Innovazione
14 gennaio, 2026Cosche e cartelli reclutano programmatori come un tempo reclutavano killer. Non inventano nuovi reati, ma li moltiplicano, li velocizzano e rendono efficiente il sistema
Per anni abbiamo pensato alla mafia come a un’entità arcaica, intrappolata nei suoi riti, nei pizzini, in un immaginario fatto di territori da presidiare con minacce e paura. Una creatura antica, certo pericolosa, ma immobile, quasi rassicurante nel suo essere prevedibile. E invece, mentre l’opinione pubblica discuteva ancora di droni giocattolo e fake news, la criminalità organizzata ha fatto ciò che sa fare meglio: cambiare pelle nel momento esatto in cui nessuno la guarda.
Così, mentre oggi istituzioni e legislatori rincorrono il futuro, le cosche l’hanno già incorporato. L’intelligenza artificiale non è più un esperimento, è la loro nuova arma invisibile. La trasformazione è silenziosa ma radicale.
Le mafie non hanno mai avuto la reputazione di essere lente, e infatti non lo sono state neanche questa volta. Hanno capito prima di tutti che il potere si sposta dove si spostano i dati. Così clan e cartelli hanno iniziato a reclutare programmatori come un tempo reclutavano killer, cercandoli tra i talenti frustrati, nei laboratori universitari, tra chi vive di competenze che il mercato sfrutta e sottopaga. A volte con il denaro, altre con intimidazioni, altre ancora trasformando un bisogno in una trappola.
Questi “specialisti ombra” non costruiscono start-up, costruiscono infrastrutture di potere. Rendono le operazioni più leggere, più pulite, più difficili da intercettare. Ottimizzano riciclaggio e frodi, automatizzano l’illegalità, trasformano la criminalità in un meccanismo scalabile come se fosse un modello di business. E non si tratta soltanto di creare deepfake o lanciare phishing più credibili, quella è la parte ridicola dell’iceberg, la superficie che tutti possono immaginare.
Dietro, le Ia-mafie utilizzano strumenti capaci di individuare vulnerabilità digitali, generare contenuti falsi con una fedeltà che sfida ogni verifica, automatizzare frodi che prima richiedevano mesi di preparazione manuale. Non inventano nuovi reati, li replicano, li moltiplicano, li velocizzano. Creano una catena di montaggio del crimine in cui la velocità diventa profitto e il profitto diventa protezione. La tecnologia non resta confinata negli schermi, scende in strada, nei territori dove le forze dell’ordine parlano ancora di “nuove frontiere del crimine” mentre i clan le hanno già superate. Nelle periferie, nei porti, nelle campagne, la tecnologia lavora anche quando gli uomini dormono.
Droni semi-autonomi sorvegliano magazzini e tracciati, trasportano microcarichi che non devono essere intercettati, anticipano movimenti sospetti. Sensori minuscoli, quasi invisibili, registrano passaggi, presenze, anomalie. Reti logistiche automatizzate riducono l’esposizione degli affiliati, minimizzano i rischi, trasformano vecchi percorsi in traiettorie ottimizzate.
Ma forse la mutazione più inquietante è quella che riguarda le identità. Un tempo servivano falsari, contatti, mani pazienti e artigiani compiacenti. Oggi basta un clic per creare voci artificiali indistinguibili da quelle reali, volti che non appartengono a nessuno ma sembrano appartenere a qualcuno, documenti digitali alterati con una precisione che rende obsoleti molti sistemi di controllo.
Questi strumenti non servono solo a truffare, servono a confondere, intimidire, disorientare. Possono rallentare un’indagine, far dubitare un testimone, creare una nebbia informativa dove prima esistevano tracce discrete ma solide. La mafia non deve più minacciare apertamente per condizionare, le basta generare dubbi. E il dubbio, lo sappiamo, è più perforante della paura.
In questo scenario, davanti a una criminalità che evolve con la stessa rapidità delle aziende tecnologiche, continuare a rispondere caso per caso significa perdere.
Occorre una cooperazione internazionale reale, non diplomatica; servono forze dell’ordine e magistrati formati tecnicamente, in modo continuativo; servono regole sull’uso dell’Ia scritte nell’interesse pubblico, non secondo i desideri di chi le produce e le vende; serve un monitoraggio costante di ciò che sta arrivando, non solo di ciò che è già accaduto.
Le Ia-mafie hanno già compreso ciò che lo Stato fatica ancora a metabolizzare, oggi il potere non passa più soltanto per il controllo del territorio, ma per il controllo dei dati, delle percezioni e dei vuoti che lasciamo incustoditi. In questo nuovo scenario la forza non è più nel colpire, ma nel rendersi irrintracciabili; non è più nell’intimidazione visibile, ma nella manipolazione silenziosa di ciò che riteniamo vero. Se non si interviene ora, il rischio è che la criminalità organizzata diventi la prima, vera beneficiaria della transizione digitale.
Perché mentre le istituzioni discutono come regolamentare il futuro, c’è già chi lo sta occupando, passo dopo passo, saturando gli spazi grigi dove il diritto fatica ad arrivare. Ed è in quei varchi, spesso invisibili, che la mafia contemporanea ha trovato la sua nuova industria redditizia, non più nelle strade o nei retrobottega, ma negli interstizi del dispositivo sociale, dove un algoritmo vale più di una pistola e il controllo non ha più bisogno di mostrarsi per esistere.
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