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La Tunisia è alla vigilia di due appuntamenti cruciali. Le elezioni legislative del 26 ottobre. E quelle presidenziali del 23 novembre. Le prime dopo il varo della nuova Costituzione che non contempla la sharia come fonte del diritto e dà basi giuridiche alla “rivoluzione dei gelsomini”iniziata il 18 dicembre 2010 col suicidio di Mohamed Bouazizi, un venditore ambulante vessato dalla polizia che si diede fuoco a Sidi Bouzid. Gesto di disperata protesta che scatenò la rivolta in tutto il Paese e costrinse il 14 gennaio 2011 a fuggire in esilio il presidente Zine El-Abdine Ben Ali, al potere dall’87.
Nelle elezioni per l’Assemblea Costituente, nove mesi dopo la rivoluzione, trionfò con oltre il 37 per cento dei voti Ennahda, il partito di ispirazione islamica che era stato messo al bando durante il regime laico e socialista di Ben Ali. Slogan vincente in un paese al 98 per cento musulmano: “Votate per chi piange Dio”. Rachid Gannouchi, suo leader e ideologo, mostrò un volto conciliante cercando di coinvolgere le forze laiche in un governo di unità nazionale. Ma al suo appello aderirono solo due partiti: Congresso per la Repubblica, che ottenne la carica di Capo provvisorio dello Stato per Mohammed Moncef Marzouki; e Ettakatol, che insediò alla presidenza dell’Assemblea Costituente Mustafa Ben Jaafar. Nel 2013 l’assassinio di due oppositori, Chokri Belaid e Mohamed Brahmi, mise in crisi il processo democratico scosso anche dall’attentato all’ambasciata americana a Tunisi. Giovani barbuti aizzati dalle moschee più tradizionaliste spadroneggiavano per le vie della capitale, assaltavano una tv privata che aveva trasmesso un film considerato blasfemo, creavano tensioni nelle università imponendo alle ragazze l’obbligo del velo. Mentre dai confini porosi della Libia affluivano armi e si infiltravano terroristi. Nell’impotenza dei poliziotti a cui era stato suggerito di lasciar correre. Fino a quando un gruppo di agenti più coscienziosi si decise a protestare con i capi sollecitando ordini per intervenire. Così, davanti ai palazzi del potere, comparvero i blindati.
La rivoluzione era in fase di stallo e i partiti laici erano tentati di ritirarsi dai lavori per la Costituzione anche per alcuni scivoloni di Gannouchi che tendeva a liquidare come «eccessi giovanili» le violenze degli islamisti. La società civile era in fermento. Nell’estate, durante il Ramadan, un imam proibì ai fedeli di mettersi in costume sulle spiagge. Migliaia di persone sfidarono il divieto spogliandosi e scattandosi selfie postati poi su Facebook. Un segnale di forte dissenso colto dalle associazioni degli avvocati, dei sindacati che si coalizzarono per sbarrare il passo all’Islam intransigente con il motto “Non in mio nome”.
La svolta accelerò il passo indietro di Ennahda. Che, impreparato all’esercizio del potere, fece dimettere il suo premier Ali Larayedh, strinse un nuovo compromesso con i laici e diede vita al governo di transizione del tecnocrate Mehdi Jomaa. Una tregua che ha permesso la nascita della nuova Costituzione, la più avanzata del mondo arabo (soprattutto per la parità dei diritti alle donne). «Un laboratorio di democrazia», dice il presidente Marzouki, «per l’intera regione».
Malgrado i passi falsi e le esitazioni, favorito sembra ancora Ennahda. L’unico partito di massa organizzato, con 80 mila iscritti. Ma l’eccesso di frammentazione (circa 15 mila i candidati di oltre 1300 liste per 217 seggi) non dà agli islamici la garanzia di una maggioranza solida. Nella galassia dei partiti laici si è fatto largo nei sondaggi Nidaa Tounes, fondato nel 2012, che ha però il limite di aver imbarcato troppi reduci del vecchio regime. Lo stesso leader, l’88enne Beji Caid Essebsi, era stato ministro degli Esteri di Bourguiba e presidente del Parlamento di Ben Ali. Un dinosauro che promette «uno choc positivo» ma allontana l’elettorato giovanile. Il fronte più attivo sembra essere quello femminile, che già ai tempi di Bourguiba si era ritagliato spazi di emancipazione, e che con personaggi come Lina Ben Mhenni (la blogger incontrata da Matteo Renzi nella sua visita a Tunisi) aveva svolto un ruolo determinante nei giorni della rivoluzione.
