Il nucleare ha vinto. Nei prossimi anni l'Europa non potrà più farne a meno. Né per scopi civili, né per finalità militari. Dopo un quinquennio di dibattiti accesi legati alla transizione ecologica, non solo nel 2023 la Commissione europea ha incluso il nucleare tra le fonti energetiche sostenibili ma, adesso che il riarmo del Vecchio Continente ha preso avvio, il Trattato di non proliferazione nucleare del 1970 appare sempre più obsoleto. Cortesia della volontà espansionistica di Vladimir Putin, che in tre anni ha reso la sua economia dipendente al 40 per cento dalla guerra, e della nuova politica estera di Donald Trump.
Era stato il presidente americano JF Kennedy ad ammonire contro una possibile proliferazione delle armi nucleari nel mondo e a volere aderire alla proposta irlandese di un Trattato che calmierasse il nucleare militare. L'ombrello creato dagli Usa a protezione dell'Europa da un attacco russo (in Italia si trovano 90 testate nucleari, altre sono stazionate in Germania, Belgio e Olanda) era anche garanzia contro un eventuale caos nucleare mondiale. Oggi sono ufficialmente nove i Paesi che hanno capacità nucleare: Pakistan, India, Corea del Nord e Israele, oltre ai cinque del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Ma, con la fine della “Pax americana”, decretata da Donald Trump senza troppi scrupoli, in molti hanno intrapreso nuove riflessioni. Tra questi, Giappone e Corea del Sud in Asia, gli occhi puntati sulle mosse di Pechino e Washington su Taiwan; Polonia e Germania in Europa, entrambe in fase di riarmo, con Varsavia che sta anche mettendo a punto la sua prima centrale nucleare e programmando l'inizio della seconda nel 2032.
Testacoda della Germania
Con una frase che segna l'inizio di una nuova epoca, il futuro cancelliere tedesco Friedrich Merz ha sottolineato che la Germania farà tutto quello che è necessario per difendersi e, dopo avere dato il via libera a un massiccio e inaudito indebitamento per accelerare sulla spesa militare e infrastrutturale, ha chiesto a Parigi di estendere il suo ombrello nucleare anche a Berlino (un'offerta francese più volte rifiutata dai suoi predecessori). «La mia priorità assoluta sarà quella di rafforzare l'Europa il più rapidamente possibile, in modo che, passo dopo passo, potremo davvero raggiungere l'indipendenza dagli Stati Uniti», ha detto lo scorso febbraio. Se fino al 2021 solo il 14 per cento dei tedeschi era favorevole ad avere armi nucleari sul proprio territorio (la Germania ne ospita 20 nella base aerea di Buchel), secondo un sondaggio della Conferenza sulla sicurezza di Monaco già l'anno successivo, dopo l'invasione dell'Ucraina da parte della Russia, quel numero era salito al 52 per cento. Che la Germania, con il suo passato, possa diventare oggi potenza nucleare è altamente improbabile: la reazione della politica interna ed esterna sarebbe brutale. Ma, esattamente come Tokyo, che vuole tenere a distanza Pechino, così anche Berlino, per non lasciare carta bianca a Mosca, potrebbe valutare di investire in quella che Thorsten Benner del Global Public Institute di Berlino definisce «latenza nucleare»: ovvero detenere la capacità di creare un arsenale nucleare in pochi mesi, se necessario.
Aveva ragione Macron?
Il presidente Emmanuel Macron non potrebbe essere più soddisfatto. Non solo la Francia non ha mai rinunciato all'energia nucleare civile, che rappresenta oltre la metà dell'intera energia nucleare della Ue, ma è anche l'unico Stato europeo che, per volontà del presidente Charles De Gaulle, che degli americani non si è mai fidato troppo, ha un nucleare militare indipendente da Washington (a differenza della Gran Bretagna). E se per il momento Trump non intende eliminare lo scudo nucleare europeo, certo è che, tra dazi commerciali, minacce agli Stati che non aumenteranno le spese in difesa convenzionale, arresti di cittadini europei negli aeroporti Usa e, soprattutto, col tradimento dell'Ucraina (pochi anni dopo quello dell'Afghanistan di Joe Biden), la fiducia degli europei negli Usa è ormai in crollo verticale.
Da tempo convinto che la Nato è «cerebralmente morta», Macron non sta perdendo tempo a rafforzare le sue difese e a potenziare un nucleare che conta circa 300 testate, più o meno la stessa quantità di quelle statunitensi su territorio europeo (rispetto alle seimila russe). Lo scorso 18 marzo ha annunciato che la base aerea di Luxeuil-Saint-Saveur, a 200 chilometri dal confine tedesco, dal 2011 in dismissione, tornerà ad ospitare armi nucleari a partire dal 2035, in particolare i missili supersonici ASN4G, raddoppiando il personale e diventando la quarta base nucleare del Paese. Ha inoltre confermato che per trasportare i nuovi missili la Francia ordinerà altri caccia bombardieri Rafale dalla francese Dassault Aviation, che si aggiungeranno a una flotta che dovrebbe superare i 180 aerei da guerra. «Se vogliamo evitare la guerra, il nostro Paese e il nostro continente devono continuare a difendersi, equipaggiarsi e prepararsi», ha dichiarato.
