Il calcio è uno sport per tutti. Forse. Di fatto le persone nello spettro dell’autismo hanno delle serie difficoltà, dovute alla minore facilità di coordinamento – correre e guardare un oggetto in movimento, e provare anche a colpirlo non è così semplice come sembra – e al fatto che le regole possono risultare ostiche. Ma c’è chi ha voluto lanciare il guanto della sfida, e dimostrare che il gioco del calcio è lo strumento migliore per aiutare i bambini autistici di tipo 1 – gli asperger, per intenderci – nella socialità. E’ l’associazione ScopriAmo l’Autismo che, in collaborazione con l’Università Campus Bio-Medico, ha dato vita ad una tra le iniziative più innovative nel campo.
Progetto Calcio Inclusivo
Nato in collaborazione con l’Accademia Gialloazzurri di Roma, è rivolto a bambini tra i 6 e i 12 anni con diagnosi di autismo di tipo 1. I “mister” sono stati sottoposti ad una formazione che ha consentito loro di trasformare il calcio in uno spazio di crescita, divertimento e relazione. “Giocare a calcio è un desiderio comune a tutti i bambini, ma per quelli nello spettro può essere una sfida enorme”, spiega Margareth Martino, medico chirurgo e vicepresidente dell’associazione ScopriAmo l’Autismo, che continua: “Regole complesse, coordinazione, interazioni sociali: tutto può diventare fonte di stress. Ma con l’approccio giusto, anche il calcio diventa terapeutico”. Il progetto - gratuito per le famiglie - è già alla seconda edizione e vede il coinvolgimento diretto dell’Università Campus Bio-Medico, che sta lavorando con i propri ingegneri biomedici a una piattaforma digitale che, grazie ai dati raccolti con la wearable technology, unitamente ad immagini realizzate con un particolare tipo di drone, punta a realizzare uno studio che possa misurare scientificamente l’impatto del gioco sulla socializzazione dei bambini nello spettro. “L’autismo non è una malattia da curare, ma una neurodiversità da comprendere e valorizzare”, ribadisce Martino. “Negli Usa esistono studi che dimostrano come il calcio possa migliorare l’empatia e le competenze sociali”.
Le statistiche parlano chiaro
Oggi 1 bambino su 36 viene diagnosticato con disturbo dello spettro autistico, in Italia il fenomeno riguarda 1 bambino su 77 nella fascia 7-9 anni, parliamo circa 600.000 famiglie interessate dal tema.
Calma sensoriale nei negozi: una spesa che diventa inclusiva
L’inclusione non si gioca solo sui campi sportivi, ma anche nei piccoli gesti quotidiani. È da questa consapevolezza che nasce il progetto “Noi Siamo Amici di ScopriAmo l’Autismo”, che ha già coinvolto oltre 100 esercizi commerciali tra supermercati Elite, farmacie Farmacap e numerosi McDonald’s di Roma e provincia. Durante le cosiddette “ore di calma sensoriale”, due a settimana, i punti vendita abbassano luci e musica, riducono i rumori e offrono ambienti più accoglienti per le persone con ipersensibilità sensoriale. “Il 90-95% delle persone nello spettro vive difficoltà legate all’ambiente sensoriale”, spiega Martino. “Ridurre gli stimoli è il primo passo per evitare le crisi e migliorare l’esperienza di vita”. A supporto dell’iniziativa è stato realizzato anche un avatar educativo, il Dottor Aut, che con un linguaggio semplice spiega ai clienti e al personale cosa succede quando un bambino autistico è sovrastimolato. “Per loro, è come se tutti i cinque sensi fossero attivati al massimo, tutti insieme, senza filtri”, racconta Martino. “Se la società vuole essere davvero civile, deve imparare ad accogliere anche questo tipo di neurodiversità”.
Verso un modello italiano di inclusione attiva
Quello che emerge dalle iniziative di ScopriAmo l’Autismo e dall’impegno dell’Università Campus Bio-Medico è un modello multidimensionale, in cui formazione, sport, quotidianità e tecnologia si incontrano per superare le barriere – visibili e invisibili – che ancora oggi limitano la vita delle persone autistiche. Un modello che, come ricorda Margareth Martino, “non può prescindere dall’ascolto della persona nello spettro”, né dal coinvolgimento attivo delle famiglie, delle scuole, del mondo medico, e della società intera. Perché l’autismo non è una malattia che si cura, ma una condizione che dura tutta la vita. Possiamo però migliorare la qualità di quella vita. Basta ascoltare, capire, e cambiare prospettiva.