Innovazione
19 febbraio, 2026La consultano sia medici che pazienti. Aumentano le applicazioni. E in ambito ospedaliero è ormai sdoganata. Mancano però i decreti attuativi per poterla integrare nel sistema sanitario
Agli italiani piace “curarsi” con Chatgpt. Interrogarlo sui propri sintomi o quelli dei propri figli. Ma pure ai medici l’intelligenza artificiale (Ia) piace. Per sveltire le ormai asfissianti pratiche burocratiche. Ma anche, sempre più, a supporto di diagnosi, terapie, o per l’aggiornamento professionale. E al sistema sanitario nazionale piace l’Ia? Beh, non proprio.
Emerge questo paradosso, adesso, nel cuore dell’innovazione sanitaria italiana. Studi confermano come l’Ia sia entrata nelle vite di pazienti e medici, mentre lo Stato e le Regioni stanno ancora lì a guardarla da lontano. Abbiamo sì, dal 2025, una legge nazionale sull’intelligenza artificiale (caso raro al mondo). Ma, come ha potuto ricostruire L’Espresso, mancano i decreti attuativi per poterla integrare nel sistema sanitario a livello profondo. «La legge sull’Ia prevede, e attende ancora, uno o più decreti necessari per usarla a livello centralizzato con i dati personali dei pazienti», riassume l’avvocata esperta di privacy in Sanità Silvia Stefanelli.
«Peccato. Pensate: se avessimo potuto usare l’Ia sui dati degli italiani nel 2019 ci saremmo accorti per tempo che c’erano segnali preoccupanti, che poi si sono manifestati con la pandemia Covid-19», dice un esperto che lavora con il governo sulla Sanità digitale (preferisce rimanere anonimo). Non potevamo farlo nel 2019 ma nemmeno adesso, appunto per colpa dei decreti mancanti e in generale perché quest’innovazione non è ancora pronta in Italia.
Il punto è che la tecnologia va avanti incurante dei nostri ritardi. Progredisce con gli investimenti miliardari delle Big Tech – è di qualche settimana fa il lancio di Chatgpt Salute (dell’americana OpenAI e per ora solo negli Usa), specializzato per l’analisi dei dati sanitari, presi anche da orologi smart e altre tecnologie indossabili. E si fa strada anche nelle nostre abitudini. «Il 43 per cento degli italiani usa l’Ia – in prevalenza Chatgpt – per informarsi sulla salute. E lo fa regolarmente», dice l’economista (università di Firenze) Antonio Preiti, curatore dello studio Salute Artificiale uscito qualche giorno fa e da cui proviene il dato (è realizzato da Sociometrica e FieldCare per conto delle fondazioni Italia in Salute e Pensiero Solido). «Lo fanno soprattutto per autodiagnosi, in alternativa alla visita dal medico», aggiunge. Studi del Politecnico di Milano nel 2025 confermano invece l’utilizzo da parte dei medici. Il 46 per cento di quelli di medicina generale e il 26 per cento degli specialisti.
«Nel 2026 l’Ia è già il presente che bussa con insistenza alle porte di reparti e ambulatori», spiega Sergio Pillon, cardiologo presidente della commissione sanità digitale del Cdti (club dei dirigenti delle tecnologie dell’informazione).
«Ma in Italia siamo in una fase di entusiastica confusione», aggiunge. «Può ridurre il carico di lavoro amministrativo fino al 30-40 per cento, liberando tempo prezioso per quello che sappiamo fare meglio: stare vicini al paziente». Una delle applicazioni più utilizzate al mondo è la sintesi del colloquio clinico. «L’Ia ascolta e trasforma il colloquio in un referto, ben strutturato, chiaro». «Il medico lo rivede, lo corregge e l’algoritmo impara per la prossima volta».
Ci sono senza dubbio eccellenze in Italia, per l’innovazione in Sanità. Pillon cita i progressi nella diagnosi precoce a Bari, dove l’Università e il Politecnico hanno sviluppato algoritmi capaci di “vedere” i segni dell’Alzheimer nelle scansioni cerebrali anni prima che compaiano i sintomi clinici. All’Humanitas di Milano si lavora sui “digital twins” (gemelli digitali) in ematologia. «Creiamo un modello virtuale del paziente per simulare come risponderà a una terapia prima ancora di somministrarla. È la medicina di precisione portata all’estremo», aggiunge.