«O la transizione sfocia in un traguardo concreto», prevede Chafik Sarsari, presidente dell’Autorità per le elezioni, «o si cade in un regime ibrido che, nella sostanza, è dispotico sotto una copertura democratica». Ma lo sbocco più probabile è un nuovo compromesso che potrebbe portare alla riconferma di Jomaa. Ennahda almeno a parole ha scelto il dialogo. «In passato siamo stati troppo impazienti», fa autocritica Gannouchi. «Avremmo dovuto concedere maggiori margini di manovra ai nostri rivali». Più che sullo scontro fra la stretta osservanza del Corano e la laicità dello Stato cerca di porre l’accento sulla sfida fra rivoluzione e conservazione. Pronto quindi ad allearsi con le forze progressiste che rispettano lo spirito del nuovo corso. Ennahda non ha ancora indicato un nome per il premierato. E non ha presentato nessun uomo alle elezioni del Presidente, che avrà meno poteri rispetto al passato, proprio per lasciare più terreno alle formazioni laiche. I candidati alla massima carica dello Stato sono 27. Un elenco in cui, oltre a Essebsi, l’uscente Marzouki e Ben Jaafar, compaiono figure prestigiose come Ahmed Nejib Chebbi (eroe della lotta contro la dittatura) ma anche una pletora di affaristi e di proprietari di media che ricordano i conflitti di interesse di Silvio Berlusconi.
La campagna elettorale che si snoda senza eccessive tensioni, salvo qualche scontro nei piccoli centri, ha come priorità il rilancio di un’economia che cresce troppo lentamente (per il 2014 sarà del 2,4 l’aumento del Pil) ed è frenata dal debito pubblico e dalla disoccupazione (16 per cento che schizza a 30 fra i giovani). Nelle regioni depresse del Nord Ovest, intorno a Jendouba, centinaia di giovani abbandonano ogni giorno i loro villaggi. Se l’esodo dovesse continuare a questi ritmi l’area rimarrebbe del tutto spopolata entro cinquant’anni. Anche il turismo, che rappresenta il 7 per cento del Pil, è stato penalizzato dall’instabilità. Nei divertimentifici intorno ad Hammamet, che hanno prosperato anche sotto i governi islamici nella totale tolleranza dei costumi occidentali, l’estate scorsa non si è registrato il pieno. Per uscire dal tunnel, sia Ennahda che Nidaa Tounes annunciano piani per infrastrutture che dovrebbero moltiplicare i posti di lavoro.
Ma per tutti la preoccupazione maggiore è il terrorismo. Sono tremila i combattenti tunisini che si sono uniti all’esercito dell’Isis. E in crescita è anche il flusso delle schiave d’amore che partono per la Siria e l’Iraq a offrirsi in spose ai soldati del califfo. Secondo la polizia, l’opera di prevenzione ai valichi di confine ha bloccato la fuoruscita di almeno altri 9 mila jihadisti. Mohammed Iqbal Ben Rejeb, presidente dell’ “Associazione di salvataggio dei tunisini bloccati all’estero” dice che non si tratta solo di disadattati: «Nella lista ci sono anche studenti e funzionari dello Stato. Combattenti che appartengono a tutte le classi sociali, con un’età che varia dai 18 ai 27 anni».
Durante l’offensiva del radicalismo islamico il movimento più aggressivo era Ansar Al Sharia, guidato da Abu Aiyadh. Messo al bando nel 2013, ha piantato radici in Libia avvicinandosi alle posizioni dell’Isis. Per contenere il pericolo e bloccare il flusso dei profughi (già due milioni) Tunisi chiude a intermittenza la frontiera con la Libia. Ma decine di cellule dormienti sono ancora annidate nel Paese. E si parla di depositi di armi infiltrate dalla Libia nelle aree del deserto dove sono stati sgozzati nove soldati. La polizia è riuscita a smantellare nuclei pronti a entrare in azione a Kasserine, Medenine, Kef, Jendouba e Monastir.
Un altro teatro caldo è la frontiera con l’Algeria dove opera un gruppo affiliato a Al Qaeda nel Maghreb islamico. In maggio, a Karin, sono stati uccisi 4 soldati di guardia alla casa del ministro degli Interni Lofti Ben Jeddou. In luglio altri 15 soldati sono stati uccisi nella stessa regione. In settembre l’aviazione ha bombardato a più riprese le postazioni di altura dei jihadisti. E a vigilare sulla sicurezza dei patrii confini sarebbe intervenuto un protettore occulto. La Cia avrebbe installato una base di monitoraggio nel deserto. La fragile Tunisia che sta per scegliere alle urne il suo futuro è l’unico esperimento di reale democrazia nell’area. Un baluardo che Obama non può trascurare.