L’attentato di Tunisi ci ricorda che la coalizione anti Stato Islamico si muove con eccessiva timidezza. E che c’è una guerra da vincere. Subito

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I terroristi che il 18 marzo hanno colpito il cuore della capitale tunisina hanno inferto un colpo al fondamentale settore del turismo, ai rapporti tra Europa e Tunisia, e all’unica transizione democratica di successo del mondo arabo. Una risposta adeguata dovrebbe prevedere il rafforzamento dei rapporti tra Europa e Tunisia, un sostegno alle forze di sicurezza, un aiuto all’economia zoppicante del Paese, e il rinnovo dell’impegno a portare a compimento la transazione democratica tra le diverse fazioni politiche locali.

La minaccia del terrorismo non è una novità in Tunisia. Nel 2013 un gruppo di radicali armati assassinò due rappresentanti politici laici, e nel 2002 un camion bomba esplose appena fuori dalla sinagoga ebraica a Djerba massacrando 21 persone. I tunisini che stanno combattendo al fianco del sedicente Stato Islamico o di altri gruppi radicali in Siria, in Iraq e in Libia sono alcune migliaia. La radicalizzazione nasce dalla povertà: i giovani sono alla ricerca di un significato e di uno scopo, e la propaganda di al Qaeda, del califfo e di altre reti estremiste offre loro una risposta.

Il governo tunisino sta reprimendo coloro che considera pericolosi, ma le forze di sicurezza non hanno né le capacità né l’addestramento necessari a controllare in maniera adeguata le frontiere, attraverso le quali è facile passare clandestinamente, e a neutralizzare la minaccia del terrorismo, mentre una repressione indiscriminata - girano voci di episodi di tortura - rischierebbe di spingere verso il terrorismo altre reclute, oltre a innescare una pericolosa inversione di marcia per le libertà civili, una delle conquiste della rivoluzione.

Al governo tunisino non resta che rafforzare le sue operazioni per la sicurezza, ma per riuscirci ha bisogno dell’aiuto degli alleati europei e internazionali, non soltanto per migliorare la propria efficacia, ma anche per intervenire in maniera informata e mirata, senza calpestare le libertà civili e i diritti umani o reprimere in modo indiscriminato chiunque abbia tendenze islamiste. L’effetto immediato degli attentati sarà una rilevante contrazione del vitale settore turistico, che iniziava a dare segnali di ripresa. Sui social media è partita una campagna con lo slogan “Je suis Bardo” finalizzata a promuovere un maggiore afflusso di turisti. Il terrorismo persegue i propri obiettivi soltanto se l’opinione pubblica si lascia terrorizzare. L’unico vero antidoto alla barbarie è dunque il coraggio civico.

La disoccupazione è stata la scintilla di buona parte dei tumulti registrati negli ultimi anni in Tunisia, e anche per questo il turismo è un settore cruciale. L’attentato dovrebbe indurre a raddoppiare gli sforzi mondiali per indirizzare verso l’economia tunisina più aiuti, più scambi commerciali, più investimenti.

In ogni caso, l’attentato non dovrebbe far deragliare la transizione politica in corso in Tunisia: laici e islamisti hanno assunto impegni precisi per la democrazia, l’inclusione e la coesistenza, e la loro decisione ha una grande importanza storica. Entrambe le parti hanno rilasciato dichiarazioni di condanna nei confronti dell’episodio di violenza.

Se da un lato i terroristi quasi certamente saranno in grado di colpire ancora in vari luoghi – in Tunisia o a Parigi o altrove – dall’altro il nuovo accordo politico è solido. Come abbiamo visto accadere in Siria e in Iraq, a creare le premesse dell’ampio sostegno ai gruppi terroristici e della conquista da parte loro di ampie fasce di territorio è proprio l’assenza di un processo di inclusione politica. Fintantoché le istituzioni politiche inclusive del nuovo ordine tunisino resisteranno, i gruppi radicali rimarranno ai margini della società.

Anche se la Tunisia è l’ultima vittima del terrorismo radicale, questa piaga deve essere affrontata all’origine. La Cernobyl che continua a rilasciare un flusso costante di radiazioni estremiste è in Siria e in Iraq, dove l’esclusione politica ha portato all’ascesa dello Stato Islamico. Proprio i successi dell’Is hanno offerto nuova ispirazione agli estremisti globali.

La coalizione anti-Is si sta muovendo ancora adesso con eccessiva lentezza. Fino a quando l’Is non si troverà costretta ad affrontare dure reazioni in Iraq e in Siria, gli estremisti avranno la sensazione che la storia sia dalla loro parte. Gli attentati a Tunisi devono ricordare a tutti che la lotta contro l’Is è una e che la si deve vincere. Possibilmente subito.

Traduzione di Anna Bissanti

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