Innovazione
12 febbraio, 2026Ci lavora Sam Altman, in risposta agli impianti sotto pelle di Elon Musk. Connessioni permanenti con l’attività neuronale, senza mediazioni. Così l’intelligenza artificiale elabora, cataloga e memorizza, stabilendo un divario di competitività con chi resta tagliato fuori. E non è neppure l’unico scenario terrorizzante
C’è una notizia che, se la leggi distrattamente, sembra solo l’ennesimo investimento nel deep tech. Una di quelle che scorri mentre pensi «ok, interessante» e poi passi oltre. Se invece la prendi sul serio, ti costringe a fermarti e a farti una domanda molto più scomoda: quanto a lungo il cervello umano potrà restare offline?
OpenAI ha investito 252 milioni di dollari in Merge Labs, una startup fondata da Sam Altman che lavora su una promessa semplice da formulare e destabilizzante nelle conseguenze: leggere e scrivere nel cervello usando ultrasuoni. Nessun chip impiantato, nessun intervento chirurgico, nessuna scena da fantascienza. Solo un’interfaccia diretta tra intelligenza artificiale e attività neuronale.
E a quel punto la questione smette immediatamente di essere «cosa potrà fare l’Ia» e diventa molto più personale e concreta: cosa succede a chi resta fuori da quella connessione.
Perché fino a oggi abbiamo parlato di Ia come strumento, come assistente, come supporto decisionale, ma sempre attraverso interfacce lente, imprecise, profondamente umane. Finora l’Ia ha vissuto dietro schermi, tastiere, touchscreen, microfoni. Tu pensi, poi scrivi. Tu desideri, poi cerchi. Tu decidi, poi clicchi.
Ogni passaggio è attrito. Ogni passaggio è perdita di velocità. È un collo di bottiglia enorme che abbiamo accettato solo perché non avevamo alternative. Ma nel momento in cui l’Ia diventa davvero potente, quel collo di bottiglia diventa il vero limite strutturale.
Se l’Ia vuole essere un’estensione dell’intelligenza umana, e non solo uno strumento esterno, deve eliminare l’interfaccia. E l’unico modo per farlo è entrare direttamente nel sistema operativo biologico che usiamo da centomila anni: il cervello.
Non per “migliorarlo” in senso romantico, ma per aggirarne i limiti di banda, di memoria, di attenzione. Il problema non è quanto è intelligente l’Ia, ma quanto lentamente riusciamo a dialogare con lei. È una questione di throughput cognitivo, non di coscienza o di creatività.
È qui che il discorso si allarga e diventa sistemico, perché Merge Labs non nasce nel vuoto. Dall’altra parte c’è Elon Musk con Neuralink, che da anni lavora su un approccio opposto: impianti neurali inseriti chirurgicamente per creare un collegamento diretto tra neuroni e computer. Neuralink nasce con un’idea molto chiara fin dall’inizio: se l’intelligenza artificiale corre più veloce dell’uomo, l’unico modo per non restare indietro è aumentare l’uomo stesso, non rallentare l’Ia.
Due strade diverse, stesso traguardo. Neuralink punta sulla banda larga, sulla precisione estrema, sul controllo profondo, pagando il prezzo dell’invasività. Merge Labs punta su un approccio non invasivo, più scalabile, teoricamente più accettabile dal grande pubblico, ma con sfide tecnologiche enormi sul fronte della risoluzione e dell’affidabilità.
Non è una gara su chi ha la tecnologia più elegante. È una corsa su chi riuscirà a creare lo standard. Perché chi controlla l’interfaccia controlla tutto quello che passa attraverso di essa: dati, decisioni, attenzione, comportamento. E gli standard, nella storia della tecnologia, non sono mai neutrali.
Oggi competiamo più o meno tutti allo stesso livello cognitivo di base: stessi limiti biologici, stessi tempi di reazione, stesso hardware neuronale. Le differenze sono culturali, educative, economiche, ma il cervello è lo stesso.
Le interfacce neurali rompono questo equilibrio, creando una nuova asimmetria che non è correggibile con la formazione o con l’esperienza.
Immagina uno scenario banale, non futuristico: una stanza di lavoro, una riunione strategica, un laboratorio di ricerca, un consiglio di amministrazione. Tutti hanno un’interfaccia neurale attiva. Le informazioni non si cercano, arrivano. I dati non si leggono, si integrano. Le simulazioni mentali vengono assistite in tempo reale dall’Ia. Le decisioni sono supportate da modelli predittivi che girano nel cervello come un pensiero in più, silenzioso, continuo.
Tu no. Tu sei lì con il tuo cervello “standalone”, biologicamente puro, non aumentato. In quel momento non sei semplicemente in svantaggio. Sei fuori scala. Non perché sei meno intelligente, ma perché sei biologicamente disallineato. È lo stesso salto che c’è stato tra chi lavorava con carta e penna e chi aveva accesso a computer e internet, solo infinitamente più radicale, perché non riguarda più uno strumento esterno ma l’organo che produce il pensiero stesso. E, a differenza delle tecnologie precedenti, questa non è facilmente reversibile.
