Inchieste
27 agosto, 2025Neonati strappati dalle braccia delle madri in Armenia con l’inganno, per essere dati a genitori all’estero, soprattutto in Italia. Un business senza scrupoli sulla pelle dei più deboli
«Mio figlio è in Italia». Marine vive a Nork Nork, periferia di Yerevan. Quando apre la porta Arevik, la figlia di 7 anni, ci osserva. Marine è anche madre di Grigor, nato nel 2011 quando aveva 20 anni, nel primo matrimonio. «Le ho detto che ha un fratello che non vive con noi, credo sia in Italia» dice mentre, per proteggerla, la porta a giocare nella sua stanza. Marine partorisce alla 29esima settimana all’Ospedale Beglaryan: «L’hanno subito trasferito all’Ospedale di Maternità Repubblicano e il medico Arshak Jerjeryan mi ha detto che non sarebbe sopravvissuto per un ematoma nel cervello».
Arshak Jerjeryan dal 2019 è imputato nel processo in Armenia su sospette adozioni illegali all’estero, con Razmik Abrahamyan, direttore dell’Ospedale di Maternità Repubblicano, e altre nove persone.
Marine oltre alle pressioni di Jerjeryan, subisce quelle del marito e del suocero: «Non volevano un bambino malato». È stremata dal cesareo: «Mi obbligano a firmare un documento, che non mi danno, per un affidamento». Il bambino va all’orfanotrofio “Children’s Home of Yerevan” dove nel maggio 2012 è adottato. Lo scopre quando va lì a riprenderselo dall’allora direttrice Liana Karapetyan, imputata anche lei.
Marine indaga: «All’Ospedale mi dicono che i documenti sono stati distrutti da un incendio e all’orfanotrofio da una perdita d’acqua». Nel 2020 scopre che nel sito del Ministero degli Affari Sociali armeno al suo domicilio sono registrati due figli: «Il padre di Grigor risulta un italiano che ha il numero di sicurezza sociale del mio ex marito». Marine vuole trovare il figlio: «Per dirgli che non l’ho venduto, è sempre nel mio cuore. La gioia più grande sarebbe vedere una foto, sapere che sta bene».
Quella di Marine è la storia di una di tante donne senza voce in Armenia: una società patriarcale con una cultura patrilineare in cui i maschi, se sani, valgono più delle femmine perché assicurano la discendenza familiare e saranno soldati. Costrette ad abortire o a ricorrere alla fecondazione assistita per avere un maschio. A vedersi sottrarre, con l’inganno, i figli.
«Una mafia che traffica bambini»Susanna Sargsyan è l’avvocata delle madri che vogliono giustizia. «Sono oltre 800 quelle che mi hanno contattata e 50 figli. In centinaia di casi i bambini non erano malati, come veniva detto, e sono stati adottati o meglio “venduti” all’estero. Il 45 per cento delle adozioni è avvenuto in Italia. A volte veniva detto che il figlio era morto ma risultava poi vivo, registrato nel domicilio della madre».
Madri a cui spesso era vietato vedere i neonati dichiarati morti, o mostrato un corpo diverso, minacciate, sedate. O messe sotto pressione, perché sole o senza la possibilità di sostenere spese per figli detti, in modo falso, gravemente malati.
Dal 2019 un processo è in corso a Yerevan e riguarda trenta casi di bambini adottati con una decisione della Corte tra il 2016 e il 2018, tra cui venti in Italia. I principali imputati sono Razmik Abrahamyan, direttore dell’Ospedale Repubblicano di Yerevan, accusato, in particolare, di «separazione illegale di un bambino dai genitori o sostituzione di bambino», e Anush Garsantsyan, fino al 2022 rappresentante in Armenia degli enti italiani accreditati dalla Cai (Commissione per le Adozioni Internazionali): Arcobaleno Onlus, Anpas e Famiglia Insieme Onlus, non imputati. Garsantsyan non risponde ma specifica che «le adozione dall’Armenia verso l’Italia sono state gestite da due governi».
Tra gli altri imputati Kristine Narinian, interprete per questi enti, ex funzionari del Ministero della Giustizia Armeno, del Comune di Yerevan, del Ministero del Lavoro e degli Affari Sociali armeni. Il sospetto è che somme previste come spese, dai 15mila euro in su, siano state destinate a tangenti per la “vendita” di ogni bambino con bonifici bancari o in contanti. A volte la “vendita” veniva “legalizzata” con atti ufficiali registrando una falsa paternità.
