Il termine che domina questa nuova stagione di conflitto è 'incitement', ovvero istigazione. Brandito da entrambe la parti. Dagli israeliani, per accusare chi sui social network incita i giovani palestinesi agli attacchi con i coltelli e le auto. Dai palestinesi, spiegando che 'istigazione' è l'intera politica di occupazione di Israele

Nella storia ci sono spesso delle parole che segnano un periodo, per l'uso o l'abuso che se ne fa sui media e nel confronto politico. La parola che viene continuamente pronunciata nel nuovo conflitto tra israeliani e palestinesi è "incitement", cioè "istigazione". O "incitamento", se preferite.

Il termine viene brandito da entrambe le parti, con significati e obiettivi diversi. Lo usano in abbondanza gli israeliani, innanzitutto, per accusare chi nei social network o altrove incita alla violenza, in particolare alle aggressioni corpo a corpo che da due settimane insanguinano il Paese; ma lo usano per contrasto anche i palestinesi, nel sostenere che se ci sono violenze queste sono istigate dalla repressione del governo, dalle provocazioni dei soldati e dei coloni e dalle misure sempre più draconiane con cui Netanyahu rende la vita infernale di là della linea verde o a Gaza.
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Naturalmente, ciascuna parte vede solo le istigazioni di quella avversa e nega le proprie.

Il governo israeliano e i media della sua area, in particolare, considerano "le istigazioni" la causa principale di quello che sta avvenendo a Gerusalemme, cioè appunto il moltiplicarsi di aggressioni da parte di palestinesi giovani e giovanissimi, armati di coltelli da cucina o alla guida di un'automobile, contro il primo ebreo che passa. Poiché, come si è scoperto, gli assalitori sono quasi sempre ragazzi sotto i vent'anni che non hanno mai avuto precedenti né hanno militato in formazioni estremiste, ecco che la destra punta il dito sui social network,dove la rabbia circola e monta facilmente.
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Così è partita, da qualche giorno, una robusta campagna per fermare o almeno filtrare i contenuti on line, «anche a costo di restringere la libertà di parola», come sostiene sul "Jerusalem Post" Isi Leibler, decano dei commentatori reazionari, secondo il quale «serve una legge contro l'istigazione con pene pesanti per chi la viola». E ancora, scrive Leibler: «È tempo di decisioni drastiche: per salvare vite israeliane, dobbiamo limitare la libertà di parola. Sono sicuro che la maggioranza degli israeliani è d'accordo».

Una posizione, quella di Leibler, che in effetti è tutt'altro che isolata nel Paese dove soprattutto i meno giovani accusano Facebook e Twitter di eccitare gli animi e provocare comportamenti emulativi. 

Un analista dell'Istituto di studi (israeliano) per la Sicurezza Nazionale, Adam Hoffman, sostiene ad esempio che esistono diversi tipi di istigazione: «C'è chi invita direttamente ad aggredire gli ebrei, magari con video di istruzioni per causare il massimo delle vittime; ma è istigazione anche caricare sul web immagini retoriche che esaltano i "martiri", cioè chi è morto assalendo qualcuno a coltellate. E ancora, è istigazione la diffusione di video emozionali montati per suscitare nei palestinesi sentimenti di mortificazione e di sdegno, quindi di odio e vendetta».
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Di qui appunto le richieste di censura, che arrivano mentre il governo israeliano sta aumentando il livello, già altissimo, di cyberspionaggio. Negli ultimi anni Israele è diventata una piccola potenza tecnologica, con un'esplosione di start-up che ne fa oggi una delle aree più digitali del mondo. In un contesto così, non mancano le aziende private di intelligence che scandagliano il dark web, cioè la parte nascosta della Rete. Secondo Avi Kasztan, numero uno dell'agenzia di cyberspionaggio Singill (vicina al governo), «gli aggressori non sono solo ragazzi che passano il tempo davanti a Facebook: buona parte del loro lavaggio del cervello avviene attraverso stanze digitali coperte, le cui fila sono tirate da propagandisti che stanno all'estero». 

Fin qui "l'istigazione" vista dalla parte israeliana (o meglio della destra israeliana, che è al potere). Da parte palestinese, ovviamente, il cannocchiale viene rovesciato: «È dal giorno in cui è stato eletto che a istigare alla violenza è il premier Netanyahu, che indica sempre gli arabi come nemici», dice Youssef Jabareen, deputato a Gerusalemne della Lista Araba Unita. 

Secondo Jabareen, le prime istigazioni sono arrivate dalle provocazioni dei coloni che sono andati in massa alla Moschea di Al-Aqsa (a fine settembre, una delle cause scatenanti di questa ondata di violenze); quindi dall'uccisione da parte di soldati, per strada, di palestinesi che potevano essere arrestati o fermati senza spargimenti di sangue; e infine dalle misure repressive attuate dal governo, come le continue demolizioni delle case e i sequestri dei beni delle famiglie degli aggressori. Per non dire delle proposte fatte circolare in questi giorni da deputati vicini al premier, come quella di non restituire più alle famiglie i corpi degli assalitori uccisi, seppellendoli invece in fosse anonime e segrete.

Se c'è una continua istigazione, dicono insomma i palestinesi, questa è proprio l'occupazione, con tutto ciò che si porta dietro in termini di vessazioni, umiliazioni, condizioni di vita spesso estreme (a Gaza) comunque sempre subalterne (in Cisgiordania).

In questa spirale di accuse reciproche, non sono molti quelli che cercano di guardare anche la trave nel loro occhio, cioè gli errori della propria parte nello scoppio della nuova guerra civile diffusa. Tra questi, c'è lo scrittore israeliano ed editorialista del quotidiano "Haaretz" Gideon Levy, da sempre favorevole al dialogo, secondo il quale la violenza di queste settimane è anche la conseguenza di anni in cui i suoi connazionali «si sono disinteressati di quel che accadeva di là della linea verde e hanno votato partiti ultranazionalisti, razzisti e messianici», mentre «i media nascondevano i crimini dell'occupazione a Gerusalemme est». 

E chissà se per i falchi israeliani anche questa opinione, oggi, può essere considerata "istigazione".

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