Innovazione
14 gennaio, 2026È accaduto un po' alla volta, con una progressiva erosione della connettività. Poi il traffico nazionale è crollato, fino al blackout di rete. Da infrastruttura tecnologica a strategia di controllo dell’informazione. Il commento di Pegah Moshir Pour
Spegnere Internet. Per l’Iran si è trattato di una misura politica prima che tecnica. Qui la connessione alla rete non è un diritto, ma una concessione che può essere negata a quanti mettano in discussione l’ordine delle cose. Quando gli iraniani sono scesi in piazza - qualche giorno fa - il mondo ha esultato e sostenuto quell’atto di coraggio che contestava Ali Khamenei. Ma la Storia insegna che le manifestazioni che si estendono sfuggono al controllo, e nell’epoca dell’Intelligenza artificiale anche la connessione alla rete globale diventa un rischio. Interromperla significa isolare la protesta e ridurne l’impatto, dentro e fuori dai confini nazionali.
Nuova strategia
“Hanno però lasciato aperto lo spazio comunicativo per dieci giorni” dall’inizio delle proteste. A farcelo notare è Pegah Moshir Pour - attivista digitale di origini iraniane - che L’Espresso ha incontrato per fare chiarezza rispetto alle strategie messe in campo dal governo Iraniano. “Nelle altre proteste, internet era stata subito oscurato” ma questa volta la strategia è cambiata: “C’è stato un uso massiccio di Intelligenza artificiale per manomettere i contenuti digitali. Il regime della Repubblica islamica ha un esercito digitale molto potente, con troll molto efficaci, spesso utilizzati anche dalla Russia”. Una forma più evoluta, digitale, della “macchina della propaganda che il regime porta avanti da sempre”.
Spiega Pegah Moshir Pour: “Noi attivisti abbiamo subito denunciato, chiedendo alle persone comuni di non divulgare quei contenuti” che rafforzavano una narrazione di regime. Per capire meglio: “L’esercito digitale della Repubblica islamica ha provato a manipolare l’opinione pubblica mondiale, cavalcando l’onda di Israele e provando ad attribuire la colpa della rivolta al Mossad, si è parlato di 600 persone dei servizi segreti israeliani che avrebbero guidato la protesta”. Chi ci ha creduto, dice l’attivista, “non conosce la storia dell’Iran. Queste proteste sono il frutto di 47 anni di oppressione”, e della recente crisi economica che ha colpito il Paese. Il regime ha provato quindi a delegittimare i manifestanti, ma con scarsi risultati, e questo ha poi portato a chiudere definitivamente Internet.
Crisi economica
Il rial – la moneta ufficiale iraniana – soccombe sempre di più ad un’inflazione galoppante e si svaluta rispetto al dollaro, con conseguenze disastrose per la popolazione. Le proteste che attraversano il Paese dal 2025 sono state inizialmente accolte dal regime, che ha riconosciuto un voucher ai cittadini, pari a sette dollari. Ma questo non ha placato gli iraniani che, scesi in piazza per salutare la fine del 2025 e l’inizio del nuovo anno, non si sono più fermati.
Nel giro di pochi giorni la dimensione economica ha lasciato il passo alle rivendicazioni e alla critica rivolta al sistema politico e religioso e gli slogan hanno iniziato a colpire il vertice del potere. Senza un capo da punire, la rivolta frammentata è diventata capillare, e il sostegno degli Iraniani espatriati – fra cui l’ex principe ereditario Reza Pahlavi, ma ci sono circa cinque milioni di iraniani fuori dall’Iran – ha dato un forte segnale di instabilità del Regime, a livello internazionale.
L'abitudine
Update: #Iran has now been offline for 120 hours. L’aggiornamento in tempo reale lo segna l’account social di Netblocks, l’osservatorio internet che monitora la libertà della rete – mapping internet freedom. Il regime iraniano aveva fatto ricorso alla soppressione della rete già nel "blody novembre 2019", quando la repressione fu mascherata con una lunga settimana di isolamento digitale, per impedire al mondo di vedere l’entità della violenza: centinaia di vittime e miliardi di dollari persi per l’economia iraniana. Ma le radici della rivolta “soppressa online” affondano nel 2009, quando il “green movement protest” contestò l’elezione presidenziale.
Il costo dello shutdown
L’economia iraniana risente del blackout di internet: ogni giorno “costa” circa 37 milioni di dollari e si accumula col rischio di ritorcersi contro gli stessi pilastri su cui si regge il potere. In Iran gli shutdown di Internet paralizzano anche il business. Le restrizioni applicate alle VPN e connessioni sicure HTTPS compromettono i sistemi di pagamento, le autenticazioni a più fattori e la posta elettronica aziendale, creando un effetto domino sull’intera economia digitale. In meno di una settimana la stima della “perdita” è di circa 220 milioni di dollari, una cifra insostenibile per un Paese già stretto da inflazione, sanzioni e crisi valutaria.
La storia si ripete
Già nel 2022-23 le proteste seguite alla morte di Mahsa “Jina” Amini portarono un’altra interruzione dei servizi internet, e le conseguenze furono drammatiche: nelle prime due settimane il volume dei pagamenti online si dimezzò. L’Iran possiede un settore e-commerce sorprendentemente dinamico: circa l’83% delle attività online utilizza piattaforme come Instagram, WhatsApp e Telegram per vendere, ma furono tutte bloccate, con una stima di costi - per le interruzioni ricorrenti nei 17 mesi successivi – di circa 1,6 miliardi di dollari a danno dell’economia nazionale.
L'Internet nazionale
Ci sta provando, il regime, a realizzare un “Internet dell’Iran”. Il National Information Network è progettato per separare la Rete interna da quella globale, permettendo al Governo di interrompere l’accesso internazionale, mantenendo attivi alcuni servizi domestici e offrendo una parvenza di normalità digitale.
