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23 febbraio, 2026Tra cinema d’essai, teatro e ristorazione, il cibo può tornare a essere un gesto culturale. Un racconto personale che mette a confronto Italia, Scozia e Londra, per immaginare un nuovo modo di vivere lo spettacolo
Sono abbastanza sicura che uno dei motivi per cui 1917, il film in finto piano sequenza di Sam Mendes uscito nel 2020, racconto dell’esperienza “viva” di un soldato (George MacKay) durante la Prima Guerra Mondiale, mi piacque così tanto è perché in sala stringevo una pinta di birra, era presto la sera, e mi ero appena sgranocchiata un piatto di nachos con formaggio fuso, con annesso panino imbottito, al pub presente dentro al cinema. Non ero in Italia, ma in Scozia, per la precisione a Edimburgo. E non mi riferisco a un multisala, un centro commerciale: si trattava di un cinema d’essai. Dove il rapporto tra il rifocillamento e la visione in sala era non solo sdoganato; ma pure incoraggiato. Difficile immaginarsi un’atmosfera tanto rilassata in un monosala italiano. La cultura, come si dice, è diversa. Anche solo masticare popcorn in sala potrebbe provocare fulmini e saette da parte dei vicini di posto.
Chi si ricorderà 1917, potrà capire come il calcetto alcolico di un paio di birre mi sia venuto incontro nell’affrontare un film spettacolare ma non, decisamente, di intrattenimento. Ma pure tralasciando l’aneddoto goliardico, il tema rimane: non siamo abituati a intrecciare il cibo e lo spettacolo, dal vivo o non che sia. E questo comporta, spesso, il dover scegliere: mi godo una cena tranquilla, a casa o al ristorante, o vado a vedere un film al cinema, uno spettacolo a teatro? Perché una pièce alle 18 spesso non è praticabile per motivi lavorativi; una alle 19 o alle 20 non permetterà di cenare se non a casa, se non tardi; e una alle 21 presuppone di aver già riempito lo stomaco. Senza contare gli spostamenti in andata, e al ritorno. Per non voler rimandare tutto, come di consueto, all’agognato fine settimana. Una risposta arriva: a Milano, il cinema Anteo, in Moscova, che offre da anni una proposta di ristorazione servita direttamente davanti allo schermo, per quanto sia l’unico modo in cui, in tutto il cinema, sia consentito introdurre cibi o bevande. Siamo in Sala Nobel, il primo “ristorante-cinema” d’Italia.
Poche poltrone ben distanziate, provviste di tavolino individuale, e un menu di quattro portate servito discretamente durante la proiezione. Accoppiato, il ristorante Miro – Osteria del Cinema (sempre nel Palazzo del Cinema di Anteo), apre alle 18:30 e rimane aperto fino a mezzanotte. Offre un menu sostanzioso e strutturato, guidato dalla mano precisa di Vincenzo Artadi. L’estate passata, con “A qualcuno piace… alla brace” si è lavorato ancor più sulla condivisione e sulla velocità. Giusto per, appunto, non perdersi lo spettacolo dopo i provini e la pubblicità.

Miro e la Sala Nobel sono due necessità; un grosso sospiro di sollievo per dire che pure lo spettatore ha sempre ragione, e che nutrire tanto lo stomaco quanto lo spirito non dovrebbe essere un’eccezionalità. Non basta, naturalmente, perché questo avviene in un solo cinema di una sola città d’Italia. Le alternative rimangono le pizze ordinate di straforo per l’asporto e i “locali notturni”, pochi, ma noti. A Milano, il Chiosco Maradona, Le Capannelle; l’hamburger di Margy, Il Brutto Anatroccolo, il Calafuria (dove il prezzo dei piatti aumenta del 10%-15% dopo una certa ora). Ma siamo giunti ai ricoveri in extremis. Meglio, tra le aperture più recenti, dirigersi verso Porta Romana e il suo Ultra, per pizza e cocktail fino alle due di notte.
Benissimo: ma si tratta di indirizzi sparsi per la città, che comportano spostamenti e ulteriore dispendio di tempo. Ben diverso dai “distretti del teatro” di città come Londra e New York, fittamente popolati tanto di venue quanto di insegne pronte a recepire il di queste pubblico. Resy, celebre piattaforma di prenotazione statunitense, ha stilato una guida per mangiare nel Theatre District di New York: gli indirizzi spaziano dal drink alle cene con tutti i crismi. Anche la Guida Michelin ha selezionato i migliori ristoranti del distretto. Ma è da questa parte dell’Atlantico, a Londra, che il sogno proibito di ogni amante delle arti, e buona forchetta, prende vita vera. Dando nome a quel senso di beatitudine (persino non alcolica) provato durante la visione di quel famoso 1917: mi stavo godendo un film al cinema e avevo già cenato. In due parole: pre-theatre dinner.

