Mondo
27 agosto, 2025Con l’avvicinarsi delle trattative per la fine delle ostilità, la Russia accelera le operazioni per portare sul tavolo più conquiste possibili. Ignorando gli spaventosi costi umani del conflitto
Il video del blindato che sfreccia verso le posizioni ucraine con la bandiera russa da un lato e quella statunitense dall’altro è il ritratto semplice e brutale di questa fase della guerra in Ucraina. I personaggi mediatici più schierati a favore della continuazione del conflitto e della distruzione di Kiev si trovano in una sorta di estasi. Le immagini di Vladimir Putin sorridente e riverito con tutti gli onori da Donald Trump alla base di Anchorage, in Alaska, per loro sono una conferma: la direzione è quella giusta, il mondo ha paura della grande Russia tornata al ruolo che le spetta.
Ma se da un lato c’è il cielo d’Alaska, con le sue nuvole basse, i grandi spazi e il silenzio della pista militare dove si sono incontrati i presidenti di Russia e Stati Uniti, dall’altro i colori si scaldano al sole di Washington, dove Volodymyr Zelensky è stato accolto in modo sobrio ma caloroso. Nessun ultimatum, niente minacce di abbandono e solo buone parole per lui e i leader europei invitati. È il Trump statista, quello che vuole tenere le parti dentro il suo gioco per dimostrare al mondo che è il solo in grado di porre fine alle ostilità in Europa dell’Est. D’altronde i capi di stato e di governo presenti glielo riconoscono: «Si è progredito più in queste ultime due settimane che negli ultimi tre anni e mezzo».
Una dichiarazione di inconsistenza da parte del Vecchio Continente, ma nessuno (tranne il francese Emmanuel Macron) sembra preoccuparsene troppo. Osannare Washington per i suoi sforzi attuali, come se dall’altra parte dell’Oceano non aspettassero altro che un messia, equivale ad ammettere che da sola l’Ue non avrebbe mai potuto fare nulla. Eppure siamo il gruppo che ha fornito più armi e più soldi a Kiev – nonostante le sparate mediatiche di Trump che sostiene che gli Usa sono stati sfruttati. Se queste trattative porteranno a una svolta è ancora presto per dirlo, ma è certo che siamo di fronte ai primi passi concreti dalla primavera del 2022.
Le forze russe sono in vantaggio sul campo. Hanno l’iniziativa, come si dice in gergo militare, ma il presidente russo non è un parvenu, sa che questa situazione è potenzialmente pericolosa anche per il suo Paese e quindi cerca di approfittarne. Chiudere un accordo ora alle condizioni della Russia vorrebbe dire non solo ottenere i territori conquistati, ma anche un riconoscimento culturale dell’influenza russa in Ucraina (russo lingua ufficiale e protezione per le chiese del culto ortodosso russo). L’eventualità che l’Ucraina accetti di consegnare anche le parti del Donbass che l’esercito del Cremlino non ha occupato appare molto remota. Per Kiev sarebbe una débâcle, un’inesauribile fonte di instabilità interna tra ex miliziani nazionalisti delusi e famiglie delle vittime (di una guerra che, lo ricordiamo, va avanti dal 2014) tradite. Sarebbe la fine politica di Zelensky.
In ogni caso, le trattative tengono insieme molti aspetti e non è da escludere che Trump trovi una formula per convincere gli ucraini. «Le nostre richieste rimangono le stesse – ha dichiarato Putin – vogliamo eliminare le cause profonde del conflitto e giungere a una pace duratura». Tradotto: il Cremlino non accetterà mai un’Ucraina nella Nato, non permetterà che la lingua e la cultura russa siano cancellate all’interno del futuro stato ucraino, non cederà i territori conquistati e considera la Crimea già parte del suo territorio. A quanto pare, durante il summit in Alaska, Putin è riuscito a convincere Trump che «se solo volesse» potrebbe «distruggere gli ucraini nel Donetsk e conquistarlo interamente». È solo questione di tempo per quel 25-30 per cento circa di territorio che manca alle sue truppe per riunificare il Donbass. Tanto vale, è il ragionamento interessato di Mosca, cederlo volontariamente senza combattere. Solo a quel punto la Russia si impegnerebbe senz’altro a interrompere subito la guerra.
