Economia

In Calabria predoni e burocrazia rendono la vita impossibile ai pescatori che rispettano l'ambiente

di Monica Pelliccia e Alice Pistolesi   17 maggio 2024

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Le barche legate alle cosche violano tutte le regole. Mentre per gli scafi di tunisini e marocchini non valgono le normative europee. Così chi cerca di attenersi alle norme, spesso cervellotiche, non riesce più a lavorare. E ha paura a denunciare la concorrenza sleale

I predoni del mare pescano, devastano i fondali, impoveriscono il Mediterraneo e, a volte, si scontrano con i pescatori regolari. Sono proprio alcuni di questi, in un clima di intimidazione e paura, a denunciare. Lo fanno anonimamente ma fornendo una serie di elementi circostanziati.

 

«Ho deciso di denunciare la presenza massiva di pescatori di frodo, in particolare di tonno rosso, sulle nostre coste calabresi perché tengo al mio mare: stiamo andando verso un punto di non ritorno, in acque sempre più inquinate e svuotate»: è una delle testimonianze anonime raccolte da L’Espresso e parte di un documentario uscito sul sito di notizie ambientali Mongabay sulla pesca in Calabria.

 

«Queste situazioni sono evidenti: dalla pesca nelle foci dei fiumi, all’utilizzo di reti non consentite dalla legge, oppure l’uso di imbarcazioni amatoriali non registrate che operano direttamente sulle rive, una cosa vietatissima», spiega Francesco (nome di fantasia) che conosce il mondo della pesca fin dall’infanzia, in particolare lungo la Costa Viola, il tratto tirrenico di 35 chilometri che arriva fino allo Stretto di Messina.

 

In Italia, nel 2022 contro la pesca di frodo le Capitanerie di Porto e le forze di sicurezza hanno accertato un totale di 13.172 infrazioni, 36 al giorno, 1,9 per ogni chilometro di costa. In particolare, in Sicilia, Puglia, Campania e Calabria è stato rilevato il 45,3% degli illeciti complessivi, secondo il report Mare Mostrum di Legambiente.

 

Invece, tra novembre e dicembre 2023 la Guardia Costiera ha effettuato nella Regione 1036 controlli effettuati da cui sono emerse 60 sanzioni amministrative per oltre 149.921 euro e circa 3.295 kg di pesce e 13 sequestri di attrezzatura utilizzata illegalmente.

 

Così, gli episodi denunciati anonimamente trovano riscontro questi controlli che riguardano in particolare le specie pregiate: «Sicuramente il grosso della nostra attività viene svolta per tonno, pesce spada e novellame di sarda», spiegaAntonio Lo Giudice, capitano di vascello della Guardia Costiera di Reggio Calabria. 

 

Il tonno rosso è tra i pesci più ambiti e assoggettato a una rigida normativa di tutela nazionale e comunitaria che impone, ad esempio,  ai pescatori di dichiarare la cattura prima di entrare in porto. Ma anche la “neonata” è particolarmente interessata dalla pesca illegale. Pescata da gennaio a maggio in quantità enormi, in Calabria viene trasformata nella pregiatissima “sardella”, venduta ovunque sui litorali ionici. Questo problema è arrivato nell’aprile 2024 al Parlamento Europeo, dopo l’interrogazione alla Camera dei Deputati presentata a gennaio.

 

Una filiera, quella del pesce illegale, difficile da tracciare: «In attività investigative già portate a giudizio abbiamo rilevato l’esistenza in alcune realtà territoriali controllate da alcune cosche di ’ndrangheta anche dal controllo del pescato: cioè l’attività di pesca viene forzatamente disciplinata da alcune famiglie di ‘ndrangheta», spiega Giovanni Bombardieri, procuratore di Reggio Calabria. «In alcuni casi è emerso che gli stupefacenti venivano appositamente abbandonati nell’acqua per essere recuperati da pescherecci», conclude Bombardieri.

