Prepariamoci. Il cibo a buon mercato è ormai un ricordo del passato. Il carrello della spesa tornerà quest'anno ad essere più caro per tutti. E non si tratterà di un andamento passeggero, privo di conseguenze, soprattutto in alcune aree del mondo. Che il 2011 sarà un anno drammaticamente simile al 2008, quando l'aumento dei prezzi delle materie prime aveva causato rivolte sociali in Egitto e Haiti, e gettato nella povertà 60 milioni di persone, lo ha annunciato la Fao, l'organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di cibo e agricoltura, qualche settimana fa. Il prezzo di zucchero e carne ha ormai raggiunto i livelli più alti dagli anni Novanta, mentre quello di molti cereali ha superato la soglia del 2008. A sottolineare che non si tratta di un fenomeno temporaneo è uno dei maggiori economisti dell'organizzazione: "Bisogna abituarsi a prezzi più alti in futuro", spiega a "L'espresso" Abdolreza Abbassian: "Negli anni passati erano stati sottovalutati e hanno scoraggiato la produzione agricola mondiale".
È una combinazione perfetta di raccolti insufficienti, condizioni meteorologiche sfavorevoli e una domanda crescente da parte dei paesi in rapido sviluppo a sostenere il livello dei prezzi alimentari. E poi ci sono i fattori indiretti. Il petrolio ha raggiunto nuovamente i 100 dollari a barile, rendendo più costosi i trasporti e, quindi, i cibi importati, mentre le inondazioni in Australia, il maggiore esportatore mondiale di carbone, hanno spinto i container vuoti dalle coste australiane a quelle europee, dove il carbone ha ben altri prezzi.
Alla fine a rimetterci più di tutti sono i poveri del mondo, soprattutto coloro che abitano in Stati dipendenti dall'importazione di materie prime (cibo e petrolio) e governati da rapaci regimi autoritari. Sono loro che, sull'esempio della Tunisia dove due settimane fa è stato deposto il dittatore Ben Ali, potrebbero urlare "Basta!". Nel 1998 furono proprio le proteste nate dall'aumento dei prezzi alimentari in Indonesia a innescare la rivoluzione che mise fine all'avido regno del dittatore Suharto. E anche il golpe che nel 2009 ha rovesciato il governo del pur pacifico Madagascar nacque dalla rabbia contro l'acquisto da parte della sudcoreana Daewoo di un vasto terreno agricolo in un momento di prezzi alimentari in salita. Oggi l'attenzione è tutta rivolta all'islamico Maghreb, dove rischia di indebolirsi il patto stretto tra governanti e governati: potere in cambio della garanzia di una sussistenza gratuita.
"La Tunisia è stata un caso classico", spiega da San Francisco Nils Ebert della società di consulenza globale Monitor: "Il rialzo del 30 per cento dei prezzi di pane, zucchero, riso e latte ha dato vita alle proteste che poi si sono trasformate in rivolte in cui si è espressa tutta l'insoddisfazione della popolazione nei confronti del regime di Ben Ali". Non è l'unico paese che gli analisti politici stanno tenendo sott'occhio. L'Algeria è stata la prima a dare vita a rivolte di piazza, poi sedate con un calmieramento dei prezzi. Subito dopo la Libia ha abolito tasse e dazi su riso, olio di semi, zucchero e latte per bambini. Il Marocco ha introdotto un sistema per compensare gli importatori di grano e mantenere stabili le riserve. La Giordania ha tagliato il prezzo del carburante. Le condizioni ideali per possibili cambi di regime (risorse scarse, alto tasso di disoccupazione, governo impopolare) sono presenti anche in Etiopia, Senegal, Yemen ed Egitto, sottolinea Ebert: "Sono paesi in cui la legittimazione del governo è data soltanto dalla sua capacità di prendersi cura dei bisogni di base della popolazione. Un aumento dei prezzi alimentari rappresenta la rottura del patto. Altrove un governo non cade solo perché aumenta il pane".
Ma anche al di fuori dei paesi più vulnerabili - dal Pakistan all'Egitto, dove già la rivolta contro Mubarak provoca morti, la gente si scontra con la polizia e cerca di assaltare il Parlamento - il controllo dell'inflazione in un momento debole per l'economia globale sarà per molti governi la grande sfida dei mesi a venire, soprattutto in quei Paesi (come Cina, India, Vietnam e Brasile) che nell'ultima decade hanno visto correre la propria economia a tassi superiori al 5 per cento. E che ora devono fare i conti con una popolazione che ha rivoluzionato stili di vita e di consumo.
Pakistan In questo enorme, poverissimo paese musulmano a struttura feudale, governato da una minoranza ristrettissima e ricchissima, l'inflazione alimentare ha raggiunto il 15 per cento, ed è stata (insieme all'elevato tasso di inefficienza e corruzione governativa) responsabile della crisi politica, poi rientrata, dell'anno scorso. A stringere la cinghia è la stragrande maggioranza della popolazione con l'eccezione dei latifondisti (quasi tutti membri del parlamento) a cui il governo permette di non pagare le tasse sui raccolti agricoli ed elargisce sussidi per la coltivazione di cereali.