Questa centralizzazione consente di attivare dei blackout rapidi ed efficaci, ma ha un costo elevato. E l’idea di accendere e spegnere a piacimento internet in alcuni settori è un’utopia. Al contrario, la necessità di sorvegliare la popolazione e sostenere un’economia moderna da oltre 90 milioni di abitanti ha fatto emergere in Iran un vasto settore ICT semi-privato, composto da provider Internet, operatori mobili, aziende IT. Proprio loro hanno lanciato il segnale d’allarme: nel 2022 fu l’AD dell’operatore telefonico RighTel a denunciare, con una missiva diretta al ministro delle Comunicazioni, minacciando l’uscita dal mercato. E pare non fu il solo, fra i sostenitori del sistema, a chiedere di preferire il business alla repressione: gli shutdown stanno creando una nuova fascia di scontenti, alienando anche chi finora ha sostenuto il regime.
Il Paese delle contraddizioni
Ancora Pegah Moshir Pour prova a spiegarci questo Paese delle contraddizioni: “C’è una grande mania di controllo. In passato Khamenei aveva creato il corpo paramilitare dei Basij, che controllavano i cittadini, oggi ci sono i Basij digitali: persone specializzate in ingegneria informatica, coding, robotica, che controllano senza essere controllati”. E quello che più stupisce è che l’uso di tecnologie è alla portata di tutti. Spiega l’attivista: “Nella mia famiglia, possono esserci anche persone di 80 anni, ma sono tutti bravissimi ad usare le applicazioni VPN, servono per rompere la censura e parlare con il Mondo. In Iran l’istruzione è una necessità, il tasso di alfabetizzazione è 90% e il 60% delle donne sono laureate in stem. Lo studio è leva di emancipazione giovanile”.
La minaccia
Tornando ad oggi, il blackout è nazionale e quasi totale, segno del fatto che la protesta è percepita come minaccia concreta. Solo l’1% delle connessioni risulta attivo. In un Paese dove la crisi economica è la scintilla delle proteste, spegnere Internet troppo a lungo rischia di ottenere l’effetto opposto: portare ancora più persone in piazza.
Ci pensa lui
Elon aiutali tu. L’attenzione internazionale si è concentrata su Starlink, la rete satellitare di SpaceX. Chiamato in causa a gran voce, Musk ha giocato la sua partita, ma forse non è servito a molto. Un silenzioso ed iconico annuncio della discesa in campo: sulla piattaforma X l’emoji della bandiera iraniana è stata cambiata, ripristinando la Iranian flag con il leone e il sole - abolita con la rivoluzione islamica del 1979 - già simbolo della protesta contro l’attuale regime. Ma il Governo non è stato a guardare: ha avviato una sorta di guerra elettronica – utilizzando i jammer militari - per disturbare i segnali satellitari. Le prime misurazioni indicavano un’interruzione parziale del traffico. La connessione di Starlink ha aiutato i manifestanti, ma a macchia di leopardo. Alcune connessioni clandestine resistono e continuano a funzionare, ma in modo instabile e Starlink è diventato un bersaglio simbolico e tecnico, oltre che un terreno di scontro politico.
Rete privata virtuale
Quando si verifica un blackout i blocchi possono essere aggirati con le VPN - reti private virtuali – che creano connessioni dirette nascondendo l’indirizzo IP d’origine e garantendo una navigazione anonima grazie a dei server esterni. Ma possono essere rapidamente individuate e degradate e quando anche queste soluzioni falliscono, la comunicazione si riduce a forme locali e a bassa tecnologia. Applicazioni che sfruttano Bluetooth o Wi-Fi diretto permettono di creare reti temporanee basate sulla prossimità fisica, efficaci solo in contesti di alta densità come le piazze. Strumenti fragili e poco sicuri che permettono però di non spegnere del tutto la comunicazione, che diventa umana prima che digitale.
Guerra d'informazione
All’isolamento digitale fa eco la televisione di Stato, che diventa l’unica fonte di informazione accessibile. All’estero, invece, il regime mira a rendere ogni versione dei fatti contestabile, indebolendo la credibilità delle testimonianze indipendenti. L’abbiamo visto, l’Iran è fra gli esempi più avanzati di “internet sovrano” e di controllo, da parte dello Stato, dell’infrastruttura e degli accessi e flussi di dati. Ogni blackout rivela al tempo stesso forza e fragilità del potere: dimostra la capacità di spegnere la rete, ma anche la consapevolezza che la connessione è uno spazio di autonomia difficile da governare. Spegnere Internet non elimina le cause della protesta. Al contrario, rende evidente che nel Ventunesimo secolo il controllo della rete è diventato uno dei fronti decisivi dello scontro tra autorità e società civile.
E domani?
“Da un punto di vista strategico, l’Iran degli Ayatollah è stato molto furbo”, ci racconta infine Pegah Moshir Pour, che ci ha guidati nell’analisi dei fatti che stanno devastando, ancora una volta, l’Iran. L’attivista ci spiega che il regime “si è mosso sviluppando una importante strategia nazionale di Intelligenza artificiale grazie alla Cina”. Lo scenario è complesso perché la narrazione di Paese arretrato, che a livello internazionale non si fa fatica a recepire, permette al regime di “non esporre le proprie reali potenzialità nell’uso del tech – dice Moshir Pour - Non parliamo solo della ‘guida suprema’ ma anche dei guardiani della rivoluzione, i Pasdaran, che utilizzano sistemi di cybersecurity molto avanzati. E firmano anche attacchi informatici al mondo occidentale, per cui spesso viene imputata la Russia. È tutto oscuro e nebuloso”. E fa anche molta paura.
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