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Il re del deserto

Lungo le sponde del fiume africano sono sorti regni mitici. Da generazioni, intere popolazioni devono la sopravvivenza alle sue acque. Ma la sua esistenza è sempre minacciata dalle sabbie del Sahara. E oggi anche da cambiamenti climatici, sovrappopolazione e cattivo uso del territorio

Il fiume Niger è prima di tutto un profumo. Lo annusi nell'aria dopo giorni e giorni di sabbia e caldo. È il profumo dell'acqua che la brezza soffia tra le dune e che qui, nel Sahara, è diverso da tutti gli altri: un odore fresco di metallo che subito risveglia la sete. Il Niger è il sollievo alla vista dopo ore di luce accecante e forti colori ocra. Perché gli occhi finalmente si riposano nel verde delle macchie di prato che sopravvivono al sole e ai morsi delle mucche bororo. E non appena il tramonto rinfresca la giornata, il Niger è anche il suono monotono e paziente delle donne che battono i semi di miglio nei grandi mortai di legno.

GUARDA La vita lungo il fiume

Il terzo fiume d'Africa, dopo il Nilo e il Congo, è uno scherzo della geologia. Nasce a meno di 250 chilometri dall'oceano Atlantico e se scendesse a ovest, avrebbe una vita più breve del nostro Po. Invece le sue acque dai monti Loma ai confini tra Guinea Conakry e Sierra Leone scorrono a nord e poi a nord-est. E vanno a sfidare il deserto del Sahara di cui segnano il confine meridionale per migliaia di chilometri, fino a Gao, in Mali, dove tra dune gigantesche il grande fiume gira a sud-est, attraversa gli Stati di Niger e Nigeria, forma il delta e si butta nelle profondità del golfo di Guinea. Quasi 15 milioni di persone bevono le sue acque e vivono di pesca e agricoltura lungo i 4.184 chilometri di percorso. Senza il fiume Niger non sarebbero nati gli imperi del Mali, non esisterebbe il Sahel e nemmeno sgorgherebbero i ricchi giacimenti di petrolio dagli antichi sedimenti della foce. Ma ora la sua vita, così come è sempre stata per secoli, è in pericolo.

L'avanzata del deserto minaccia di insabbiare i trasporti delle piroghe e delle pinasse cariche di persone e merci. L'inquinamento di due grandi capitali, Bamako in Mali e Niamey in Niger, e degli impianti petroliferi sul delta in Nigeria ha ridotto o massacrato la pesca a valle degli scarichi. Gli eccessivi prelievi delle città stanno prosciugando i pozzi. È il prezzo dei cambiamenti di clima, della lenta crescita economica e dell'aumento demografico dopo le tragiche carestie degli anni Settanta e Ottanta.

Guardandolo la sera dai lunghi ponti di Bamako e Niamey o dalla banchina del porto di Gao, il Niger è l'immagine che, con un altro grande fiume del mondo, il Mississippi, celebra il destino di milioni di uomini e donne. Dalle sue terre africane sono stati catturati gli schiavi da deportare in America e da queste terre è nata una musica carica di nostalgia e dolore. Ritmi e note pizzicate sulle corde della kora, la piccola arpa costruita con pelli di animale e una mezza zucca. Una musica struggente che gli americani chiamarono blues.

Questo fiume è anche il confine tra l'economia delle piroghe e quella dei cammelli. Tra le proprietà di pescatori e agricoltori e il mondo senza confini di pastori e carovanieri. Tra abitanti stanziali a sud e popoli nomadi a nord. Un confronto che divide l'umanità da sempre, ovunque. Lungo le sponde del Niger, ancora oggi gli agricoltori soffrono piegati sotto il sole per proteggere dalla sabbia le piante di zucca, i germogli di melone o per raccogliere a fine stagione pochi quintali di miglio. I pastori peul e i carovanieri tuareg li vedi invece camminare chilometri e chilometri al giorno al seguito di mandrie bororo dalle grandi corna e di convogli di cammelli carichi di sale. Abitudini e stili di vita lontani, diversi, a volte ostili, che però si incontrano e si sovrappongono pacifici quando si avvicinano al fiume e ai suoi pozzi. Sono passati gli schiavisti, i coloni francesi e ora gli imprenditori cinesi, i turisti, i terroristi di Al Qaeda nel Maghreb. Ma lontano dai fuoristrada Toyota che percorrono l'unica strada asfaltata da Bamako a Niamey, l'economia lungo il Niger è la stessa da secoli: una battaglia quotidiana contro la sabbia e l'evaporazione per sfruttare l'acqua.

