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4 marzo, 2026Quarant’anni fa, lo scandalo del “vino al metanolo” sconvolgeva l’Italia, causando 23 vittime e mettendo in luce pratiche produttive pericolose. Da quella tragedia nacque una trasformazione totale del settore vitivinicolo, con produttori e consumatori sempre più attenti alla qualità e alla sicurezza del vino
Dalle ceneri del più grande scandalo vinicolo della storia italiana, emerse un comparto profondamente trasformato, destinato a diventare un fiore all’occhiello dell’economia agricola del Paese. Quarant’anni fa, il 3 marzo 1986, il corpo di Armando Bisogni veniva ritrovato nel suo appartamento a Milano, accanto a una bottiglia da due litri di Barbera, allora pagata poco più di due euro.
Fu solo la prima delle 23 vittime avvelenate dal cosiddetto “vino al metanolo”, la sofisticazione dolosa di un prodotto di bassa qualità reso tossico dall’aggiunta di alcol metilico o metanolo. Questa sostanza, prodotta naturalmente in piccolissime quantità durante la fermentazione dell’uva, è letale per gli organi e danneggia il sistema nervoso. Il motivo dell’aggiunta era puramente pratico: far raggiungere al vino il grado alcolico desiderato senza ricorrere al complesso processo della fermentazione controllata.
Crimini e condanne
Bettino Craxi li soprannominò “i pirati del vino”, i responsabili di un sistema criminale che anteponeva il profitto alla salute dei cittadini. Nel 1984 il metanolo, allora impiegato come reagente in diversi processi industriali – dalla produzione di combustibili al legno compensato e alle plastiche – era stato detassato, diventando molto economico. Da lì, l’idea di sostituirlo allo zucchero nelle correzioni del vino divenne tragicamente pratica. Durante le prime indagini, i testimoni raccontano che il fiume Tanaro si tinse di rosso: i produttori cercavano di eliminare le prove. La giustizia italiana chiuse il caso con 31 aziende coinvolte e 12 condanne, per reati che spaziavano dall’associazione a delinquere al plurimo omicidio colposo con dolo eventuale, dalle lesioni gravi all’adulterazione di sostanze alimentari.
Un nuovo mondo vitivinicolo
Lo scandalo del metanolo fu solo il culmine di una crisi che aveva colpito il vino italiano già dalla fine della mezzadria, negli anni Sessanta. Migliaia di contadini lasciarono la campagna in cerca di un futuro migliore nelle città, molte vigne vennero abbandonate e si perse gran parte del patrimonio genetico delle uve. Negli anni Ottanta il vino da tavola italiano era spesso di qualità molto bassa, “corretto” in cantina senza limiti su gusto, acidità e gradazione alcolica.
Dopo la tragedia del metanolo, cambiò sia la sensibilità dei consumatori sia l’attenzione dei produttori, dando il via a quella che gli esperti chiamano la “rivoluzione della qualità”. Il mantra divenne “il vino si fa in vigna”: in cantina si interviene il meno possibile. L’esperienza degli errori passati contribuì a consolidare il prestigio dell’Italia nel mercato enologico internazionale, con esportazioni che da allora sono decuplicate. Oggi quasi il 60% del vino italiano è classificato IGT, DOC o DOCG – contro appena il 10% nel 1986 – e deve rispettare disciplinari rigorosi che stabiliscono le regole della produzione.
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