Si chiama Piquiá de Baixo e si trova nel Nord Est brasiliano. Per anni i suoi abitanti hanno lottato contro gli impianti siderurgici che inquinavano l'aria e il suolo rendendo la loro vita un inferno. E ora hanno vinto: il Governo brasiliano ha stanziato i fondi per la costruzione di un nuovo quartiere lontano dall’inquinamento

Una multinazionale del ferro da 26 miliardi di dollari, la Vale SA, ha dovuto arrendersi davanti a un piccolo villaggio del Nordest del Brasile, Piquiá de Baixo. Poco più di 1.100 persone il cui diritto a respirare aria pulita e a vivere in un ambiente salubre è stato violato per quasi un trentennio.

Un gruppo di cittadini che negli ultimi anni ha lottato davanti a tribunali, parlamenti e organi internazionali per avere indietro quella dignità calpestata da un progetto di “sviluppo”. Una storia di soprusi e umiliazioni che ha visto persone ammalarsi e morire, alberi cadere e la natura saccheggiata prima della sterzata finale verso la giustizia.

Prima di vedere la parte più debole avere la meglio contro un gigante presente in una trentina di Paesi e che conta 350 mila azionisti disseminati nei cinque continenti. Una vittoria che ridà vita a un sogno: potersi trasferire tutti in un villaggio nuovo di zecca e lontano dall’inquinamento costruito con i soldi di Stato, fondazione Vale e sindacato delle siderurgiche.
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Ma andiamo con ordine. La vicenda è cominciata con la costruzione della Strada di Ferro Carajás, una ferrovia lunga 900 chilometri che dal 1985 trasporta ferro dalle miniere dello stato brasiliano del Pará fino al porto di São Luis, nel Maranhão (vedi il percorso completo e le comunità attraversate dai binari). Questo business milionario è gestito dalla Vale SA (azienda pubblica fino al 1997), che alla fine degli anni Ottanta aveva cominciato a vendere parte del minerale estratto agli impianti siderurgici che via via si installavano sul suo percorso. Ed è a questo punto che è entrato in scena Piquiá de Baixo, un quartiere della città di Açailândia.

È successo così: un po’ alla volta la foresta nativa è stata sostituita da immense piantagioni di eucalipto, che in sei o sette anni possono già essere tagliati e inviati alle carbonaie, che a propria volta producono il carbone che serve alle siderurgiche. In questo modo, all’inizio degli anni Novanta Piquiá si è ritrovata circondata da ferrovia, piantagioni e cinque impianti siderurgici, la Companhia Siderúrgica Vale do Pindaré e la Siderúrgica do Maranhão che oggi fanno parte del gruppo Queiróz Galvão, la Viena Siderúrgica, la Ferro Gusa do Maranhão, la Gusa Nordeste. Queste industrie, che producono ghisa, sono state costruite vicinissimo alle case e hanno attivato nel tempo 14 altoforni che bruciano carbone 24 ore al giorno senza usare alcun filtro per ridurre le emissioni di particolato nell’aria (oggi sono ancora funzionanti Gusa Nordeste, Viena e gruppo Queiróz Galvão; nell’ultimo periodo, inoltre, è cominciata la produzione di cemento e acciaio).

Con risultanti devastanti per la vita degli abitanti. Joaquim Amaral, 68 anni, era arrivato a Piquiá nel ’64, ma a un certo punto è stato costretto a lasciare il suo quartiere. «Me ne sono dovuto andare perché mia moglie ha avuto un cancro alla pelle e il medico ci ha detto che dovevamo trasferirci lontani dalle fabbriche siderurgiche», racconta l’uomo. E di storie così, purtroppo, se ne ascoltano a bizzeffe. Maria Aldenir, una donna di 50 anni, ricorda che «quando sono arrivata era un posto bello, respiravamo aria pulita, mentre adesso viviamo sempre ammalati, con problemi di gola, ai polmoni, di allergia della pelle e tutto a causa della polvere di minerale».

E c’è di più. Una delle industrie, la Gusa Nordeste, scarica i suoi rifiuti incandescenti a poche centinaia di metri dalle case, senza circondare adeguatamente l’area per renderla inaccessibile agli abitanti. Una situazione che ha già causato feriti e morti, visto anche che è molto difficile distinguere le montagne di detriti qualunque da quelli che scottano.

Joselma Alves, una donna di 38 anni, racconta con le lacrime agli occhi quel che è accaduto nel 1993 a un suo cugino di 8 anni, Gilson Alves Bezerra. «Un giorno era uscito a cacciare uccellini con una fionda insieme a mio fratello», dice Joselma, «e a un certo punto entrò in una parte della siderurgica Pindaré che non aveva niente per impedire l’accesso alle persone (oggi questa industria non deposita più i rifiuti vicino alle abitazioni, ndr). Quando mio fratello se ne accorse, Gilson era già affondato in quella montagna di detriti incandescenti fino alla vita». Il fratello di Joselma riuscì a tirare fuori il ragazzino buttando una tavola di legno sopra l’area incandescente, ma era troppo tardi. «Dopo un certo tempo mio cugino non ha resistito alle ferite e alla fine è morto», ricorda sconsolata.

