La burocrazia militare li chiama "attacchi veicolari". Ma niente bombe, l'arma è l'automobile stessa: semplicemente, vuol dire che si investe qualcuno apposta. Di solito gli obiettivi sono le fermate dell'autobus, dove c'è più gente; altre volte, passanti che attraversano.
Ieri è successo a Gerusalemme, in centro: hanno mirato a un rabbino di 60 anni, morto quasi subito. Una telecamera di sicurezza ha ripreso tutto.
Il video rende bene l'idea di quello che è per ora la "terza intifada": attacchi sparsi, improvvisi, in apparenza non coordinati, quindi ancora più imprevedibili.
Quando gli aggressori non usano le macchine, ci sono sempre i coltelli, cioè l'attacco corpo a corpo per strada: nell'era dei droni digitali, un ritorno al modo più primitivo di ammazzarsi, tornato in auge da un paio di settimane.
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Il timore più forte, tra chi ancora spera nella pace in ciascuna delle due parti, è che ora la cosa prenda piede anche dall'altra parte: già diversi civili israeliani hanno aggredito palestinesi a caso, per strada. Non è difficile che possa accadere in una città come Gerusalemme, dove le vite di arabi ed ebrei si intrecciano ogni minuto in molti quartieri.
Il fantasma che si sta aggirando è dunque quello della guerra civile diffusa, molecolare, individuale. E arcaica, da faida tribale.
Paradossalmente, la stragrande maggioranza degli israeliani questo nuovo conflitto lo vede soltanto nei tablet e nei Tg della sera. I video e le news passano virali, mentre tutti - da questa parte del muro - continuano la loro vita terribilmente normale. La movida di Tel Aviv, ad esempio, non si è accorta di nulla: qui è ancora estate e anche ieri sera, tra il quartiere modaiolo di Sarona e i locali affacciati sul mare, era il solito mix di musica, birra, coppie abbracciate a passeggio.
Ma anche nella Gerusalemme israeliana, a poca distanza dai luoghi degli attentati, gli unici segni di tensione sono i poliziotti raddoppiati nella città vecchia (ieri erano più di mille, in divisa e no) e un po' di controlli in più all'ingresso dei supermercati. C'è stato anche qualche corteo improvvisato di nazionalisti imbandierati che hanno incasinato un traffico già caotico di suo.
Un altro segnale debole (e quasi comico) della maggiore tensione è la diffusione di ombrelli nelle mani della gente, anche se da giorni su Israele c'è un sole implacabile: gli ombrelli vengono considerati un buon modo per difendersi in eventuali corpo a corpo. Anche i bastoncini per selfie, allo stesso scopo, hanno avuto un picco di vendite - e non ai turisti.
Molti si aspettavano che il consiglio dei ministri di ieri liberalizzasse il porto d'armi, invece il governo ha solo calcato ulteriormente la mano sui palestinesi autorizzando il blocco militare e il coprifuoco in interi quartieri (l'obiettivo è soprattutto Gerusalemme est). Inoltre è stato proibito di ricostruire le case negli stessi luoghi in cui sono state abbattute dalle ruspe israeliane.
Quest'ultimo è un passo in più nella strategia degli abbattimenti che va a colpire le famiglie degli attentatori, quindi molto oltre il principio giuridico della responsabilità personale.
Ormai da decenni, questo sistema viene utilizzato dai governi israeliani a scopo "dissuasivo", con effetti molto incerti dal punto di vista della sicurezza ma molto evidenti, invece, in termini di aumento della disperazione e dell'odio indiscriminato.
Ieri il consiglio dei ministri ha deciso anche di sequestrare i beni degli attentatori, un'altra misura che va a colpire le famiglie in una guerra in cui la povertà economica di una delle due parti in causa non è certo un fattore secondario.
Ma nonostante questa nuova stretta, quello che ha colpito di più molti israeliani ieri è stato l'appello alla legalità che lo stesso premier Benjamin Netanyahu ha fatto agli israeliani, subito dopo il consiglio dei ministri: il governo evidentemente teme una deriva incontrollabile e individuale del conflitto anche da parte dei propri cittadini, cosa che in parte sembra stia già avvenendo.
La nuova piega del conflitto, peraltro, sembra aver colto di sorpresa anche i leader palestinesi della Cisgiordania e i partiti arabi che siedono alla Knesset. Ieri, per cercare di riprendere in mano la situazione, questi hanno organizzato uno sciopero delle attività commerciali arabe in Israele e una manifestazione nella città di Sakhnin, nel nord del Paese.
Ma i tentativi di incanalare la rabbia in modo collettivo e pacifico rischiano di abortire a mano a mano che crescono le aggressioni reciproche, che chiamano vendette e poi altre vendette, in una spirale di odio che nessuno sembra più riuscire a gestire, per la gioia degli estremisti di entrambe le parti.