Cina Probabilmente non sarà l'inflazione alimentare a mettere in crisi la dittatura cinese. Ma l'impero del Dragone sta combattendo da un paio d'anni con un fenomeno che ne mette in difficoltà non solo le esportazioni, ma l'intero sistema economico, storicamente basato su un costo della vita relativamente basso. I prezzi alimentari stanno crescendo ormai a un tasso di due cifre, mentre quelli generali salgono del 5 per cento. E sono solo i dati ufficiali. Quest'anno i piani di acquisto di milioni di tonnellate di cereali dagli Stati Uniti sono stati abbandonati da una Pechino spaventata: erano state le sue importazioni di mais l'anno precedente a farne volare il prezzo. Da queste parti non sono tanto le dimensioni dell'offerta a spingere in alto i prezzi quanto quelle della domanda: milioni di cittadini ogni anno più abbienti. "Hanno aumentato le riserve bancarie, messo sotto controllo i prezzi, si sono impegnati a combattere la speculazione sui mercati delle commodity. Ma forse, a questo punto, se vogliono risolvere il problema, i cinesi dovrebbero inghiottire la pillola amara e alzare i tassi di interesse", avverte Stephen Nicholson, specialista di commodity della società di consulenza Usa International Food Products. Una mossa che tutto il mondo aspetta ma che Pechino si rifiuta di compiere.
India L'inflazione alimentare ha sfiorato il 20 per cento alla fine dell'anno scorso. Ad essere colpite sono state soprattutto le verdure, aumentate in media del 70 per cento, con le cipolle, elemento base della dieta indiana, che triplicando di prezzo sono diventate irraggiungibili per la maggioranza della popolazione. Ma il governo, memore del 2004 quando furono proprio le rivolte di piazza legate ai prezzi dei cibi di base a farlo cadere, la settimana scorsa ha imposto prezzi calmierati ad alcuni alimenti, cipolle incluse. Risultato: l'inflazione è scesa al 15,52 per cento. Come in Cina (e in Vietnam), anche in questo Paese in forte sviluppo l'aumento dell'inflazione alimentare è dovuto soprattutto al cambiamento della tipologia di consumi che ha mandato in fibrillazione gli scontrini di carne e verdure.
Brasile Nell'emergente potenza sudamericana l'inflazione ha rialzato la testa, complice la crescita della spesa pubblica resasi necessaria per superare la tempesta della crisi finanziaria del 2008 e l'aumento dei prezzi delle materie prime. Se un tasso che quest'anno potrebbe giungere al 7 per cento è ancora lontano da quelli a due cifre che avevano messo il Paese in ginocchio negli anni Novanta, la popolazione è preoccupata del crescente aumento dei prezzi nei mercati rionali. Il governo è in ambasce: la neoeletta presidentessa Dilma Roussef aveva promesso in campagna elettorale di abbassare i tassi d'interesse (che si aggirano intorno al 10 per cento e sono tra i più alti al mondo), ma il contenimento dell'inflazione richiederebbe invece che la Banca centrale li rivedesse al rialzo, cosa che, a sua volta, rischierebbe di frenare il passo baldanzoso dell'economia. A parziale consolazione (ma solo per i latifondisti) il Brasile del 2011 sarà un beneficiario netto dell'aumento dei prezzi di mais e soia. Insieme all'Argentina ne è infatti il maggiore esportatore mondiale.
Perché l'inflazione alimentare? "Stiamo subendo adesso le conseguenze della sbornia degli anni Ottanta e Novanta, quando i governi occidentali offrivano lauti sussidi ai contadini, disincentivando la produzione altrove", spiega l'economista della Fao Abbassian. Per i contadini africani il lavoro nei campi era una partita persa prima ancora di toccare palla. Tanto valeva gettare a terra l'aratro e aspettare gli aiuti alimentari del Pam (acquistati tra l'altro dagli agricoltori americani). I terreni coltivati si sono così rapidamente ristretti, tanto più che Stati come il Brasile hanno dato vita alla produzione di etanolo su base industriale, sottraendo ulteriore terreno ai raccolti. Era un trend che avrebbe potuto funzionare a bocce ferme. Ma il mondo nel frattempo è cambiato. Milioni di cinesi, indiani e brasiliani hanno iniziato a consumare sempre più riso, mais, carne. I recenti cambiamenti climatici poi hanno avuto un impatto profondo sulle coltivazioni tradizionali. L'anno scorso, ad esempio, la siccità nella Russia meridionale e un freddo insolito in Cina hanno ridotto la produzione di granoturco e soia, e il fenomeno della Nina in America Latina rimane un'incognita. "Dobbiamo sperare in un raccolto eccellente quest'anno, perché se fosse solo buono non sarebbe sufficiente", spiega Abbassian.
Ma il problema principale rimane l'offerta: "La crescita della produzione di cibo non regge il passo con quella della domanda", dice Nicholson. Per convincere sempre più contadini a tornare a coltivare la terra occorrerà rendere attraente il mestiere con profitti soddisfacenti. Dunque i prezzi dei prodotti alimentari dovranno aumentare. "Nel complesso l'inflazione alimentare è un fattore positivo perché incrementerà la produttività agricola", conclude Abbassian: "Ed è giusto che chi può pagare prezzi più alti lo faccia". Ma il meccanismo potrà funzionare solo se gli Stati sapranno anche attuare meccanismi di sostegno alla parte più debole della popolazione. In altre parole: sussidi ai poveri, non agli agricoltori.