Pubblicità

Sempre più armi in mano ai civili Ma (forse) qualcosa sta cambiando

Corbis-42-20252910-jpg
Corbis-42-20252910-jpg

Ogni anno nel pianeta vengono prodotti molti più fucili e pistole di quanti ne vengono distrutti. Ma sempre più Paesi, come l'Australia, scelgono norme severe per il possesso che diventano modelli per gli altri stati. E il concetto di virilità sta cambiando

Corbis-42-20252910-jpg
Neanche in 3D. Ci sono Paesi, come il Giappone, in cui non si può portare in giro nemmeno una pistola di plastica ottenuta con una stampante 3D. Ad aprile ci ha provato, a Kawasaki, un ragazzo di ventisette anni, ed è stato subito arrestato. A casa gli hanno trovato cinque modelli, due dei quali potevano sparare, anche se il ragazzo non possedeva proiettili. «Le ho create io, non credevo fosse illegale», si è giustificato.

Eppure doveva aspettarselo. Il suo Paese è infatti uno dei più severi nel controllo delle armi da fuoco. Qui comprarne una è un processo lungo e complicato, e infatti se ne possiedono davvero poche: 0,6 ogni cento abitanti (contro le 88,8 degli Usa), che ne fa il 164esimo Paese al mondo. Le si usano anche pochissimo, soprattutto per uccidere: nel 2011 hanno ammazzato sette persone, meno delle forbici.

Ma verso quale estremo si muove il mondo, verso il Giappone, oppure al contrario verso certi Stati americani dove le leggi sono molto liberali, come in Georgia, e la percentuale di omicidi per arma da fuoco è del 18 per cento, come in Louisiana?

Mondo
Stati Uniti, il paese sempre più a mano armata
14/8/2014


«In tutto il mondo le leggi stanno diventando più restrittive», risponde da New York Rebecca Peters, per anni direttrice della ong International Action Network on Small Arms (Iansa, di cui è ancora tra i portavoce) e oggi impegnata in Guatemala nel progetto Surviving Gun Violence: «In generale, i Paesi stanno alzando gli standard necessari per possedere le armi, e dunque richiedono test più stringenti e prerequisiti personali più rigidi, prevedendo ad esempio l’esclusione di chi ha precedenti penali o di violenza domestica. È il risultato di un movimento internazionale che si è fatto sentire sia a livello Onu sia a quello regionale».

«In generale, si può dire che oggi quando un Paese riforma le sue norme in materia le rende di solito più rigide, e questo vale specialmente laddove si sono verificate sparatorie di massa», confermano da Ginevra da Small Arms Survey, centro studi indipendente che ha analizzato 42 giurisdizioni: «Abbiamo assistito a un trend simile anche in Sudafrica e in Canada, sebbene in entrambi i casi ci siano stati anche dei contraccolpi».


Il Paese che però, al di là del Giappone, troppo pacifista e sui generis, dovrebbe ispirare ogni ipotesi di riforma è l’Australia. A pensarlo è lo stesso presidente Barack Obama, che due mesi fa, dopo l’ennesimo omicidio di un ragazzo innocente, stavolta in Oregon, ha dichiarato: «Un paio di decenni fa l’Australia fu toccata da una sparatoria di massa simile a quella di Columbine e di Newtown, e disse: “Bene, basta. Non deve succedere più”. Impose norme molto severe, e da allora non hanno più avuto massacri».

Obama si riferiva a un episodio avvenuto nel 1996, quando in Tasmania, a Port Arthur, un 28enne uccise trentacinque persone e ne ferì altre ventitré. Pochi mesi dopo, il National Firearms Agreement mise fuori legge i fucili semiautomatici e prima di ogni acquisto stabilì l’obbligo di test e indagini accurate da parte della polizia, oltre che un’attesa di 28 giorni. Inoltre, grazie a quella legge, ora serve sempre una ragione valida per possedere un’arma, e l’autodifesa non è tra queste. Il governo uniformò i sistemi di licenza territoriali, e con un programma di ri-acquisto tolse dalla circolazione e distrusse la metà delle armi, ben 700mila. Così gli omicidi per arma da fuoco sono diminuiti di due terzi.