Proprio in mezzo a questa situazione disperata, gli abitanti hanno avuto la forza di lanciare la controffensiva. Nel novembre del 2005 ventuno famiglie hanno denunciato la siderurgica Gusa Nordeste chiedendo danni materiali e morali per la situazione degradante a cui erano stati ridotti. E due anni più tardi l’associazione degli abitanti del quartiere ha bussato alle porte dei missionari comboniani e del Centro di difesa della vita e dei diritti umani Carmen Bascaran con una richiesta: aiutateci ad andarcene di qua o moriremo tutti di inquinamento.

Ne sono seguiti anni di battaglie giudiziarie, coinvolgimento dell’opinione pubblica nazionale e internazionale, manifestazioni pacifiche. Il “caso Piquiá de Baixo” è stato presentato nella sede delle Nazioni Unite di Ginevra, alla Commissione interamericana dei diritti umani di Washington, in diverse assemblee degli azionisti della Vale, giusto per fare qualche esempio (si veda anche il documentario pubblicato dal sito dell’Espresso, dove emergono diversi punti di contatto con la storia dell’Ilva di Taranto). Anche l’autorevole Federazione internazionale dei diritti umani ha pubblicato un report per denunciare la situazione (qui la versione inglese).
Insomma, una mobilitazione che non ha lasciato nulla di intentato.

Come racconta padre Dario Bossi, comboniano e anima della rete Sui Binari della Giustizia, che ha fatto parte di questo movimento sin dall’inizio. «Si tratta di una lotta che siamo riusciti a realizzare solo un passo alla volta, stabilendo di volta in volta piccole mete senza avere mai alcuna certezza che i grandi orizzonti sarebbero stati raggiunti», dice il prete italiano, «ma finora questa strategia ha funzionato e ogni passo ci ha confermato la necessità e la possibilità di farne un altro». Insomma, una fede incrollabile che le cose potessero davvero cambiare.

E alla fine tutto si è sbloccato nel 2015. Da una parte, infatti, le 21 famiglie che avevano fatto causa alla siderurgica hanno vinto anche il secondo grado di giudizio (l’impresa ha poi presentato un ricorso che dovrà essere giudicato a Brasilia). Oltre ai danni materiali, è stato riconosciuto un indennizzo per danni morali di 42 mila reais per persona (circa 10 mila euro) e un interesse mensile dell’1 per cento a partire da quando la fabbrica ha iniziato a lavorare.

Per arrivare a una decisione, il giudice di primo grado aveva chiesto aiuto a un perito, Ulisses Brigatto Albino, che ha confermato ciò che gli abitanti denunciavano da tempo: gli altoforni lavorano senza filtri anti-particolato; le case sono invase da polvere di ferro; l’industria emette gas nocivi; l’acqua di raffreddamento degli impianti attraversa il giardino di alcune abitazioni; i macchinari provocano un forte rumore. In poche parole, ha scritto il perito, la posizione dell’impresa «è incompatibile con la presenza di abitanti». E, come si legge nella sentenza, «questo insieme di circostanze porta qualunque essere umano a uno stato di sofferenza, shock psicologico, irritazione e persino disperazione».

L’altra grande vittoria della popolazione è arrivata il 31 dicembre scorso. In quella data, infatti, il Governo brasiliano ha liberato 17,784 milioni di reais (circa 4,234 milioni di euro) per la costruzione di un nuovo quartiere lontano dall’inquinamento. Soldi che si sono andati ad aggiungere ai 6,24 milioni di reais promessi dalla fondazione Vale (poco meno di 1,5 milioni di euro) e a un altro milione e mezzo di reais (357 mila euro) già sborsato dal sindacato delle siderurgiche del Maranhão.

Se tutto andrà secondo le previsioni, in meno di tre anni sarà pronta la nuova area, un riferimento di architettura popolare per l’intero Brasile. Il progetto completo, che però avrebbe bisogno di altri 1,4 milioni di reais per essere realizzato interamente, prevede, tra l’altro, 312 case, un memoriale, la sede dell’associazione degli abitanti e di quella delle mamme, un centro sportivo, quattro grandi piazze, biodigestori, piste ciclabili e zone pedonali.

Insomma, il popolo di Piquiá è diventato un esempio che «testimonia che anche per le comunità più fragili e apparentemente impotenti esistono cammini aperti di liberazione», sottolinea padre Dario. La vittoria non era scontata. Ed è stata raggiunta anche grazie a «una rete efficace di alleati». Oltre che con la tenacia di una popolazione «che non ha mai desistito e che ha sempre avuto come unica arma lo scandalo della ingiustizia ambientale a cui è esposta ancora oggi».

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