Fino all'Ottocento gli europei credevano che questo fosse un ramo del Nilo. E come in Egitto, anche sul Niger sono nati grandi imperi. Storie di civiltà poi cancellate dall'avanzata della sabbia, nella perenne gara di sopravvivenza tra il fiume e il deserto. Oggi il Niger si è ritirato a una ventina di chilometri da Timbuctu, la mitica capitale decaduta. Settecento anni fa i traffici d'oro e di sale partivano e arrivavano in barca direttamente in città. Era un popolo ricchissimo, sotto il re Mansa Musa. Furono le sue donazioni durante una visita in Egitto e il pellegrinaggio alla Mecca a diffondere nel mondo la leggenda della misteriosa capitale dai tetti d'oro. Sulla sabbia di Timbuctu nel 1327 Es Saheli costruì la Djinguereber, la grande moschea da poco restaurata dal principe Karim Aga Khan. Ancora a inizio Ottocento, per le poche conoscenze geografiche del tempo, la città era un imprendibile mito. Nell'Europa che si preparava al colonialismo, le spedizioni per scoprirla divennero una sfida. E molti ci rimisero la vita. Tra loro un padovano, l'esploratore Giovanni Battista Belzoni, morto di febbre e stenti nel dicembre 1823 ancora lontano dal suo obiettivo. Il primo a ritornare vivo dalla spedizione fu l'esploratore francese René Caillié nel 1828. Si era travestito da arabo e a Timbuctu scoprì di essere il secondo europeo entrato in città: il primo, lo scozzese Gordon Laing, attraversò il Sahara, risalì il fiume Niger e poco prima di ripartire da Timbuctu nel 1826 venne decapitato. Ormai la città non era più la capitale multietnica e poliglotta delle università, delle moschee e del mito dei tetti d'oro. "La città a prima vista non presentava altro che un ammasso di stamberghe fatte di terra", annota Caillié nel suo diario, "tutt'intorno si vedevano soltanto immense distese di sabbie mobili di un bianco giallastro. Dominava il più profondo silenzio". Ancora una volta il Sahara aveva vinto sul grande fiume.

Oltre al deserto, il problema oggi è la crescita demografica. I dieci milioni di abitanti di questo Stato che si estende fino alla Libia hanno a disposizione una media di 0,7 ettari coltivabili a testa. Con un tasso di crescita della popolazione del 3,4 per cento e la riduzione del suolo agricolo, si prevede che entro tre anni la superficie coltivabile media si riduca a 0,5 ettari, con una resa di 175 chili di miglio l'anno a persona. Non ci sarà da mangiare per tutti. La soluzione contro la fame ancora una volta è il grande fiume. "Su 27 mila ettari di terra con acqua di falda a tre metri di profondità soltanto 35 ettari sono coltivati", spiega Paolo Giglio, da decenni impegnato nei piani di cooperazione: "Non vengono sfruttate perché quelle terre sono di proprietà dei pescatori che fanno gli agricoltori soltanto nella stagione delle piogge". Servirebbero una legge che per ora nessun governo è riuscito a far approvare e un buon investimento internazionale in pompe a energia solare: un piano che renda obbligatoria la coltivazione dei terreni con l'acqua di falda a meno di sei metri. Nel frattempo una immensa ricchezza sfugge inarrestabile a 25 chilometri l'ora, la velocità del grande fiume sotto il ponte di Niamey.

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