Innovazione
28 agosto, 2025La Cina scommette su droni e umanoidi per sostenere la sua crescita e sopperire al calo demografico e della forza lavoro. A guidare la spinta high tech, un gruppo di aziende di Hangzhou
Sono le tre del pomeriggio nei campi di Zhoujiazhuang, l’ultima comune maoista. Situata nella provincia dell’Hebei, è il polo di attrazione per i curiosi di un passato che ha forgiato lo spirito del presente. O almeno così vuole la retorica. Il caldo e l’umidità si sono trasformati in una tamburellante pioggia estiva sugli alberi di pere e le distese di angurie pronte da raccogliere. Ma nel cuore dell’estate i turisti sono ancora pochi. A giungere in gruppo sono invece una ventina di uomini e donne tra i sessanta e gli ottant’anni in sella alle loro biciclette elettriche, alcuni già pronti con vanga e badile, i pantaloni blu consunti e i ciuffi di capelli bianchi che svolazzano sulle orecchie. Si apprestano al turno pomeridiano. Sono gli ultimi lavoratori di un tempo che si è chiuso da almeno trent’anni ma che per alcuni anziani è rimasto stile di vita. «Dove sono i vostri colleghi più giovani?», chiedo, osservandoli mentre chiacchierano e tirano fuori i trattori dalla rimessa con i tetti di lamiera. «Quali colleghi più giovani?», risponde il contadino Wang, sgranando gli occhi: «Dopo di noi ci saranno solo i robot».
Benvenuti nella nuova Cina, quella che sta prendendo il posto della vecchia culla manifatturiera del mondo, che a sua volta aveva soppiantato l’economia maoista. Negli ultimi anni i droni hanno preso a sgobbare nei campi al posto dei loro padroni: poche centinaia di euro evitano ai contadini di passare ore sotto il sole tra diserbanti e concimi, e velocizzano il lavoro dei vecchi mezzi meccanici. Un drone alla volta, la Dji di Shenzhen è diventata un colosso mondiale al punto che perfino gli agricoltori americani, nonostante la diffidenza geopolitica, ne acquistano i prodotti: sono poco costosi e altamente efficienti. In altre parole, senza rivali. Almeno per ora.
L’agricoltura è solo uno degli ambiti in cui la robotica sta sostituendo il lavoro umano nell’economia cinese. L’anno scorso Pechino è diventata la prima produttrice di robot industriali (i cosiddetti bracci robotici) e la prima acquirente, installando il 54 per cento dei robot globali, a stare ai dati della Federazione Internazionale di Robotica. Nel 2024 i suoi brevetti del settore sono stati i due terzi del totale. Si tratta di un mercato che oggi vale circa 17 miliardi di euro e che potrebbe superare i 40 miliardi nei prossimi sette anni, secondo la società di consulenza americana Fortune Business Insights.
A spingerlo non c’è soltanto la ricerca di maggiore efficienza economica, ma anche l’urgenza di creare una forza lavoro alternativa. Negli ultimi tre anni la Cina ha visto diminuire la sua popolazione – conseguenza della politica del figlio unico introdotta negli anni Ottanta e ritirata nel 2016 – e ha ceduto nel 2023 il record di Paese più popoloso del mondo all’India. Ha pur sempre un miliardo e quattrocento milioni di cittadini, ma le previsioni dell’Onu vedono scendere la popolazione a 1,3 miliardi nel 2050, con un numero raddoppiato di over 65, e addirittura dimezzarsi a fine secolo.
E poi c’è la realtà del deteriorarsi lento ma inarrestabile del motore della sua crescita economica, un declino certamente accelerato dalle politiche tariffarie trumpiane ma comunque inevitabile: la produzione ed esportazione in massa di beni a basso costo non basta più a sostenere la crescita di una potenza mondiale. Non solo perché le produzioni si sono spostate in Paesi vicini con costi più competitivi e manodopera sufficientemente qualificata (elementi che mancavano vent’anni fa). Ma anche perché il declino demografico e le esigenze di una società sempre più ricca richiedono un cambio di paradigma. Così lo sviluppo di tecnologie avanzate, dai robot ai droni, dagli umanoidi all’intelligenza artificiale, è diventato il nuovo motore di Pechino.
Se la regione meridionale del Guangdong che per anni è stata la principale contributrice delle finanze pubbliche oggi soffre, tante Pmi costrette a chiudere o a reinventarsi – con l’eccezione Shenzhen – una piccola regione stretta tra le montagne e l’acqua, è diventata il fulcro di questa nuova economia: lo Zhejiang. La chiamano la Silicon Valley cinese questa terra, che ha in Hangzhou la capitale, dove si sono dischiuse le uova dei “Sei piccoli draghi” cinesi: Game Science, esplosa con il videogioco Black Myth, DeepSeek, creatrice della più famosa Ia cinese, Unitree Robotics, colosso dei robot umanoidi più avanzati al mondo, Deep Robotics, campione dei robot quadrupedi a uso industriale, BrainCo, la celebre società neurotecnologica cinese, e l’azienda di software Manycore Tech. Shanghai è la patria cinese delle multinazionali, Hangzhou quella delle startup. Con un’eccezione chiave: Alibaba. È stata la prima celebre startup high tech di Hangzhou. È diventata l’azienda simbolo della nuova Cina.
«L’intera catena del valore tecnologico, le più avanzate batterie elettriche al mondo incluse, tutto si trova nel raggio di 100 chilometri da qui, con grandi economie di scala e bassi costi», dice Maria Kantoul, fondatrice e amministratrice delegata della francese Automatica Robotics, una startup di software Ia per robot, negli uffici di DeepSeek, con cui ha intrecciato una collaborazione: «Siamo qui perché i robot non sono più soltanto delle macchine, ma delle piattaforme che possono fare diverse cose a seconda del software che li anima».
Fuori dalle finestre di Deeptech, due cani robot si arrampicano su per scale metalliche e scendono da ostacoli posti a un metro di altezza, tra gli occhi ammirati dei tanti imprenditori di ogni angolo del mondo che ogni giorno visitano l’azienda fondata da due dottorati dell’Università tecnologica dello Zhejiang, Zhu Qiuguo e Li Chao, per competere con Boston Dynamics.
A qualche chilometro di distanza Unitree Robotics, che non apre le porte ai media stranieri, anch’essa fondata da un ex studente dell’Università dello Zhejiang, a luglio ha lanciato sul mercato R1, il suo ultimo umanoide, messo a punto per il mercato di massa. Per cinquemila euro è oggi possibile acquistare un robot di 25 chili, dalle fattezze umane e dai movimenti fluidi, capace di tirare di boxe, fare la ruota e sostenere una conversazione.
Secondo Morgan Stanley, nei prossimi vent’anni avremo circa un miliardo di umanoidi in circolazione, per lo più per usi industriali e commerciali. «Ci sarà un’adozione lenta nei prossimi cinque anni e poi un’accelerazione nei due decenni successivi», prevede. Un mercato dal valore di oltre quattromila miliardi di euro che nei prossimi anni potrebbe far impallidire quello dell’auto. Perché Il futuro è sì elettrico. Ma non esclusivamente a quattro ruote.
3. Continua
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