Innovazione
5 gennaio, 2026Da redattrice di testi ad addestratrice di intelligenza artificiale. “Creavo prompt il più violenti possibile. Individuare le falle del sistema era lo scopo. E su quello venivo valutata”
Susanna, la chiameremo così, ha iniziato a guardarsi intorno per trovare una nuova occupazione all’inizio del 2024. In quel periodo, OpenAI, l’azienda proprietaria di ChatGpt, contava già 200 milioni di utenti attivi ogni settimana. Gemini, firmata Google, cresceva più lentamente e, per fronteggiare la concorrenza, aveva moltiplicato in tutto il mondo le offerte di lavoro per Ia trainer.
Susanna si è convinta a rispondere. L’intermediaria era Tech Mahindra, una joint venture tra il grande produttore di automobili indiano e la British Telecommunications.
Il compito consisteva nell’insegnare a Gemini e altre Ia a rispondere a qualunque genere di domanda degli utenti. Dalla ricetta per il pollo in padella, a complesse nozioni di fisica quantistica. E come fronteggiare quesiti sensibili o prompt dal contenuto esplicitamente violento.
Da sette anni, a partita Iva, Susanna lavorava già sull’online scrivendo articoli riempitivi per i siti web. Proprio l’avvento dell’intelligenza artificiale ha reso sempre meno richiesto e remunerativo il suo lavoro, con il quale fino ad allora era riuscita a spuntare fino a 1.800 euro al mese. Prima di passare al ruolo di Ia trainer, si è ritrovata a scrivere molti più articoli, pagati molto meno, ma elaborati con l’intelligenza artificiale. «Lavoravo per una sola agenzia, riciclavo articoli che trovavo su varie testate che servivano a riempire i siti dei clienti dell’agenzia, in cui inserivano anche la pubblicità». Da lì il passo successivo: la rottamazione di una figura come la sua e la sostituzione integrale con l’Ia. A quel punto l’annuncio di ricerca personale per l’addestramento dei modelli le «ha aperto un mondo che all’inizio ho fatto una grande fatica a decifrare. Non c’erano solo opportunità da freelance, ma aziende disposte anche ad assumerti». Ed è così che Susanna, all’inizio del 2024, tramite un’agenzia interinale inglese firma un contratto da dipendente a tempo determinato con la sede milanese di Tech Mahindra. Tremila euro al mese per otto ore al giorno, dal lunedì al venerdì. Durata prevista: sei mesi.
«Si pensa a Gemini o ai modelli linguistici con cui interagisci come automatizzati, ma la realtà è ben diversa. Addestrare Gemini significava essere sottoposta per otto ore a diverse centinaia di query (stringhe di testo) scritte dagli utenti, che arrivano in lotti direttamente dagli Stati Uniti. Le risposte che Gemini generava in base ai prompt potevano essere due: toccava a me valutare quale fosse la migliore. Verso la fine del contratto, l’azienda ci ha comunicato che avremmo lavorato anche all’assistente del motore di ricerca di Google, quello che ora è all’inizio della pagina dei risultati. Avremmo dovuto scrivere noi il testo che appare all’utente. E anche adesso non credo ci sia nulla di automatizzato».
In base alla formazione ricevuta, Susanna doveva elaborare risposte costruite attingendo ai siti già indicizzati su Google, estrapolando frasi e concetti, fino a costruire una formula personalizzata per l’utente. Proprio come in “Schiavi del clic” del sociologo Antonio Casilli, Susanna era uno di quei lavoratori che muovono la macchina tecnologica: «uno spettacolo di burattini (senza fili)».
Oltre a valutare le risposte migliori a Susanna toccava curare l’editing (grassetti, corsivi, punteggiatura) e verificare la correttezza dei termini linguistici adottati. Esercitando anche un controllo sui contenuti valutato con l’attribuzione di un voto: cinque se Gemini usava vocaboli corretti e inclusivi, uno se attingeva al repertorio di pregiudizi di ogni tipo: «Eravamo i guardiani etici su cosa l’Ia diceva, perché il pregiudizio viene trasmesso a Gemini dagli utenti che interagiscono». L’azienda aveva previsto un controllo verticale: «Le tue risposte venivano vagliate da un secondo livello di controllori, e successivamente dai superiori di “rango”. C’erano abbastanza filtri insomma». La qualità delle verifiche era molto severa e una leggerezza poteva anche costare il posto di lavoro, mentre Gemini imparava in fretta e i compiti dei trainer diventavano ripetitivi: «A novembre insegnavo all’Ia a riconoscere nelle risposte i dati sensibili degli utenti, come il numero di telefono personale, i nomi e i cognomi di persone non famose e via dicendo. Sapevo non sarebbe durato a lungo, ma a un certo punto ho pensato che se avessi portato avanti questo lavoro per anni non ne sarei uscita».
A dare una sterzata ci ha pensato tra marzo e ottobre del 2025 Tech Mahindra. «L’intelligenza artificiale si sta evolvendo da strumenti di assistenza a collaboratori autonomi», ha scritto con chiarezza nei comunicati stampa. E Susanna è tornata al lavoro da freelance, questa volta per LionBridge e Alignerr. La prima offre servizi di traduzione, l’altra recluta valutatori e moderatori di contenuti Ia per evitare la diffusione di testi o immagini che incitano all’odio o alla violenza. La paga si aggira sui quaranta euro all’ora. «Dovevamo per primi creare prompt il più violenti possibile. Arrivavo a fine giornata con la nausea. Perché prima di sottoporli alla macchina dovevo pensare io a come rovinare la vita al vicino di casa, violentare un bambino o uccidere qualcuno. Anche i miei amici mi chiedevano come facessi a sopportarlo tutti i giorni».
Il rendimento era però valutato proprio sulla base del numero di volte in cui riusciva a smascherare la macchina e a individuare le falle del sistema. Susanna ha retto fin che ha potuto, indirizzando altrove la ricerca di un lavoro. È tornata al suo paese e ha trovato un ingaggio al Comune: «Niente più macchine adesso, ma solo persone in carne e ossa con cui interagire».
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