Un’organizzazione criminale con condotte mafiose, come l’intimidazione alle madri, che ha tratto profitti economici ingiustificati sfruttando situazioni di vulnerabilità e disagio sociale, consolidando così il suo potere.
«Questa mafia, basata su un sistema di corruzione, ha dei rappresentanti anche in Italia ed è guidata da Razmik Abrahamyan, che gode di una certa impunità. L’Armenia non è uno Stato di diritto e le famiglie adottive italiane sono all’oscuro», dice l’avvocato Marat Kostanyan. Ha difeso Syuzan Patvakanyan, madre diventata un simbolo, arrivata in Corte Europea. Nel 1999, a 16 anni, dà alla luce Stella e accusa Abrahamyan di avergliela sottratta dopo il parto con minacce. Occhi nel vuoto, rivela che ancora ha la montata lattea. Sul letto, la bambola per Stella.
Il processo in Armenia riguarda adozioni ufficiali. «Esiste un documento dei genitori biologici che dà il consenso all’adozione, ma secondo alcune testimonianze non sarebbe stato dato in modo libero, ma estorto a madri in situazione di profonda vulnerabilità», spiega Mushegh Hovsepyan, dal 2019 al 2020 assistente del Ministro del lavoro e degli affari sociali dell’Armenia.
Violata è la Convenzione dell’Aja del 1993, riferimento delle adozioni internazionali, che sancisce che «è necessario garantire che il consenso sia dato liberamente». Per la legge armena, le adozioni nazionali sono prioritarie. Per renderle impossibili, i bambini venivano presentati con gravi problemi di salute, sfruttando lo stigma sociale nei confronti della disabilità, labbro leporino incluso. «In almeno un caso sono stati creati doppi certificati medici. In quelli armeni la bambina risultava con una disabilità fisica. Nel 2019, durante una visita all’orfanotrofio, abbiamo scoperto un certificato alternativo che diceva che era sana, preparato da un medico il giorno della visita di potenziali genitori adottivi italiani. Tutto molto professionale. La bambina, a mia conoscenza, è stata adottata in Italia tre anni dopo», dice Hovsepyan.
A parlare ora sono i cimiteri. A Gyumri, città povera 150 chilometri a nord di Yerevan, c’è l’orfanotrofio pubblico “Children’s Home of Gyumri”. «Dal 2005 al 2018 ha dichiarato che sono morti 166 bambini ma non ci sono le tombe», dice l’avvocata Ruzanna Adanalyan. Sono, infatti, solamente una decina le croci dei bambini nel vicino cimitero: senza nome, con una data di nascita e morte. Interrati con i defunti di inizio secolo, in una terra di nessuno. Adanalyan teme che questi minori siano stati illegalmente adottati o finiti in un traffico di organi. Nel registro ufficiale dell’orfanotrofio, mostrato da una fonte anonima, dal 2006 al 2019 57 bambini su 104 dichiarati adottabili all’estero sono stati adottati in Italia.
Costi opachi e progetti fantasma
Una fotografia su “La Difesa del Popolo” dell’8 dicembre 2013 ritrae la “missione italiana a Yerevan”: Razmik Abrahamyan, direttore dell’Ospedale di maternità repubblicano di Yerevan, Arshak Jerjeryan, vicedirettore di Abrahamyan, Anush Garsantyan, Daniela Zella, all’epoca vicepresidente di Arcobaleno Onlus, e il medico Antonio Cassisi.
Fino al 2022, quando la Cai ha sospeso le adozioni in Armenia, per adottare un bambino gli enti, obbligatori in Italia dal 1998, chiedevano ai genitori adottivi 25mila euro. Un «costo di procedura alto» scrive l’Anpas sul sito motivandolo, come fa la Cai, con spese generiche e dubbie. Ma il costo negli Stati Uniti, dettagliato pubblicamente e con minuzia, è inferiore a seimila euro: sono meno di tremila euro le spese mediche e per documenti legali in Armenia.
Per essere accreditati dalla Cai gli enti, senza scopo di lucro, devono «fare cooperazione allo sviluppo», secondo «il principio di sussidiarietà», per garantire al minore le cure nel Paese. Requisiti a cui risponde “Piccoli passi nuovi sorrisi” dei tre enti, con capofila Arcobaleno Onlus. Il progetto, a cui si riferisce la fotografia del 2013, consiste nella realizzazione di «una Sala Operatoria Pediatrica Maxillo Facciale nell’Istituto Nazionale della Salute Riproduttiva di Yerevan» per interventi riparativi ai bambini, in particolare con il labbro leporino. A guidarla Antonio Cassisi, all’epoca direttore del reparto di Chirurgia cranio-maxillo-facciale dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo dove già operava bambini armeni adottati. Nel 2014 Cassisi organizza con Arcobaleno Onlus “Cycling for Armenia”: alcuni ciclisti mettono in palio la bici e viene fatta poi anche una cena benefica. Nel 2016, 20.697 euro arrivano dalla Chiesa Valdese.