Rebecca Peters, che per cinque anni guidò la campagna per la riforma in Australia, sostiene che quella legge può indicare meglio di altre la via agli Stati Uniti, perché i due Paesi si assomigliano molto, sia nella cultura delle armi che in quella storica della frontiera. L’altro modello, per lei, è il Brasile: «La riforma del 2003 ha ristretto la platea dei possibili compratori di armi, vietandole peraltro ai minori di 25 anni, e poi ne ha bandito il porto nei luoghi pubblici. Infine un programma di riacquisto statale ne ha tolte dalle strade più di 500 mila».

E per quanto riguarda il possesso da parte di civili? Nel mondo sta diminuendo o sta aumentando? «Con le fabbriche mondiali che sfornano milioni di nuovi modelli ogni anno, e con un numero di armi decisamente inferiore che viene invece distrutto, il possesso da parte dei civili è probabile che stia crescendo», spiegano da Small Arms Survey. È proprio loro l’ultima indagine internazionale effettuata, quella più citata nel settore, ed è del 2007. Diceva allora che, su circa 875 milioni di armi da fuoco, ben 650, ovvero il 74 per cento, fosse in mano a civili, inclusi i quattro milioni che appartenevano a società di sicurezza private.

Il record spettava di gran lunga agli Stati Uniti, con 88,8 armi ogni cento persone, seguiti dallo Yemen (54,8 per cento), la Svizzera (45,7), la Finlandia (45,3) e la Serbia (37,8). L’Italia era al 55esimo posto con 11,9, ma con un’alta percentuale di omicidi commessi con le armi, 67,5 per cento: 19esimo posto nel mondo, subito dietro agli Usa (Secondo un rapporto del 2014 di Small Arms Survey, il nostro Paese è inoltre il secondo esportatore al mondo, per un valore di almeno 499 milioni di dollari, dietro agli Stati Uniti e davanti a Germania e Brasile, ed è all’ottavo posto come importatore, per un valore di almeno 108 milioni, in una classifica ancora guidata dagli Stati Uniti, da Canada e Germania).

In totale, per UN Comtrade, il commercio mondiale di armi leggere è quasi duplicato tra il 2001 e il 2011, da 2.380 a 4.634 miliardi. Conferma Rebecca Peters: «Ogni anno vengono prodotte nel mondo milioni di nuove armi, e ne vengono distrutte molte meno. Quindi sì, il totale cresce. Tuttavia crediamo che il numero di possessori stia diminuendo, grazie alle leggi e a un nuovo modello di virilità, che punta sull’intelligenza, sulla competenza nella comunicazione e nella tecnologia piuttosto che sulla capacità di dominare gli altri. Negli Stati Uniti, ad esempio, il numero di armi cresce, ma - e il fatto è spesso sottovalutato - solo a beneficio di un piccolo settore della popolazione, che si sta creando dei veri arsenali».

Ma leggi più restrittive portano necessariamente a meno omicidi? I dati dicono che non sempre è così. «La disponibilità di armi è solo uno dei fattori che influisce sul tasso di omicidi, anche se va ricordato che pistole e fucili sono molto più incisivi di un coltello o di un pugno. In Messico la legge è severa, ma il governo non riesce a farla rispettare, e il flusso del contrabbando dagli Usa non fa che peggiorare la situazione», risponde Peters.

Lo stesso vale, in realtà, anche per il Brasile e per il Sudafrica. Qui il processo al campione paralimpico Oscar Pistorius, che ha sparato e ucciso in casa la fidanzata, ha fatto venire alla luce come, nonostante i progressi e i successi di una legge del 2004, Pistorius e i suoi amici potevano possedere revolver e mitragliatori, e portavano le pistole in pieno giorno al ristorante, dove le tiravano fuori per mostrarle.

«In conclusione, una buona legge non è l’unico strumento per prevenire la violenza, così come i limiti di velocità non lo sono per fermare gli incidenti stradali. Ma è comunque una componente essenziale per risolvere il problema delle armi, che nel mondo uccidono mille persone ogni giorno, e ne feriscono tra le 2 e le 3 mila, con un impatto devastante sulla salute, i diritti umani e lo sviluppo».

L'edicola

La pace al ribasso può segnare la fine dell'Europa

Esclusa dai negoziati, per contare deve essere davvero un’Unione di Stati con una sola voce

Pubblicità