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18 marzo, 2026Forse no, ma Nick Molise protagonista de “La confraternita dell’Uva”, nonché alter ego del padre dell’autore, potrebbe averla bevuta. Non è tanto il mix il centro di questo romanzo, quanto il vino: terreno di incontro per riconoscersi, nell’ebrezza, di nuovo figli dei propri padri
Lo scorso Capodanno ha ancora una volta deluso le mie aspettative. D’altronde, è noto che Capodanno segua questa regola: tanto sono più alte le aspettative che si hanno, più è disastrosa la riuscita. Nonostante le disavventure, c’è un particolare che conservo: la riscoperta del vino mischiato con la gassosa, abitudine insegnatami da mio nonno paterno (dal quale non ho preso soltanto il nome e il vizio del fumo a quanto pare). Quella di mischiare la gassosa al vino rosso è una cosa molto comune nel centro-sud Italia e ha accompagnato buona parte della mia adolescenza finché ho vissuto al sud. Poi ho deciso di partire e ho iniziato a dimenticare molte cose, tra cui questa. Dieci anni dopo la mia partenza, per puro caso, in un paesino sperduto dell’Abruzzo, ho mischiato di nuovo il vino rosso con un sorso di gassosa e sono tornate le dita di nonno sul bicchiere e il ricordo della lettura di John Fante che racconta in “Confraternita dell’uva” la storia di Nick Molise e del suo amato vino.
Non è una buona idea costruire affumicatoi in montagna
La premessa prima di raccontare questa storia è che nessuno in famiglia è emigrato in America e ha mai abusato troppo del vino, tantomeno mio nonno (che, buonanima, ho sfruttato per il mio incipit). Tuttavia, c’è un parallelismo tra il modo in cui penso a mio nonno attraverso il vino con la gassosa e il modo con cui Henry Molise racconta suo padre Nick nell’opera di John Fante. Nel mio caso l’identificazione vino-nonno è nostalgica, nel caso di Fante è patologica.
La storia è quella di Henry Molise, scrittore affermato che ritorna dopo anni al proprio paese di origine perché la madre, fervente cattolica, minaccia di lasciare il padre, Nick Molise, muratore avvinazzato e donnaiolo emigrato dall’Abruzzo. I tre restanti fratelli di Henry hanno, ognuno per loro, traumi validi per disinteressarsi della faccenda, così Henry è l’unico a tornare nonostante la paura che quel luogo possa inglobarlo – come sempre succede a chi si è lasciato un posto alle spalle. Si promette (invano) che resterà nella sua vecchia casa una sola notte, ma giunto a destinazione le spire di Denver si stringono ed Henry si ritrova a dover fare i conti con la figura di suo padre: Nick Molise.
Nick è un uomo di fatica e di sudore, la cui intelligenza pratica risplende nei palazzi di Denver. È anche un uomo caparbio, duro, da provincia dello scorso secolo, che nel lavoro trova l’unica ragione di vita e nel vino il riscatto per la propria fatica. Nick è anche quel tipo di persona che spera che i propri figli continuino il suo mestiere, spinto dalla convinzione che trasferire la propria arte alla generazione successiva possa nobilitarla. Ma come spesso accade a uomini del genere, il risultato è che Nick Molise si ritrova con figli molto diversi da lui. Ed è di fatto motivo di tribolazione per Nick che portava i propri pargoli in giro per la città, mostrando loro le prodezze edilizie del padre.
Ora, ormai vecchio e in pensione, Nick non riesce a farsi una ragione del fatto che la sua dinastia di muratori possa morire con lui e decide di coinvolgere il figlio scrittore, arrivato in città per placare un’emergenza che non sembra esserci mai stata, in un’impresa che ha del folle e a tratti dell’autolesionistico: costruire un affumicatoio in montagna. Henry prova pure a porre una qualche specie di resistenza (la prima: ricordare a suo padre che non gli è fisicamente possibile fare sforzi del genere), ma un’esitazione in più, la nostalgia di casa e l’affetto multiforme per i propri genitori, lo conducono dritto nella trappola del padre: Henry decide di seguire il padre nell’impresa, non senza avvertire quello scollamento che si ha dalla percezione adulta di sé stessi quando per circostanze del genere si torna a essere ragazzi, a dormire in una stanzetta troppo piccola.
Prima di arrivare in alto, nel luogo dove dovranno costruire l’affumicatoio, Nick Molise e i fidi scudieri (cioè Henry e gli amici del Cafè Roma: anche loro col vizio dell’alcolismo, ça va sans dire) faranno tappa al vigneto di Angelo Musso per banchettare e ubriacarsi al limite della coscienza prima della giornata di lavoro. Eccoci arrivati: fino a qui, per come lo sto raccontando e per come il lettore legge il testo fino a un certo punto, si potrebbe pensare che il protagonista del libro sia il padre Nick Molise più che il figlio Henry Molise. Sbagliato: l’unico protagonista di questa storia è proprio il vino rosso di Angelo Musso.
Alla fine, non così diversi
L’inspiegabile attrazione del padre per il vino rosso si distende per tutta la narrazione e se all’inizio provoca incredulità nel lettore nel leggere di un uomo anziano ubriaco già al mattino, alla fine si dimostrerà essere la cifra identitaria di Nick Molise stesso. Diventa chiaro, quando dopo il collasso Nick scappa dall’ospedale per ubriacarsi un’ultima volta prima di morire, che non si tratta di un semplice vizio: ma di sovrapposizione. Nick è in fondo il vino di Angelo Musso che a sua volta è l’unica connessione che resta a Nick con le proprie origini, ma anche: la terra viva dalla quale non vuole staccarsi, il premio per una vita di fatiche. È lecito pensare che se Nick Molise smettesse di bere vino rosso dovrebbe ammettere a se stesso di non star davvero faticando, che le sue mani non impastano più nulla, non tirano su nessun edificio e allora a cosa serve tenersele, quelle mani gonfie, se non reggono più il peso di un mattone e se non fanno nulla per meritarsi il prossimo bicchiere di vino?
Ma poi il vino nella faccenda dei Molise si fa terreno di incontro quando anche Henry cede all’ebrezza del vino di Angelo Musso insieme al padre durante la costruzione di un affumicatoio più sbilenco del previsto. Nick con orgoglio condivide il proprio tesoro con il figlio durante la giornata di lavoro, riconoscendo in lui un degno figlio e Henry a sua volta un misero padre alcolizzato da voler bene. È tutto qui il punto: tra le aspettative e l’ebrezza. Quando i figli Molise danno l’ultimo saluto al padre, ucciso dal proprio vizio, al lettore che si congeda dalla storia resta in bocca il retrogusto di una storia vecchia ma sempre attuale, le cui “morbidezze” sanno di attese infrante e le “durezze” di figure genitoriali lontane e che invece si rivelano vicine nel momento della fragilità. Se tutto ciò è vero, allora la gassosa è soltanto un palliativo per non sentire il sapore tannico della malinconia. Fante probabilmente ne era all’oscuro, ma nonno invece no: nonno lo sapeva e ce l’aveva pure suggerito, ma eravamo troppo piccoli per capirlo. Non eravamo ancora partiti.
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