È questo il vero non detto dietro Merge Labs e Neuralink: non è solo progresso scientifico, è sopravvivenza competitiva. Se l’Ia resta confinata in un’app, in una chat, in un software, prima o poi diventa una commodity. Se invece diventa un’estensione cognitiva diretta, allora cambia il concetto stesso di essere umano “competente”. Non è più solo una questione di skill, ma di architettura mentale. Chi non si integra non è semplicemente meno efficiente: è incompatibile.
A questo punto entra in gioco un tema di cui si parla pochissimo, ma che diventerà centrale molto prima di quanto immaginiamo: la governance di queste interfacce. Chi decide cosa può passare dal cervello all’Ia e cosa no? Chi stabilisce quali ottimizzazioni cognitive sono accettabili, quali flussi sono leciti, quali modifiche sono consentite? Nel momento in cui l’interfaccia è neurale, non stiamo più parlando di software che puoi spegnere, ma di un layer permanente tra pensiero e realtà.
Ogni infrastruttura tecnologica crea dipendenza, ma un’infrastruttura cognitiva crea assuefazione. Se ti abitui a pensare con un supporto costante, a decidere con un assistente sempre attivo, a ricordare meno perché “ci pensa il sistema”, tornare indietro non è neutro. È una regressione funzionale. È come togliere improvvisamente la vista a chi ha sempre visto.
Questo introduce un altro elemento scomodo: la pressione sociale. Oggi nessuno ti obbliga formalmente a usare uno smartphone, ma se non lo fai sei escluso da lavoro, relazioni, servizi. Domani nessuno ti obbligherà formalmente a usare un’interfaccia neurale, ma se non lo fai sarai più lento, meno performante, meno competitivo. La libertà di scelta resterà teorica, non pratica.
Ed è qui che il tema smette definitivamente di essere tecnologico e diventa politico. Una società in cui una parte della popolazione pensa e lavora con un’architettura cognitiva aumentata e un’altra no non è solo diseguale: è una società biforcata. Due classi separate non più solo da reddito o istruzione, ma da capacità cognitive strutturalmente diverse. In questo scenario anche concetti come merito, responsabilità, successo iniziano a perdere contorni netti.
Il vero gap del futuro non sarà più tra chi sa usare l’Ia e chi no, ma tra chi è fisicamente connesso all’Ia e chi resta biologicamente offline.
È per questo che l’investimento di OpenAI non va letto come una semplice operazione finanziaria, ma come una scommessa strategica di lunghissimo periodo su dove passerà il prossimo collo di bottiglia dell’umanità.
C’è poi un livello ancora più profondo, che raramente entra nel dibattito pubblico perché è difficile da affrontare senza sembrare allarmisti: la ridefinizione del concetto stesso di autonomia mentale. Finché l’Ia resta uno strumento esterno, l’atto del pensare rimane separato dall’atto del calcolare. Ma nel momento in cui l’assistenza cognitiva diventa continua, invisibile, integrata nel flusso dei pensieri, questa distinzione inizia a sfumare. Non perché l’essere umano smette di pensare, ma perché non è più chiaro dove finisca il pensiero biologico e dove inizi l’elaborazione assistita.
Questo ha conseguenze enormi sul modo in cui attribuiamo responsabilità, creatività, errore. Se una decisione viene presa con il supporto costante di modelli predittivi neurali, quanto è davvero “tua”? Se una soluzione emerge da un dialogo silenzioso tra cervello e sistema, chi è l’autore? In un mondo del genere, anche concetti giuridici e morali costruiti sull’idea di un soggetto autonomo iniziano a mostrare crepe strutturali.
C’è poi il tema della sicurezza, spesso liquidato con leggerezza. Un’interfaccia neurale non è solo un canale di output, è una superficie di attacco. Se oggi il problema è la violazione di dati personali, domani potrebbe essere la manipolazione diretta di stati cognitivi: attenzione, memoria, reazioni emotive. Non serve immaginare scenari distopici estremi. Basta pensare a bug, errori di calibrazione, incentivi economici distorti, aggiornamenti progettati più per ottimizzare performance che per tutelare l’individuo.
La domanda finale, quella davvero scomoda, resta aperta: nel momento in cui il cervello aumentato diventa lo standard implicito per competere, lavorare, decidere, possiamo davvero permetterci di dire di no?
O, più brutalmente, quanto a lungo puoi permetterti di restare umano, nel senso tradizionale del termine, senza diventare irrilevante?
Questa non è una provocazione futuristica buona per un talk. È il terreno reale su cui si giocherà la prossima fase dell’intelligenza artificiale. Non sugli algoritmi, non sui modelli più grandi, ma sull’organo più antico, potente e fragile che abbiamo: il cervello.
LA RETE
Una immaginaria rete che rende gli umani iperconnessi costantemente
Un approccio non invasivo, più scalabile, teoricamente
più accettabile dal pubblico, ma con sfide tecnologiche enormi sul fronte della risoluzione
e dell’affidabilità
INTERDIPENDENZA
L’idea che il pensiero possa essere assoggettato a stimoli capaci di soverchiarne l’autonomia è il rischio maggiore avvertito dagli studiosi
Se oggi il problema è la violazione dei dati, domani potrebbe essere l’esposizione dell’individuo alla manipolazione di stati cognitivi: attenzione, memoria, reazioni emotive
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