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Mondo
febbraio, 2015

Terrorismo islamista in rete, la censura non serve

La copertina del libro di J.M. Berger
La copertina del libro di J.M. Berger

Chiudere i loro siti? Ci impedirebbe di raccogliere dati e di scoprirli. Parla uno dei massimi esperti del settore, 

La copertina del libro di J.M. Berger
Lo scorso giugno J. M. Berger, ricercatore della Brookings Institution e co-autore del volume di prossima uscita “ISIS, the State of Terror”, ha illustrato in una citatissima analisi su “The Atlantic” quanto sia sofisticata la strategia adottata dal califfato islamista per diffondere la sua propaganda sui social media; per esempio, tramite un app ufficiale per moltiplicarne i messaggi su Twitter e campagne organizzate di manipolazione degli hashtag più popolari. Da allora, i video e i tweet del Califfato hanno scandito una macabra sequela di decapitazioni, minacce e altre produzioni realizzate con inedita perizia, sollevando un dibattito ancora irrisolto su come farvi fronte. “L’Espresso” lo ha intervistato.

Berger, come si sta evolvendo la propaganda in Internet dell’Isis?
«Da quando la app ufficiale è stata sospesa, i suoi sostenitori hanno risposto creando migliaia di “bot”, cioè profili Twitter controllati da un semplice software invece che da una persona. I nuovi “bot” usano molte tecniche diverse, così Twitter non riesce a eliminarli tutti in un colpo solo con la stessa semplicità di prima. Anche Al Qaeda nella penisola arabica ha cominciato a usare i “bot”, e mi aspetto lo facciano anche altri».

Lei ha scritto: “Se ogni impresa di un fan dell’Isis su Twitter merita un articolo, ve ne posso dare 200 al giorno”. Come traccia i profili dei terroristi sui social media?
«Principalmente utilizzando uno strumento analitico sviluppato con l’aiuto di alcuni programmatori molto ingegnosi. Ma faccio ricorso anche a ogni tool esistente prodotto da terze parti. E per leggere i contenuti degli estremisti uso un client Twitter che mi consente di spalmare i profili che seguo su una tv a schermo panoramico, così da poter tenere traccia delle loro attività rapidamente».

E per valutarne l’attendibilità?
«È una delle grandi sfide che dobbiamo affrontare. Il mio metodo è seguire circa 70-80 profili che, nel tempo, ho stabilito essere effettivamente parte dell’Isis. Per esempio, so chi pubblica il materiale ufficiale per primo, e ho anche una percezione più ampia di chi sia solamente un fan entusiasta».

Ma il numero di profili è diminuito da quando YouTube e Twitter hanno dichiarato guerra alla propaganda islamista?
«Determinare quanti siano i sostenitori del Califfato on line in un preciso momento è un’altra grande sfida, dato che i loro profili vengono costantemente chiusi e riaperti. Le mie ricerche suggeriscono che il loro numero è rimasto all’incirca lo stesso, o forse appena inferiore, rispetto a quando Twitter ha cominciato a chiudere account dopo il video della decapitazione di James Foley».

Dopo il massacro di Parigi, l’Europa e non solo ha reagito chiedendo misure antiterrorismo più severe. Al riguardo, lei ha scritto su “Foreign Policy” che i jihadisti «fanno quasi sempre affidamento su queste risposte (sproporzionate, ndr) per promuovere i loro obiettivi», contribuendo inoltre a fondare le nostre reazioni «sul rischio percepito piuttosto che su prove». C’è davvero bisogno di più sicurezza e meno libertà, come dopo l’11 settembre?
«Non sono sicuro che i recenti attacchi richiedano uno stravolgimento di come affrontiamo la sorveglianza e i poteri di polizia. La maggior parte delle persone coinvolte era conosciuta alle autorità. Potremmo fare meglio cercando di capire più nel dettaglio chi tra i sospetti diventerà violento, ma l’approccio più efficace è insegnare alle forze di primo intervento - la polizia, le unità di emergenza - come gestire quelle che chiamiamo situazioni “active shooter”, tra cui figurano alcuni tipi di attacchi terroristici e la furia omicida di soggetti mentalmente disturbati».

Se la sorveglianza digitale di massa non è la risposta, qual è l’alternativa?
«Siamo diventati abilissimi a raccogliere i dati, ma dobbiamo migliorare nel comprenderli. Al momento gli strumenti di analisi “big data” sono in una fase molto precoce di sviluppo, e molti azzardano affermazioni sulla loro efficacia che non possono provare. Dobbiamo capire quali strumenti di analisi funzionino meglio e al contempo minimizzino l’intrusione dei governi nelle vite private dei cittadini. Ci vorrà del tempo, e un po’ di prove ed errori».

Alcune delle nuove misure proposte mirano a rimuovere di più e meglio la propaganda jihadista dal Web. E se fosse più efficace insegnare a neutralizzarla, e nel frattempo usare quelle informazioni per studiare gli estremisti, come stanno facendo agenzie di intelligence e ricercatori come lei?
«Credo sia ragionevole rendere più dura la vita ai terroristi che diffondono la loro propaganda. Non possiamo liberarcene del tutto, ma possiamo limitarne la portata. Nel farlo, impediamo loro di ottenere alcuni dei loro obiettivi. Il tutto dovrebbe essere accompagnato da sforzi per dare alle persone il contesto necessario a comprendere quel materiale, ma è difficile nell’attuale clima politico. Ci sono poi questioni spinose riguardo alla libera espressione, ma come non diamo ad Al Qaeda o Isis tempo televisivo per diffondere i loro messaggi, non siamo costretti a consentire lo facciano su una piattaforma on line, senza restrizioni».

Twitter: @fabiochiusi

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