Pochi giorni prima il presidente polacco Donald Tusk aveva raccomandato che Varsavia, che quest'anno spenderà circa il 4,7 per cento del Pil per la difesa, si dotasse della capacità più moderna in materia di armi nucleari e di armamento non convenzionale dopo essere stato frustrato dal vicepresidente J.D. Vance nel suo desiderio che gli Usa spostassero parte dell'arsenale nucleare in territorio polacco, ora che i confini della Nato si sono spostati a Est.
Civile e militare: due facce della stessa medaglia
Lo sviluppo del nucleare militare non è slegato da quello civile e viceversa. È stato proprio grazie alle competenze tecnologiche acquisite con le attività militari che Usa, Gran Bretagna, Francia e Russia hanno creato una fiorente industria energetica nucleare. E oggi sono quelle catene di approvvigionamento che coinvolgono le competenze nucleari, l'istruzione, la ricerca, la progettazione e l'ingegneria a sostenere il rafforzamento delle capacità militari. Un mix esplosivo che si lega all'urgente necessità di eliminare l'energia fossile. Fatih Birol, direttore esecutivo dell'Agenzia internazionale per l'energia, sorride: ci sono 63 reattori con una capacità totale di 70 gigawatts in costruzione nel mondo, il numero più alto degli ultimi 30 anni.
In Europa è sempre la Francia a dare l'esempio: già leader nucleare europeo, due settimane fa ha collegato alla rete elettrica nazionale il suo più potente e innovativo reattore nucleare, quello di Flamanville 3 in Normandia, dopo anni di ritardi e contrattempi tecnici. «Re-industrializzare per produrre energia a basse emissioni di carbonio è ecologia alla francese», ha sottolineato Macron, che ha anche concesso alla società statale Edf un prestito agevolato che coprirà almeno la metà dei costi di costruzione di sei nuovi reattori nucleari, il primo dei quali sarà operativo nel 2038.
Ma tutta l'Europa si sta muovendo, con un particolare attivismo dei Paesi del Nord e dell'Est, fisicamente più vicini alla Russia, e con i cittadini più pronti ad assumersi la responsabilità della difesa dei propri confini. Il governo svedese, ad esempio, entro la fine del mese dovrà presentare al Parlamento nazionale un piano finanziario per la creazione di quattro centrali nucleari che si aggiungeranno alle tre esistenti, che già producono un quarto dell'energia nazionale. E perfino i tre Paesi baltici stanno valutando la costruzione di piccoli reattori nucleari (Smr) che potrebbero aiutarli nella riduzione delle emissioni e nell'accumulo di materiale nucleare.
Ma siccome ancora nessuno ha trovato una formula per standardizzare la costruzione di una centrale e ridurne costi e tempi (in generale il ritardo medio è di otto anni e i costi sono pari a due volte e mezzo le stime iniziali), sta prendendo piede il tentativo di riaprire le centrali disattivate o di allungare la vita delle centrali esistenti. La Germania sta valutando la riapertura di sei centrali nucleari entro il 2030 con l'idea di tenerle in vita altri vent'anni. Fino al 2011 generava un quinto della sua elettricità dall'energia nucleare con 17 reattori. Poi, all'indomani del disastro di Fukushima, le centrali sono state chiuse una ad una, le ultime tre nel 2023 nonostante la crisi energetica e l'invasione russa. Secondo un articolo del 2024 del “Giornale internazionale dell'energia sostenibile” (Ijse), un errore gravissimo, in barba al credo dei verdi tedeschi: la Germania avrebbe potuto ridurre le emissioni del 70 per cento e risparmiare centinaia di miliardi di euro (oltre a non sviluppare nessuno dipendenza dal gas russo) se non avesse abbandonato il nucleare mentre adottava le rinnovabili. Poco distante, in Belgio, dove tutti e sette i reattori avrebbero dovuto essere fuori uso entro quest'anno sull’onda della transizione verde, il governo federale ha fatto marcia indietro e deciso di prolungare la vita delle sue due centrali più moderne per almeno altri dieci anni. E perfino in una Spagna che, forte di una produzione delle rinnovabili talvolta addirittura in eccesso della domanda, è decisa a chiudere ogni centrale nucleare, sta nascendo una forte opposizione alla chiusura del primo reattore, quello di Almaraz, nel 2027.
Ma si naviga a vista. Nella fievole speranza che il nucleare possa essere la scelta giusta in un mondo la cui temperatura è in graduale ma costante aumento. E non solo quella atmosferica.