Se a giocarsi la Casa Bianca saranno davvero Joe Biden e Donald Trump, il voto di protesta potrebbe diventare il terzo incomodo delle presidenziali americane del prossimo anno. Democratici e Repubblicani sono nervosi: i candidati sono entrambi impopolari e le elezioni avverranno in un clima di insofferenza verso il sistema politico.
Più che sulle performance dei “due vecchi”, gli analisti sono concentrati quindi a studiare il reale potere alle urne dei candidati non affiliati ai due principali partiti. La lista inizia a farsi lunga: Robert F. Kennedy Jr., Cornel West, che correranno come indipendenti, Jill Stein, del partito dei Verdi, e si aspetta l’entrata in campo anche del gruppo “No Labels”. Ognuno di loro attrae diverse fasce dell’elettorato e la percentuale di voti complessivi potrebbe essere la più alta degli ultimi quarant’anni.
«L’America è un Paese profondamente diviso, le elezioni saranno un testa a testa tra Biden e Trump», spiega Matt Bennett, cofondatore dell’organizzazione di centrosinistra Third Way, che fu consigliere di Bill Clinton e ha trent’anni di esperienza nei corridoi di Washington. «La partita – spiega ancora – si giocherà in quelli che vengono chiamati battleground states, come Wisconsin e Arizona, ma anche Michigan, Pennsylvania, North Carolina, Nevada»; qui gli indipendenti potrebbero rappresentare l’ago della bilancia.
Per Bennett, il conto più salato toccherà a Biden. «La base di Trump è limitata, ma granitica; i suoi elettori non tendono a spostarsi. L’elettorato del presidente in carica, invece, è più ampio ma fluido: tutto ciò che divide la coalizione anti-Trump sarà un fattore determinante in una possibile sconfitta».
E la recente storia non aiuta certo a rasserenare i democratici. Nel 2000 Ralph Nader, con i Verdi, sottrasse più voti ad Al Gore che a George W. Bush. Finì per conquistarne circa 97mila in Florida. E Gore perse lo Stato – e le elezioni – per soli 537 voti. Nel 2016, invece, fu Jill Stein a prendere voti preziosi a Hillary Clinton negli Stati in bilico, spianando la strada all’era Trump. Bisogna tornare invece al 1992 per trovare un indipendente capace di sottrarre voti sia ai repubblicani sia ai democratici. Si tratta del miliardario Ross Perot che riuscì a raggiungere quasi il 19% dei voti. Molti sostengono, ma non c’è concordanza, che in realtà potrebbe essere stato decisivo per decretare la vittoria di Bill Clinton su George H. Bush.
Robert F. Kennedy Jr., tolta la casacca democratica, è oggi il candidato indipendente più forte. I sondaggi ormai da tempo lo attestano intorno al 20% ed è riuscito a raccogliere già oltre 10 milioni di dollari per la sua campagna. Il blasone del casato più illustre della politica americana l’ha impresso sulla pelle. Di certo Rfk però non ha la levatura del padre Robert F. Kennedy Sr., procuratore generale degli Stati Uniti, senatore e poi candidato alla presidenza, assassinato nel 1968. E gli manca anche il carisma magnetico dello zio John Fitzgerald Kennedy, il presidente più amato dagli americani. «È uno strano mix, con elementi di estrema sinistra e di estrema destra. Non c’è niente di simile in questo momento nella politica Usa», dice Bennett. Rispetto agli altri candidati, c’è molta incertezza sul suo bacino di elettori. I sondaggi dicono che il margine di vantaggio di Trump su Biden si allarga quando nella voce di scelta viene inserito il suo nome, come terza opzione. Se da una parte però sicuramente attingerà voti tra i democratici, perché il suo cognome continua ad avere un peso enorme in questo Paese, secondo alcuni analisti, Kennedy potrebbe avere una forte presa anche sui repubblicani. In effetti, alcune uscite strizzano l’occhio al popolo Maga e potrebbe essere percepito come un’alternativa a Trump. Ad esempio, la lotta contro tutti i vaccini incluso quello contro il Covid-19, ma anche le teorie di cui si è fatto portabandiera come la correlazione tra Wi-Fi e tumori, il sospetto che le reti 5G siano utilizzate per la sorveglianza di massa, ma anche la convinzione che dietro l’assassinio di Jfk nel ’63 ci sia stata la Cia.
Cornel West invece, filosofo, professore emerito di Princeton, attivista politico socialista e leader della comunità afroamericana, porterà dalla sua voti preziosi degli afroamericani, la fascia che più si sta allontanando da Biden assieme ai giovani. Anche lui un personaggio controverso. Accusato dal Southern Poverty Law Center di essere antisemita, impregna la sua campagna di religione. D’altronde è un teologo e si definisce un cristiano rivoluzionario. I temi a lui più cari sono la sanità, il cambiamento climatico e il taglio delle spese militari.
Il presidente dovrà anche attutire il colpo di quello che oggi viene definito “effetto Stein”. La paura è che possa ripresentarsi lo scenario del 2016. La candidata verde è alla sua terza candidatura. Potrà indebolire Biden rubandogli i voti dei giovani progressisti. I temi della sua campagna, oltre a quelli ambientali, riguardano il diritto di impiego, la sanità, la protezione del diritto di aborto e quelli della comunità Lgbt.
Non è finita qui perché rimane ancora l’incognita del controverso gruppo centrista No Labels, che si pone come alternativa alla polarizzazione dei due principali partiti. Sembra la macchina sia calda per piazzare un suo ipotetico candidato nelle schede elettorali di tutti i 50 Stati. Si fa il nome di Joe Manchin, senatore democratico della West Virginia, il più a destra nel partito. Il gruppo, che ha intenzione di raccogliere 70 milioni di dollari, potrebbe pescare tra i moderati, dando quindi un ulteriore vantaggio a Trump. Tra l’altro, nonostante loro non abbiano rivelato i donatori, è trapelato che ad aprire il portafoglio ci siano importanti finanziatori repubblicani