Il controverso influencer, sostenitore dell’ideologia Maga, è indagato per traffico di esseri umani e sfruttamento. E si rifugia in Florida sotto l’ala protettiva del tycoon

Nel porto sicuro di Trump si rifugia anche Andrew Tate, il più controverso degli influencer, che ha fatto del machismo sessista la propria cifra distintiva. Arrestato nel 2022 insieme al fratello Tristan, Tate, che in Romania aveva creato un’azienda per la produzione di contenuti hot, ha trovato riparo nella Florida del tycoon, suo vecchio amico. Doppia nazionalità, inglese e americana, Andrew Tate è accusato di traffico di esseri umani, stupro e associazione a delinquere. Le autorità romene lo hanno rilasciato per irregolarità procedurali, ma il sospetto è che l’amministrazione Trump abbia fatto pressioni per la sua liberazione. 

 

Noto per le sue provocazioni e per un messaggio che mescola aggressività e misoginia, ha fatto della mascolinità tossica il suo brand. Ex campione di kickboxing che si muove tra Bugatti e hotel a sette stelle, ha costruito il suo impero sull’ostentazione, un culto della personalità intessuto di denaro, lusso sfacciato e un’ideologia ridotta all’osso: il mondo appartiene ai forti, le donne sono proprietà, la ricchezza è l’unico parametro di successo. La sua comunità di adepti cresce tra giovani uomini attratti dalla promessa di una rivalsa contro un mondo che sentono ostile. È qui che risiede la forza di Tate: non nelle sue parole, spesso puerili, ma nel senso di appartenenza che riesce a instillare. Un vuoto culturale riempito da testosterone e frustrazione. La polizia inglese, dopo diverse sollecitazioni da organizzazioni contro la violenza sulle donne, lo bolla come minaccia alla sicurezza nazionale, definendo un pericolo la radicalizzazione sessista e violenta dei suoi seguaci. Secondo alcuni studi, il 23 per cento dei ragazzi tra i 13 e i 15 anni conosce Tate e lo considera un modello positivo. Tra i giovani adulti (18-29 anni), il 26 per cento condivide le sue opinioni sulle donne, cifra che sale al 28 per cento per gli uomini tra i 30 e i 39 anni.

 

L’influencer vende lezioni su business e fitness che si mescolano a proclami sulla decadenza dell’Occidente: mentre il guru intasca milioni, i suoi adepti scivolano sempre più in un’ossessione settaria. Fa soldi tramite le cosiddette cam girls, con il gioco d’azzardo e l’imprenditoria digitale. Per alcuni è un modello di business vincente, per altri una macchina di manipolazione, misoginia e sfruttamento. Intanto, i soldi scorrono. Nel 2017 decide di trasferirsi in Romania con il fratello, da dove continua a postare contenuti digitali, convinto che le leggi del Paese, in particolare quelle riguardanti i crimini sessuali e la corruzione, siano meno dure di quelle inglesi, che lo avevano visto più volte e al centro di gravi controversie.

 

Nel 2022, le principali piattaforme social – Meta, TikTok, YouTube – lo bannano per incitazione all’odio e alla misoginia. I suoi contenuti vengono ritenuti pericolosi. Ma l’epurazione è solo apparente: il suo verbo continua a diffondersi attraverso account secondari e video ripostati incessantemente. Quando Elon Musk acquisisce Twitter, Tate torna trionfante. Il ritorno è un evento mediatico, una dimostrazione di forza che segna il trionfo dell’algoritmo sulla deontologia. Non è solo un problema di libertà d’espressione. È un esperimento sociale in tempo reale, in cui l’influenza si misura in engagement, e la pericolosità di un messaggio diventa irrilevante di fronte alla sua viralità. L’ossessione per il successo, il dominio e il controllo si trasformano in una trappola perfetta per chi è già vulnerabile.

 

I problemi legali di Tate iniziano proprio nel 2022, quando la polizia rumena irrompe nella sua abitazione e lo arresta insieme al fratello. Le accuse sono gravissime e le indagini rivelano un modus operandi consolidato, quello del “loverboy”: le vittime vengono illuse dalla promessa di una vita all’estero e poi costrette a produrre contenuti sessuali digitali per il profitto altrui. Tate stesso, in un corso da lui prodotto e venduto, intitolato “Pimpin Hoes Degree” (letteralmente “Laurea da pappone”), spiega il suo metodo: «Il mio lavoro era incontrare una ragazza, uscire con lei un paio di volte, andare a letto con lei, testare se fosse di qualità, farla innamorare di me al punto che avrebbe fatto qualsiasi cosa le avessi detto, e poi farla comparire in webcam».

 

La portata del suo operato è internazionale, e tante le donne coinvolte. Eppure, la sua immagine pubblica si rafforza. Per alcuni è una vittima del sistema, colpita per zittire un’ideologia; per altri, è un predatore spregiudicato. Tate si dichiara innocente e la sua difesa si concentra su irregolarità procedurali che gli consentono di passare agli arresti domiciliari, poi alla custodia cautelare e al sequestro dei beni. Temendo la fuga, le autorità gli impediscono di lasciare il Paese fino alla conclusione del processo.

 

Ed è qui che entra in gioco lo zio Sam, forse per via di un’antica amicizia tra Tate e il figlio di Donald Trump, o per riconoscenza del presidente, che ha ricevuto il sostegno dell’influencer durante le sue campagne elettorali. Fatto sta che nel 2025 le restrizioni di viaggio vengono revocate con discrezione, probabilmente per via di un intervento diplomatico non ufficiale che porta la firma di Richard Grenell, ex funzionario di Trump con forti legami nell’Europa dell’Est. Lo scorso febbraio, Andrew e Tristan Tate lasciano la Romania e atterrano in Florida. È un ritorno strategico, studiato nei minimi dettagli. Qui si gioca un’altra partita: politica. La Florida, feudo trumpiano e home state del presidente, accoglie Tate con un clima che appare quasi complice. Tuttavia, anche qui, con gli occhi della comunità internazionale addosso, si apre un’indagine sul suo conto. La posta in gioco è altissima: se le accuse reggeranno, la libertà di Tate sarà di nuovo messa in discussione. Ma se cadranno, sarà un segnale politico forte, un’apertura implicita a chi, come lui, incarna una nuova forma di potere informale e pericoloso, simile a quella di Elon Musk. Il destino giudiziario di Tate sarà quindi il termometro di una mutazione sociale. E il processo che lo attende una resa dei conti per l’epoca che ha contribuito a definirlo.

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