Così la Cina vuole conquistare il Pacifico

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Le isole Senkaku contese al Giappone. Ma anche le Ryukyu dove c’è la base Usa, le Paracel, le Spratly. Ecco i piani di Pechino per dominare l’Oceano

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Che il nostro sarebbe stato un secolo caratterizzato da conflitti marittimi nel Pacifico lo sapevamo. Ma che a soli 15 anni dal suo inizio la tensione nel Mar cinese orientale fosse già così alta avremmo potuto solo indovinarlo. Eppure con l’avvento di un leader nazionalista come Xi Jinping, le ambizioni espansionistiche di Pechino, recalcitrante a sottostare all’ordine geopolitico imposto da Washington all’indomani della Seconda guerra mondiale, sono sempre più evidenti.

«La Cina si sta preparando ad una guerra breve e rapida contro il Giappone nel mare cinese orientale», ha denunciato qualche mese fa durante un convegno presso l’Istituto navale americano il capitano James Fanell: «Le forze dell’esercito di liberazione nazionale sconfiggeranno velocemente le forze di difesa marittima giapponese prima di occupare le isole Senkaku (Diaoyu in cinese) e forse anche la parte meridionale delle isole Ryukyu», a soli 80 chilometri dalle Senkaku. Obiettivo: garantire alla Cina il controllo del mar Cinese meridionale e ottenere un passaggio sicuro verso l’Oceano Pacifico, oggi saldamente nel controllo della marina giapponese e di quella americana, grazie alla base statunitense stazionata nelle Ryukyu settentrionali.

«La Cina sta tentando di assumere il pieno controllo di una zona marittima a 1450 chilometri dalle sue coste che mai nella storia degli ultimi 5mila anni ha amministrato o governato», ha detto Fanell, sottolineando come il controllo di tutto il mare cinese orientale sia uno dei cardini del tanto pubblicizzato “sogno cinese”. Già negli anni Ottanta l’ammiraglio Liu Huaginq, considerato il fondatore della moderna marina militare cinese, aveva elaborato la sua visione per la futura espansione marittima: entro il 2010 la Cina avrebbe ottenuto la supremazia sulla prima catena di isole; sulla seconda entro il 2020 e per il 2040 avrebbe avuto la capacità di contrastare il potere americano nell’Oceano indiano e in quello Pacifico.
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A causa delle sue affermazioni esplicite Fanell è stato recentemente rimosso dall’incarico di direttore dell’Intelligence e delle Operazioni di indagine della Flotta Statunitense nel Pacifico. Ma lo scorso aprile, durante una visita a Tokyo, il segretario della Difesa americana Chuck Hagel non solo ha rassicurato il governo giapponese che in caso di aggressione gli Usa interverranno a sostegno del Giappone, ha anche lanciato un avvertimento: un Paese non può «ridefinire i confini e violare l’integrità territoriale e la sovranità delle nazioni con la forza, la coercizione o l’intimidazione sia nel caso di piccole isole nel Pacifico che di grandi nazioni in Europa». Due giorni dopo il ministro della Difesa cinese gli ha risposto a muso duro che la Cina «ha una sovranità indiscutibile sulle isole Diaoyu» e ha sottolineato come «l’esercito cinese possa radunarsi appena richiamato, combattere qualsiasi battaglia e vincerla».

Dal 2013 ad oggi la Cina ha dichiarato come proprio territorio nazionale non solo le isole Senkaku, isolotti disabitati contesi al Giappone, ma anche le isole Paracel contese al Vietnam e le Spratly occupate da Cina, Taiwan, Vietnam, Filippine e Malesia ma rivendicate in pieno da Pechino.

Sugli isolotti delle Paracel, fortie in passato della mancata assistenza militare americana al Vietnam, i cinesi hanno già costruito una vera e propria piattaforma galleggiante che stanno ora attrezzando con abitazioni civili e infrastrutture militari allo scopo di sfruttarne le risorse minerarie e soprattutto la posizione strategica.
Ma, al di là delle continue dichiarazioni di sovranità, se vorrà occupare davvero le isole Senkaku la Cina non potrà evitare uno scontro con il Giappone che non ha nessuna intenzione di farsele scippare. La cosa impensierisce non poco gli Stati Uniti dal momento che, come nel caso di Taiwan, sono obbligati per trattato a difenderlo. La Cina lo sa bene e da circa due anni conduce una serie di esercitazioni marine nella zona volte ad addestrare le proprie truppe al combattimento rapido in preparazione di una guerra lampo che non solo non lasci il tempo agli americani di reagire ma faccia ritenere loro un’azione di recupero del territorio perso dal Giappone poco conveniente politicamente.

Storicamente le guerre lampo sono lo strumento principe di espansione utilizzato dai cinesi che mirano a raggiungere risultati limitati che li lascino però in una posizione di supremazia strategica. Successe nel 1969 con la Russia quando la Cina provocò una guerra di confine per cercare poi un riavvicinamento con gli Usa, o nel 1962 quando invase una parte del territorio indiano per un mese che poi restituì tenendosi però una porzione della regione del Kashmir-Jammu come trofeo della sua rafforzata reputazione internazionale. O ancora come nel 1988 quando i cinesi al comando dell’ammiraglio Liu Huaqing (sarà uno dei comandanti delle truppe di repressione a Tiananmen) non esitarono a uccidere i 70 marinai vietnamiti a difesa della loro bandiera posta su un atollo delle Spratly.

Questa volta il vero incubo è che Pechino non si voglia fermare agli isolotti disabitati ma decida di proseguire alla conquista di alcune delle isole Ryukyu, oggi popolate da un milione e mezzo di persone e sotto la piena sovranità di Tokyo. Sebbene l’ipotesi sia remota ha una sua logica strategica: il recupero del libero accesso al Pacifico occidentale che al momento può essere negato dalla marina giapponese coadiuvata da quella americana; la fine del controllo statunitense sull’intera area pacifica e, non da sottovalutare nel caso cinese, la rettificazione di un torto storico subito nel 1600 quando il Giappone si impossessò delle isole.

Nel frattempo i rapporti tra le due potenze asiatiche sono in peggioramento continuo e il fenomeno è evidente sia sul piano istituzionale che su quello economico. Il Giappone si è rifiutato di essere tra i membri fondatori della Banca asiatica di investimento in infrastrutture (AIIB) voluta dalla Cina nonostante la presenza di Paesi come l’Italia, la Francia, l’Australia, la Corea del Sud, il Brasile e la Russia. Il motivo ufficiale sono i dubbi sugli standard di governance e il processo con cui sono erogati gli investimenti.

La realtà è che il Giappone voleva trovarsi dalla parte degli Usa – contrari ad un progetto nato per contrastare l’influenza americana nelle organizzazioni mondiali, dal Fondo monetario internazionale alla Banca mondiale – proprio per non scontentare il suo principale alleato militare. A livello puramente economico, gli investimenti giapponesi in Cina sono in calo costante da almeno tre anni nonostante siano in aumento nel resto d’Asia. Nei primi tre mesi di quest’anno poi hanno addirittura subito un tonfo del 47 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. A stare agli analisti le due economie si stanno separando: un avvenimento preoccupante. Secondo lo scomparso politologo americano Samuel Huntington, autore del libro “Lo scontro di civiltà”, «alti livelli di interdipendenza economica inducono le nazioni alla guerra più che alla pace se gli Stati non si aspettano che questi livelli di interdipendenza continuino».

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