Ma ci sono diverse considerazioni che contraddicono la presunta linearità di questo ragionamento. In primis: l’evoluzione del conflitto. Quando nel 2022 le truppe russe sono entrate in territorio ucraino, le due regioni che compongono il Donbass erano già state segnate da 8 anni di guerra civile. Le due entità indipendentiste e filo-russe (Dnr e Lnr) che si erano formate occupavano circa il 35 per cento del territorio del Donetsk e il 25 per cento del Lugansk. Oggi, dopo tre anni e mezzo di guerra sanguinosa e di scontri campali a Mariupol, Bakhmut, Severodonetsk, Avdiivka, Chasiv Yar (tutte in Donbass) le forze di Mosca controllano praticamente tutto il Lugansk (99 per cento), ma ancora il 70-75 per cento del Donetsk. Ciò vuol dire che potrebbero volerci altri mesi, anni addirittura, per conquistare il Donetsk. Soprattutto se si considera che la parte rimasta è quella più fortificata e meglio difesa. È questo che Zelensky ha provato a spiegare a Trump nello Studio Ovale mentre il tycoon provava a convincerlo a cedere. È indubbio che nelle ultime due settimane i russi hanno compiuto progressi significativi, tuttavia, finora le linee dei difensori non si sono spezzate. La Caporetto che i generali russi sognano da più di un anno non si è ancora avverata.
Inoltre, il presidente ucraino sa che gli Usa potrebbero anche influenzare l’evoluzione della guerra in modo indiretto. Se, ad esempio, Washington smettesse di fornire armi a Kiev per i reparti al fronte sarebbe solo questione di tempo. Se l’intelligence smettesse di condividere informazioni con gli omologhi ucraini, idem. Di contro delle sanzioni secondarie (ovvero imposte doganali sui prodotti derivati dalle materie prime) reali e diffuse metterebbero a dura prova l’economia di Mosca già in difficolta – come ammesso dalla governatrice della banca centrale russa Elvira Nabiullina. L’opzione del disimpegno totale degli Usa favorirebbe ancora Mosca. Questa rosa di ipotesi è ben chiara a Putin che però dalla sua ha un’arma che in Occidente non hanno: seppure le trattative dovessero andar male, i suoi soldati continueranno a tentare di sfondare in Donbass, il reclutamento continuerà al ritmo serrato di 30 mila uomini al mese, gli attacchi dalla distanza distruggeranno un altro pezzo di Ucraina. La chiamano la «tempra d’acciaio dei russi», ma se invece di vederla dal lato eroico dell’individuo la si ribalta, è uno dei più grandi esempi contemporanei di sfruttamento. Più romantica, come dicono certi nostalgici neofascisti, della morte anonima da lavoratore sfiancato da una vita di stenti, ma sempre da subalterni, ordinata da un signore che si sente in diritto di disporre dell’esistenza dei suoi concittadini come carne da macello. Sulla mappa del Donetsk intanto si posizionano nuove bandierine russe, come nei ricordi di quegli italiani che a metà degli anni ’30 erano studenti alle elementari e ogni giorno erano obbligati a spostare le bandierine sulle mappe dell’Etiopia man mano che le truppe del boia Graziani avanzavano.
I leader europei e Zelensky a Washington hanno insistito su due parole chiave: «Garanzie di sicurezza» e «trilaterale Putin-Trump-Zelensky». Friedrich Merz e Macron hanno provato a parlare di cessate il fuoco, ma Trump ha risposto che non se ne parla: meglio una pace vera che una tregua temporanea. Il presidente francese ha anche insistito sulla necessità di un «quadrilaterale», con l’Ue al tavolo. Ma anche qui nessuna reazione. Il grande annuncio sui territori da scambiare non è stato fatto, Zelensky ha dichiarato che ne parlerà direttamente con Putin nell’incontro che Trump sta organizzando e che il tycoon spera di fissare entro due settimane.
Nel frattempo i reparti russi continuano ad attaccare senza sosta nel Donetsk. L’ordine è chiaro: occupare più territorio possibile da poter reclamare quando ci saranno le trattative definitive. Difficile che sapremo mai quanti caduti sono costati alle famiglie russe questi ultimi mesi di avanzata, ma il numero è senz’altro spaventoso. Eppure non ci si ferma. Putin vuole qualcosa che si possa chiamare vittoria, sul campo o al tavolo negoziale, e poco gli importa di quante famiglie ora hanno un quadretto con il nastro di San Giorgio al posto di chi era partito per quella che chiamavano «Operazione militare speciale».


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