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28 agosto, 2025The Donald vuole il riconoscimento per la Pace conquistato anche da Obama e si sta muovendo per ottenerlo e soddisfare così il suo ego. “Ma non ha fatto nulla per meritarlo davvero”
Non lo vincerà. E se mai accadesse, sarebbe solo per calcolo politico: un’operazione di convenienza, con l’idea che concederglielo possa servire a mettere in salvo l’Ucraina. Ma non funzionerebbe: Trump lo userebbe come lasciapassare per dire “fidatevi di me, ho vinto il Nobel per la Pace”. Salvo poi ribadire che Putin ha ragione e che quel territorio spetta a lui».
Shannon Bow O’Brien, studiosa della presidenza americana, mette a nudo così l’ossessione del tycoon per la più alta delle onorificenze civili. Un tarlo che lo accompagna dal primo mandato e che riaffiora oggi, mentre è impegnato a mediare nelle trattative per fermare la guerra in Europa e il conflitto in Medio Oriente tra Israele e Hamas. «La vera molla, in realtà, è il fastidio per il fatto che gli ultimi Nobel assegnati a presidenti americani siano andati a due democratici, Jimmy Carter e soprattutto Barack Obama. E poi gli piace tutto ciò che luccica», ironizza, riferendosi ai 175 grammi d’oro della medaglia.
«Nella maggior parte dei casi, i presidenti che hanno ottenuto il premio sono stati elogiati per l’impegno in una diplomazia personale intensa volta a porre fine a una serie di conflitti», ci dice Marc Selverstone, direttore degli Studi Presidenziali del Miller Center of Public Affairs dell’Università della Virginia. «Roosevelt nel 1906 lo ricevette per l’arbitrato diretto nella disputa tra Russia e Giappone; Wilson nel 1920 per il contributo alla creazione della Società delle Nazioni dopo la Prima Guerra mondiale. Carter fu premiato per una vita di lavoro a favore della pace, in particolare per il suo ruolo di mediatore tra Egitto e Israele negli accordi di Camp David del 1978». Ma aggiunge: «Obama rappresenta un’eccezione, poiché gli fu conferito più per il clima e le aspettative su ciò che avrebbe potuto realizzare che per risultati concreti».
In questo secondo capitolo alla Casa Bianca, il sogno è diventato esigenza per un presidente che nel discorso di insediamento dichiarava come suo «più grande lascito» quello di «pacificatore e unificatore» e che in diverse occasioni si è vantato di essere il primo dai tempi di Carter a non aver schierato soldati in un conflitto estero. Già nel 2019, dopo l’incontro dell’anno prima con Kim Jong Un sul nucleare nordcoreano, raccontò che il premier giapponese Shinzo Abe lo aveva candidato, mostrando la lettera inviata al comitato di Oslo. Nel 2020 arrivarono gli Accordi di Abramo con la normalizzazione dei rapporti tra Israele e diversi Paesi arabi dopo quasi mezzo secolo: il suo più grande successo diplomatico. Per i sostenitori, una delle ragioni principali per cui meriterebbe il Nobel, anche se fortemente criticati per via dell’esclusione della questione palestinese.
“Il presidente della pace”, come ama definirsi, può già vantare oltre dieci candidature. E tra gli sponsor figura il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Ma la nomina non basta: saranno cinque membri del comitato a scegliere i finalisti e il verdetto arriverà solo a ottobre. Nel frattempo, Trump ha intensificato la lobby, arrivando perfino a chiamare il ministro delle Finanze norvegese per discutere di dazi e soprattutto di Oslo.
Il 18 agosto, durante l’incontro con Volodymyr Zelensky e i leader europei, ha rivendicato la regia di mediazioni che avrebbero posto fine a sei conflitti, diventati sette il giorno dopo con un «ricalcolo». Nella lista compaiono l’intesa di pace tra Armenia e Azerbaigian che ha portato entrambi i leader nazionali a candidarlo al Nobel; il cessate il fuoco tra Tailandia e Cambogia imposto con la minaccia di sanzioni commerciali; la risoluzione delle tensioni tra Ruanda e Congo; la tregua tra Israele e Iran dopo i bombardamenti americani sui siti nucleari; la mediazione in Kashmir, legittimata dal Pakistan – che lo ha candidato – ma smentita dall’India; l’intervento nella disputa sulla diga tra Egitto ed Etiopia (negato da quest’ultima); e il vanto di aver evitato un nuovo scontro armato tra Serbia e Kosovo.
Perorando la causa in un editoriale su The Hill, l’ex funzionario della Casa Bianca Douglas MacKinnon ha polemizzato con il Comitato del Nobel: «Negli ultimi trent’anni – ha scritto – è diventato per molti il simbolo di un’organizzazione woke». La critica riprende un mantra caro a Trump e alla sua base: l’idea che i suoi meriti vengano ignorati per ragioni politiche. I critici del repubblicano sostengono, però, che nella maggior parte dei casi più che di mediazioni di pace si sia trattato di tregue lampo, di appropriazioni opinabili di merito o di accordi frutto di pressioni e concessioni, che mai affrontano le cause profonde dei conflitti. Un approccio che tradisce anche un altro vizio di fondo: stare quasi sempre dalla parte del più forte.
Il dibattito sul Nobel rimane aperto. Tutto dipenderà dai risultati che Trump saprà ottenere su due fronti cruciali: la guerra tra Russia e Ucraina e il conflitto in Medio Oriente. Non a caso, da metà agosto, dopo l’incontro in Alaska con Vladimir Putin in cui aveva lasciato intendere la possibilità di un accordo di pace, il sito di statistiche Oddspedia lo ha inserito tra i favoriti, con una probabilità del 28,57 per cento, alla pari con Yulia Navalnaya, vedova del dissidente russo Alexei Navalny.
In realtà, seppur dovesse riuscire nell’impresa di fermare la guerra, resterebbe molto difficile associare Donald Trump a figure come Nelson Mandela o Madre Teresa. L’uomo dei muri al confine, delle espulsioni di massa, accusato di aver fomentato l’assalto del 6 gennaio e oggi schierato a sostegno del governo israeliano, nonostante il genocidio in corso a Gaza, resta lontano dai simboli universali di pace.
Una contraddizione ancora più stridente rispetto allo spirito originario di Alfred Nobel, che intendeva premiare chi si adoperava per ridurre gli eserciti permanenti: sotto il repubblicano, invece, il bilancio del Pentagono è cresciuto e i 250 anni dell’esercito sono stati celebrati con parate militari tra carri armati, missili e caccia.
«Non penso che Trump abbia fatto davvero qualcosa per meritare il Nobel», osserva Shannon Bow O’Brien. «Sta trattando il Premio come un concorso di popolarità. E i leader internazionali usano l’arma della nomina per manipolarlo. Cosa facile, d’altronde: basta lusingarlo per ottenere ciò che si vuole», ragiona ancora. «Ma esiste del potenziale e potrebbe emergere con il supporto dei leader europei». Secondo la storica, se Trump seguisse «l’esempio di George H. W. Bush nella crisi del Kuwait e costruisse una coalizione internazionale per spingere la Russia a passi concreti verso la fine della guerra» allora potrebbe aspirare al riconoscimento. «In questo caso arriverebbe persino a scrivere sulla tomba di aver vinto il Nobel».
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