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A chi conviene la Grande Distensione

Un uomo taglia i capelli a un altro davanti a un edificio distrutto a Jabalia, nel Nord della Striscia di Gaza
Un uomo taglia i capelli a un altro davanti a un edificio distrutto a Jabalia, nel Nord della Striscia di Gaza

Anziché sostenere Israele in modo incondizionato, gli Usa dovrebbero puntare a una normalizzazione del Medio Oriente. Che è necessaria per la stabilità internazionale

Le prospettive di stabilizzazione del Medio Oriente in fiamme per il 2025 saranno condizionate dall’impatto della politica estera della nuova amministrazione Trump nella regione, che persegue l’obiettivo di una nuova architettura di sicurezza e normalizzazione, ripartendo dall’allargamento degli Accordi di Abramo all’Arabia Saudita. Per abbracciare la complessità delle questioni, il popolare paradigma dello scontro di civiltà e delle alleanze militari contrapposte deve essere integrato con l’approccio della politica di potenza per la competizione egemonica. Nel nome della nazione araba, dell’Islam politico e della difesa di Israele, la causa della Palestina è stata spesso negata e trasformata nella giustificazione delle ambizioni dei singoli Stati, rivelatesi, a oggi, tutte indistintamente fallimentari, accomunate dalla “non adeguatezza” dei mezzi rispetto agli scopi.

 

L’Iran destabilizza, ricorre alla plausibile deniability dei proxy (lancia il sasso e nasconde la mano), ma adotta decisioni sproporzionate rispetto alle sue forze, subisce sconfitte militari e soprattutto è privo (ancora) della deterrenza nucleare. Israele avanza l’agenda di un «nuovo ordine regionale», ma a sua volta alimenta la destabilizzazione: l’isolamento di Teheran non neutralizza la minaccia sciita e non compone il complesso mosaico arabo in frantumi sotto spinte centrifughe, dalla Siria al Libano, da Gaza alla Cisgiordania, senza dimenticare la Libia e l’Iraq. La Turchia, da tempo impegnata nella politica neoottomana di ampio respiro, dall’Asia centrale ai Balcani, dal Caucaso al Medio Oriente fino all’Africa, soffre di overstretching strategico. La Russia, ottenuto l’accesso al Mediterraneo, si sposta in Libia dalle basi navali della Siria, non più sicure. Gli errori politici della leadership palestinese hanno, infine, aggravato negli anni la situazione della Palestina, isolando la sua martoriata popolazione. Tra i principali, la “cattiva” amicizia con l’estremismo sciita dal 1979, da cui è gemmata Hamas, il sostegno a Saddam Hussein nella prima guerra del Golfo nel 1990 e i festeggiamenti a Gaza dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 degli estremisti sunniti di Al-Qaeda.

 

La prospettiva di un orizzonte di pace e il rilancio della soluzione della questione palestinese è sviluppata in Occidente a partire da due principali linee di pensiero. La prima, sostenuta in Italia, tra gli altri, da Ernesto Galli della Loggia (Corriere della Sera, 30/12/2024), sottolinea il rapporto disinvolto di Israele con lo strumento militare, individuando continuità tra la dimensione religiosa della rivelazione originaria e la concezione di modernità dell’ebraismo. Questa conserverebbe un legame con l’utilizzo della forza e il ricorso alla vendetta, evidenziando ciò per cui vale la pena morire. Le scelte militari sproporzionate di Benjamin Netanyahu terrebbero accesa «la fiaccola della speranza». Al cospetto, l’Occidente cristiano si ritira dalla storia, nascondendosi dietro la riprovazione per la guerra, disperato nella sua concezione di modernità, di negazione di una rivelazione originaria. Una diversa impostazione, rilanciata nel dibattito nazionale da Federico Rampini, propone il modello di modernizzazione autoritaria sotto la spinta dello sviluppo e di oasi di liberalizzazione economica, come veicolo per una stabilizzazione regionale e la risoluzione pacifica dei conflitti. L’esempio sono le monarchie del Golfo e in particolare l’Arabia Saudita di MbS con il programma Vision 2030. La negazione delle libertà e i limiti autoritari sono tollerati perché tale soluzione rappresenta un progresso netto rispetto allo stato di guerra attuale.

 

Entrambi gli approcci appaiono in realtà fragili per diverse ragioni. Il primo presenta un errore concettuale di ragionamento: l’ebraismo è una componente fondamentale della cultura giudaico-cristiana, che esprime i valori fondanti dell’Occidente. Per dirlo chiaramente, ad allontanarsi da quei valori è il governo Netanyahu, non le democrazie sue alleate. Il secondo approccio rappresenta una scorciatoia verso la stabilità, possibile, ma temporanea, come per la Cina, perché condizionata ai successi economici: ricorda la logica del free rider, di chi partecipa ai benefici senza pagare il biglietto politico della democratizzazione.

 

Riuscirà la nuova amministrazione Trump a rilanciare la soluzione dei due Stati da una prospettiva diversa, limitata alla Cisgiordania, con Gaza «Riviera del Medio Oriente»? Sviluppando le tesi realiste del politologo americano John J. Mearsheimer, Washington dovrebbe interrompere la politica di sostegno incondizionato a Israele, seguita senza soluzione di continuità fin dagli anni Settanta, e perseguire il proprio interesse nazionale: la normalizzazione del Medio Oriente, necessaria per la stabilità internazionale. Utilizzando la leva della ricostruzione di Gaza, degli aiuti militari ed economici con gli alleati e la deterrenza con gli avversari, gli Stati Uniti dovrebbero avviare un periodo di Grande Distensione in Medio Oriente, sulla base di reciproche concessioni, per comporre le fratture multidimensionali e gli interessi contrapposti. Trump potrebbe imporre a Netanyahu le scelte di Washington, a partire dalle concessioni necessarie per rendere praticabile l’estensione degli Accordi di Abramo all’Arabia Saudita, accettando misure compensatorie altrove, come probabilmente sta già accadendo in Cisgiordania, con l’azione “Muro di ferro” in corso. In aggiunta, la minaccia di un’azione militare congiunta contro i siti nucleari iraniani, per ridimensionare le ambizioni dell’Iran, già duramente colpito nell’asse della resistenza dei suoi proxy, ha una funzione di deterrenza strategica più che operativa.

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