servirà a nessuno. Sarà utile, eccome, agli enti di formazione per realizzare inutili corsi che però faranno girare tanti soldi pubblici, e pazienza se non produrranno veri posti di lavoro. Quelli dei formatori saranno al sicuro. Servirà pure ai tanti consulenti che con la disoccupazione e l’occupazione ci campano. E ci campano più che bene.

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