Abitudine civilissima e intuitiva (perché anche a livello di affari, sarà ben meglio offrire due nel giro di clessidra di uno, o no?), la “cena pre-teatro” è così sdoganata, e non solo nei distretti del teatro come il West End londinese, da essere l’equivalente per l’Italia dei pranzi a menu fisso: è il menu che viene pubblicizzato sulle vetrine, e sulle lavagnette piazzate a strillone sul marciapiede. Si tratta di una cena che avviene prestissimo, di solito nella fascia oraria tra le 16:30 e le 18:30-19:00. In fase di prenotazione del tavolo, viene consigliato di indicare se i programmi per la serata proseguiranno con uno spettacolo (di solito si tratta di teatro), così da avvertire la cucina e di istituire una corsia preferenziale per il tavolo. I menu pre-theatre sono anch’essi generalmente fissi, o con poche variazioni possibili. Hanno porzioni generalmente più ristrette e sono più agili tanto nella durata che nello scontrino finale (ma non chiamateli “a prezzo fisso”, il prix fixe è un’altra cosa ed è associato a un’idea di qualità inferiore).
La questione è così seria, ma soprattutto culturale (dato che mangiare è sempre una cosa seria) da aver fatto proliferare consigli e liste sui migliori pre-theatre dinner in circolazione. In comune, una certa aria di lusso, tanto con che senza le proverbiali maniche. Andare a teatro è anch’essa una cosa seria, giusto? E soprattutto, un’attività riconosciuta socialmente come lodevole e intellettuale. Questo lo standard a cui dovranno tener dietro i consigli per la cena che lo precede. Non è sempre stato così: ai tempi di William Shakespeare, al Globe Theatre, a Londra, dove andavano in scena i suoi testi, si accalca qualsiasi strato di popolazione, in piedi o seduto a seconda della disponibilità economica. A teatro si andava, certo, per emozionarsi davanti a uno spettacolo, ma sopratutto, la rappresentazione era trattata come un’occasione di socialità. Tutto tranne che sacro, insomma.
E infatti si parlava, si mangiava (mele e spuntini, a quanto pare), si beveva birra. Non bisogna considerarlo un comportamento inusuale: ora che la società dei consumi non vede l’ora di proporci occasioni di interazione su un piatto d’argento, tra eventi, ristoranti e via dicendo, farsi cullare dal buio di uno spettacolo teatrale pare un lusso, una disconnessione gradita, una scusa per lasciare tutto fuori. Nel Rinascimento, le cose stavano diversamente: il teatro era un luogo di ritrovo pubblico, e come tale veniva sfruttato. Con un funzionamento non dissimile, se ci pensiamo bene, a quello dell’opera lirica del Sette-Ottocento. Su due piedi, mi viene da pensare che sia un peccato, che il teatro così come il cinema abbia perso questa funzione di religione sociale, nel senso laico ed etimologico del termine: qualcosa che lega, che tiene stretto e unito. Che fornisce un mezzo di riconoscimento individuale e reciproco. E mi viene da pensare che forse è anche per questo, che questi indirizzi fanno sempre più fatica: li abbiamo resi tutti uguali.

Spersonalizzati, riducendo al minimo la nostra presenza in quegli spazi. E se tutto questo altro non fosse che una castrazione inutile, autoimposta? E se un rinnovamento del ruolo delle sale (di cinema e teatro) potesse passare, anzi cominciare, proprio dal loro rapporto con il cibo? Liberalizzandolo, rendendolo elemento identitario tanto quanto il tocco di un curatore artistico. E qui torno al punto di partenza, ovvero al pub inserito nel contesto di un cinema d’essai (e che consente pure di portare i propri acquisti in sala per finire di consumarli). Non è la saturazione inutile di un mercato già rimpinzato; ma un modo per nutrire una comunità (nei fatti e nelle figure retoriche), per farla crescere attorno a un punto fisso culturale e per, auspicabilmente, creare un’offerta che possa prescindere dalle mode del momento e che possa proporre cibo onesto, veloce e semplice, però di qualità.
L'effetto, perciò, diventa pure di ritorno: non solo il cinema si fa luogo di aggregazione della comunità, ma diventa un punto di ritrovo a prescindere dal fatto che vi si proiettino film. Allora perché non andarci a prescindere? E poi, se verrà voglia di una proiezione. Ma è tutto difficile, nel Paese dove il cibo è preso più sul serio della politica, in cui ogni pasto vuole il suo sacro e inviolabile tempo ma soprattutto ha una tempistica fissa, allocata, all’interno della giornata. Per spiegare come le “fissazioni” italiane vengano recepite dal mondo esterno (online), basta citare un tipo di meme in voga ultimamente.
Quello che racconta ironicamente le cose che in Italia vengono ritenute rischiosissime: uscire con i capelli bagnati, tuffarsi in acqua a meno di tre ore dall’ultimo pasto; il cappuccino dopo le 11, non sedersi a tavola tra le 12 e le 14:30, cenare “eccessivamente” tardi la sera. La storia diacronica delle mutazioni orarie dei nostri costumi alimentari sarebbe, in questa sede, eccessivamente gravosa. Nella sincronicità, basta tenere a mente che non c’è legge divina che impedisca di spostare l’orario dei pasti. La proposta modesta, dunque, è quella di usare i cinema e i teatri come cavalli di Troia di questa rivolzione liberale. La speranza: quella di accomodarci, finalmente, dopo una bella cena a prezzo fisso, pensata proprio per gli indecisi come me. Quelli che non hanno il coraggio di rinunciare né all’arte né al mangiare. E che ancora credono che avere entrambi non sia poi così difficile.
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