 

Una realtà difficile da raccontare, ma a microfoni spenti sono state tante le fonti che hanno parlato. «Ho ricevuto delle intimidazioni», aggiunge il pescatore Marco (nome di fantasia) «dopo aver denunciato illegalità nello Ionio. Mi innervosiva osservare la pesca a strascico su fondali vietatissimi, dove c’è la posidonia (pianta acquatica,ndr) che è un bene da preservare. Non potevo vedere questi pescherecci andare avanti e indietro a strascicare a soli 100 metri dalla riva». 

 

E conclude: «da Amantea a Praia a Mare nulla si muove se i capi bastone di Cetraro non vogliono. Mi sono deciso a denunciare perché nella mia regione ci sono tante persone perbene che credono che la malavita vada estirpata».

 

Al tempo stesso, pescatori e cooperative raccontano le difficoltà del mestiere: «Se tutti i pescatori seguissero esattamente le normative italiane e comunitarie, al mare resterebbe qualcuno a lavorare?»: domanda Vincenzo Tripodi, pescatore di Bagnara Calabra.

 

Secondo le loro testimonianze, fare il pescatore oggi è sempre più difficile. «Ho iniziato a pescare a 16 anni e ho fatto tutti i lavori di mare - racconta Luciano Gioffrè, 62 anni, pescatore di Bagnara Calabra - Mia madre era una “Bagnarota”, una lavoratrice della pesca tipica della cittadina. Noi uomini pescavamo e lei vendeva il pesce. Qui si lavora da sempre non con un solo tipo di pesca, ma in base ai periodi dell’anno. Oggi non è più possibile, ci hanno rovinato».

 

I pescatori incolpano la burocrazia e le leggi nazionali ed europee. «È giusto che ci siano le regole ma non in forma repressiva. Per come stanno le cose non ci può essere ricambio generazionale, hanno ragione tutti i giovani a scappare», conclude.

 

Sulla stessa linea anche Fortunato Polistena, 40 anni, pescatore di Scilla e proprietario di una delle poche imbarcazioni che in questo tratto di costa cattura il pesce spada con l’arpione. «Noi vogliamo andare in mare regolarmente. Ci dipingono come persone cattive e ignoranti, ma non lo siamo. Ormai per andare in mare serve la laurea». Navigare, secondo il pescatore non è economico: «Nel 2023 abbiamo pescato un centinaio di pesci spada e guadagnato 2300 euro in quattro mesi. Non è più possibile gestire una barca, abbiamo troppe spese e miseri guadagni».

 

L’errore più grande, secondo Antonio Lombardo, direttore dell’Op (Organizzazione di Produttori) La Perla del Tirreno, «è stato quello di emanare regolamenti validi per tutto il Mediterraneo senza pensare che altri paesi extracomunitari con noi rivieraschi, come Marocco e Tunisia, non ne sono soggetti. Peschiamo nello stesso spazio, ma noi siamo obbligati a rispettare regole restrittive, mentre loro no». Una situazione che secondo i molti pescatori intervistati da L’Espresso a Bagnara Calabra e Scilla contribuisce a far sì che il pesce consumato in Italia sia, da dati Coldiretti, per l’80% di importazione.

 

Si tratta, inoltre, di un mare impoverito dalla diminuzione delle risorse ittiche che va dal 60% al 90%, a seconda della specie. Per l’ong Sea Shepherd Italia, che lavora come guardia ittica in Calabria insieme alla guardia costiera e alla guardia di finanza, la pesca illegale è la principale colpevole dello svuotamento di questi mari. 

 

In queste zone - spiega Andrea Morello, presidente della Ong - non abbiamo grandi pescherecci, ma migliaia di piccole imbarcazioni. Il controllo di fatto scompare perché le barche, a differenza dei pescherecci, non hanno l’obbligo di tracciabilità. Il pescatore legale non avrà nessun problema a mettere le telecamere a bordo perché in questo modo valorizza il proprio lavoro a norma, tutti gli altri invece protesteranno».