Innovazione
9 febbraio, 2026Il primo a lanciare l’idea era stato Besos: aveva scelto l’Italian tech week per raccontare la sua visione di Data Center Spaziali. Adesso gli fa eco adesso l’eterno nemico, Musk, che rilancia col progetto della mega costellazione di satelliti in cui stoccare i dati. Anche l’Italia propone le sue soluzioni sovrane
Partiamo dai fatti: l’avvento dell’intelligenza artificiale ha trasformando il calcolo in una strategica "materia prima". Il problema di sostenibilità connesso ai data center a terra è ben noto e non è solo un tema di bollette, ma di rete elettrica, territori, acqua per il raffreddamento e impatto sulle comunità locali. Ed è proprio nel misurare questo vincolo che, a sorpresa, prende forma l’idea di “esportare il Cloud” fra le stelle, presentata come soluzione utile a risparmiare risorse terrestri.
Industrializzazione alla Bezos
Il founder di Blue Origin, Jeff Bezos, immagina che i data center in orbita rappresentino una tappa dell’industrializzazione dello Spazio, con un’idea guida: delocalizzare in orbita le attività più energivore per liberare risorse sulla Terra. Nella sua visione, lo Spazio diventa il luogo dove costruire cluster di addestramento su scala enorme, fino all’ordine del gigawatt, grazie a una disponibilità solare stabile e indipendente dal clima. Questa scommessa si giocherebbe sull’orizzonte di uno-due decenni, partendo col sviluppare tecnologie e logistica orbitale per far poi convergere costi e affidabilità. Questo renderebbe, secondo Bezos, i data center spaziali più competitivi rispetto a quelli terrestri
L'idea di Musk
Lui vuole tutto e subito. Per Elon Musk lo Spazio rappresenta l’acceleratore per superare il collo di bottiglia - energetico e infrastrutturale - dei data center terrestri. Una risorsa da sfruttare subito, puntando sull’integrazione tra razzi riutilizzabili e costellazioni satellitari. Musk ha infatti spiegato – a margine della fusione fra le sue società SpaceX e la startup di intelligenza artificiale xAI, con la nascita di un colosso non quotato che però vale 1000 miliardi di dollari – che il fabbisogno energetico dell’AI richiede soluzioni “extraterrestri”, e che la Silicon Valley ne sta prendendo atto. Musk sta pensando ad una nuova generazione di satelliti su cui allocare i dati del cloud. La sostenibilità, in questo frangente, diventa una questione di efficienza di sistema: se l’energia solare e il modello industriale dei lanci abbassano il costo del calcolo, la crescita dell’AI può continuare senza trasferire l’intero peso su reti elettriche, acqua e territori terrestri. È una visione che punta a numeri estremi e a un ritmo di dispiegamento che, proprio per questo, impatta in modo diretto sul tema della congestione orbitale.
Soluzione tricolore
Anche l’Italia entra in questo dibattito, con l’idea di fornire soluzioni “sovrane” per sganciarsi dal predominio Usa. Il binomio vincente è quello dell’integrazione tra la logistica orbitale di D-Orbit e l’esperienza geospaziale di Planetek, per costruire reti capaci di analizzare dati direttamente in quota, riducendo latenza e quantità di informazioni da trasferire a terra. Un’altra soluzione Made in Italy è quella proposta da Leonardo col progetto di Space Cloud “Military Space Cloud Architecture” - MILSCA – avviato già a febbraio 2024, che intende fare dello Spazio un’estensione della capacità di calcolo terrestre, con l’ installazione su un satellite di una parte del supercomputer di Leonardo, il Davinci-1, su un satellite. Circa 100 terabyte di capacità per elaborazioni ad alte prestazioni, utili a fornire alle forze armate dati strategici e informazioni in tempo reale.
Pro e contro
In termini di consumi energetici, gli impianti allocati nell’orbita terrestre avrebbero accesso continuo all’energia solare rispetto alle rinnovabili a terra, soggette a meteo e stagionalità. Altro dato “a favore” dei cloud center orbitali è l’abbattimento della necessità di risorse idriche per il raffreddamento dei server. Non si dimentichi però che la gestione termica nello spazio va progettata, perchè in assenza di gravità è più difficile che il calore si disperda spontaneamente. E vanno considerate anche le micro-radiazioni spaziali, che potrebbero degradare i componenti elettronici. Anche la latenza ridisegna le priorità: i server in orbita sarebbero perfetti per trattare dati prodott spazio, molto meno per sostituire data center che servono utenti terrestri in tempo reale. Chi promette un’alternativa generale ai campus terrestri deve quindi dimostrare non solo la fattibilità, ma l’economia industriale del raffreddamento, della resilienza e della sostituzione hardware.
Sulla bilancia della sostenibilità di queste operazioni va anche posta anche la questione dei “lanci spaziali” e dell’ormai noto problema del sovraffollamento dell’orbita bassa – e conseguenti problemi – e della pericolosità dei detriti spaziali. Un altro tema “di semplificazione” riguarda la logistica del dato: se è generato da satelliti di osservazione, telecomunicazioni o sensori in orbita, non doverlo inviare a terra perchè sia processato riduce la dipendenza dalla banda disponibile e consente di trasmettere risultati già elaborati. Questo, letto in termini energetici e ambientali, comporta anche un uso più mirato delle reti. È anche il punto in cui i data center spaziali smettono di essere “cattedrali del calcolo” e diventano infrastrutture funzionali: nodi specializzati, distribuiti, che comprimono tempi e volumi prima che i dati tocchino il suolo.
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