Oppure il San Raffaele di Milano. «Una delle innovazioni più avanzate è S Race, la piattaforma clinica sviluppata in collaborazione con Microsoft e operativa da giugno 2024. Unica al mondo nella capacità di analizzare in tempo reale grandi volumi di dati clinici eterogenei, provenienti dalle cartelle elettroniche e dai registri sanitari», spiega Federico Esposti, ricercatore che segue questi temi per il San Raffaele. La tecnologia consente ai medici di accedere a una rappresentazione sintetica, ma clinicamente rilevante, dello stato del paziente. Così li aiuta a prendere decisioni più rapide e personalizzate. «Le applicazioni sono già attive in ambiti complessi come l’oncologia, le malattie cardio-metaboliche, le neuroscienze e la terapia intensiva», spiega Esposti. Il San Raffaele adotta anche la sintesi del colloquio clinico.
È un problema se i pazienti sono entusiasti, i medici e alcune strutture sanitarie pure, ma lo Stato si muove come un dinosauro. È la ricetta per una rivoluzione tecnologica (e sociale) non gestita. Con due conseguenze: il “fai da te” dei pazienti su Chatgpt e l’avanguardia isolata di alcuni medici ed eccellenze sanitarie. La prima porta a rischi facili da intuire, evidenziati anche da Salute Artificiale: diagnosi errate, rapporto incrinato con i medici, sostituiti dalla macchina.
La seconda, nella migliore delle ipotesi, porta all’aumento di diseguaglianze tra chi ha la fortuna di vivere vicino alle eccellenze e tutti gli altri. Ma c’è anche un tema di opportunità perse a livello nazionale. «Abbiamo creato tante splendide isole tecnologiche che non si parlano. Se il dato del paziente non scorre tra ospedale e territorio, l’Ia rimane un giocattolo costoso», spiega Pillon. Mettere assieme i dati di tutti gli italiani e farli analizzare dall’Ia, per rendere “intelligente” il nostro sistema sanitario. Sarebbe lo scopo dell’Ecosistema dati sanitari (Eds), piattaforma a cui lavora il governo. Istituita nel 2024, sfrutta circa 200 milioni di fondi europei Pnrr e dovrà essere ultimata quest’anno. Raccoglierà i dati a livello centralizzato, per la prima volta, e così permetterà al sistema sanitario di fare studi epidemiologici; ai cittadini e ai medici di avere un quadro clinico più completo di ogni paziente, per ottimizzare diagnosi e terapie. L’Ia sarà necessaria per analizzare la mole enorme di dati. È un’innovazione che poggia sul fascicolo sanitario elettronico, consultabile da medici e pazienti per vedere i profili sanitari. La vita del fascicolo è stata però finora travagliata, come notano i report annuali dell’osservatorio Gimbe. Lo strumento è con noi da oltre dieci anni (dal 2015), ma è ancora lacunoso. Molte strutture sanitarie lo snobbano, ergo non vi caricano i dati di analisi e referti fatti. «Circa il 10 per cento delle strutture pubbliche ancora non lo fa. Tra i privati i ritardi sono ben più gravi. Eppure il fascicolo sarebbe obbligatorio per entrambi», nota la fonte governativa.
Il governo lo scorso dicembre ha provato a fare uno scatto in avanti lanciando la piattaforma Mia, un antipasto del futuro che dovrebbe arrivare se si risolveranno gli attuali intoppi. Serve a supportare i professionisti sanitari nelle attività diagnostiche di base, a monitorare pazienti con patologie croniche, a fare programmi di screening e vaccinazioni. Mia, che pure sfrutta i fondi Pnnr, è però una sperimentazione. Non solo perché l’Eds non è ancora pronto, ma anche per quei decreti attuativi mancanti, «lacuna che obbliga Mia a funzionare solo con dati anonimi», dice Stefanelli. «Ma serve un decreto anche per individuare le applicazioni che possono usare i nostri dati», aggiunge.
Innovazione 1, burocrazia 0, si potrebbe dire. Ma, così, a perdere davvero è la salute degli italiani.

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