«L’ospedale pediatrico si è realizzato a Yerevan con la beneficenza»: annuncia Arcobaleno Onlus su Facebook il 3 settembre 2018. A Yerevan verifichiamo di persona che nell’ospedale non esiste nessuna Sala Operatoria Pediatrica Maxillo Facciale. Chiediamo a Vruyr Grigoryan, a capo del Dipartimento di Ostetricia e Ginecologia. Telefona subito al vicedirettore Jerjeryan, imputato, come detto, dal 2019 per sospette adozioni illegali di bambini all’estero, con Abrahamyan. «Ci sono giornaliste che chiedono della Sala Operatoria, cosa devo dire?». Ci dice di telefonare al vicedirettore: «Jerjeryan ha fotografie e video». Il giorno dopo Jerjeryan ci rimanda ad Abrahamyan che dichiara alla nostra fixer e interprete Arpine Hovhannisyan: «Non ne so nulla, mai avuto a che fare con italiani».
«La Sala Operatoria Pediatrica Maxillo Facciale non è mai entrata in uso, non so perché», risponde Bruna Rizzato, presidente di Arcobaleno Onlus. «È stata completata nella nuova ala dell’Ospedale ma mai aperta perché è scoppiato il Covid, è stata usata durante il Covid solo come sala parto per le donne Covid». Ma sul sito di Arcobaleno Onlus è ancora attiva una raccolta fondi per la Sala: le donazioni vengono accettate. Dove sono finite? Arcobaleno Onlus e Antonio Cassisi non rispondono.
Arcobaleno Onlus ha fornito «giustificativi delle spese, evidenze fotografiche dei lavori completati e la distinta del bonifico in favore dell’ospedale», spiega Giulia Abbati della Chiesa Valdese.
Altri progetti riguardano il centro culturale Teryan di Yerevan: “Intrecci di futuro” di Anpas con Arcobaleno Onlus, realizzato con un contributo della Chiesa Valdese di 38.662 euro, e “Tessere per essere” di Famiglia Insieme «per migliorare le condizioni delle donne armene».
«Con la donazione abbiamo ristrutturato il Teryan Cultural Center», dice la direttrice Lilit Melikyan, «Anush Garsantsyan, inoltre, ha portato i nostri foulard in Italia ad alcuni enti da rivendere». È questo “Tessere per essere”? La presidente di Famiglia Insieme Roberta Mazzega non risponde. Per legge «la mera raccolta di fondi o il solo invio di beni non è un elemento sufficiente come attività di promozione dei diritti dell’infanzia ai fini dell’autorizzazione degli enti».
Nel 2020 Anpas informa la Chiesa Valdese che Garsantsyan è coinvolta in una vicenda giudiziaria sulle adozioni. Anche se i fatti non erano collegati all’oggetto del contributo, la Chiesa Valdese lo congela «fino a quando Anpas ci ha attestato la chiusura definitiva della vicenda giudiziaria accompagnata da documentazione giudiziaria», spiega Abbati.
Una sentenza di cui l’Anpas «non è più in possesso» e che non c’è su Datalex (database dei casi giudiziari in Armenia). «Dato che avete chiesto anche alla Cai, la Cai ci ha interpellato questa mattina per avere tutta la documentazione dei progetti di cooperazione», dice il 27 giugno 2025 Bruna Rizzato di Arcobaleno Onlus.
Progetti che la Cai avrebbe, da statuto, «coordinato», «monitorato», «vigilando» sull’operato degli enti. Cos’è stato fatto? «La verifica», risponde la Cai, si fa «al momento del rilascio dell’autorizzazione e in occasione dell’esame delle relazioni allegate ai bilanci annuali degli enti». Nessun controllo adeguato. Un quadro opaco in cui rientra anche il numero dei minori adottati: sono 221 dal 2006 al 2022 secondo gli enti. Arcobaleno Onlus dichiara «160 ingressi dei bambini dall’Armenia». Ma «è un errore», ammette la Cai dopo una nostra richiesta, «sono 164» per un totale di «225 procedure adottive». Per la Cai i minori adottati sono 237.
*Questa inchiesta giornalistica è stata realizzata da Cinzia Canneri e Sabrina Pisu con il sostegno del Journalismfund Europe



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