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15 gennaio, 2026Investimenti miliardari, Trump che lo difende sull’omicidio di Khashoggi, al primo ministro saudita Mohammed bin Salman è concesso tutto. Finché gli interessi coincidono
Mille miliardi di investimenti in partnership con gli Stati Uniti: una promessa del genere pochi al mondo possono farla, ma per Mohammed bin Salman, classe 1985, principe ereditario nonché primo ministro dell’Arabia Saudita, è stata un passepartout che gli è valso l’amicizia a vita di Donald Trump. Quando è andato in visita alla Casa Bianca, a fine 2025, è stato accolto con l’immancabile tappeto rosso ma anche con bande musicali e voli radenti di aerei da caccia. Trump, a differenza di tutti i presidenti del passato e anche di se stesso nel primo mandato, come rileva il New York Times, non ha promesso di non intraprendere nuovi affari durante la sua reggenza, e così si è imbarcato senza alcuna remora né timore di conflitti d’interesse in una vertigine di accordi, contratti, negoziazioni e quant’altro si possa sottoscrivere con il fruscio del denaro di sottofondo. Il tutto senza che si capisca mai quanto è in nome del popolo americano e quanto (sicuramente la maggior parte) per garantire l’arricchimento proprio, della sua famiglia (in particolare dei figli Donald Jr. ed Eric nonché del cognato Jared Kushner) e infine del suo cerchio magico di amici, tutti miliardari.
Per lo spregiudicato principe saudita si è aperto a sua volta un insperato portone di accesso alla business class di maggior prestigio. Tanto che, quando in conferenza stampa una giornalista gli ha chiesto di spiegare l’omicidio di Jamal Khashoggi, editorialista del Washington Post e fiero oppositore del regime di Riad fatto a pezzi il 2 ottobre 2018 nel consolato dell’Arabia Saudita di Istanbul, lo stesso Trump ha agguantato il microfono dicendo: «Non ne sa niente, lasciatelo in pace». Solo dopo, bin Salman ha potuto aggiungere a mezza bocca che c’è stato un processo per il delitto che ha portato a otto condanne e che le autorità del regno continuano a indagare. Ovviamente in pochi si sono dimostrati soddisfatti, visto che sia una commissione dell’Onu che la Cia, negli anni successivi all’omicidio, si sono pronunciate per il coinvolgimento diretto del governo saudita.
Ma ormai Trump, da consumato affarista, ha fatto la sua scelta. Tanto per cominciare costruirà due Trump Tower a Riad e Gedda, e l’Arabia Saudita è diventata il suo principale interlocutore in Medio Oriente, all’insegna del dollaro. Niente male per quello che Henry Kissinger definì all’inizio degli anni ’70 «uno scatolone di sabbia». E che invece grazie alla forza del suo petrolio è diventata una delle prime potenze globali. Ne detiene, di riserve di petrolio, oltre 260 miliardi di barili, un quarto di tutte le riserve globali.
E da mezzo secolo Riad usa con destrezza questo potere, fin da quando nell’ottobre 1973 lo sceicco saudita Zaki Yamani, da presidente dell’Opec (fra i produttori di petrolio Riad già allora giocava da playmaker), bloccò le esportazioni di greggio da tutti i Paesi dell’organizzazione come ritorsione contro le forniture di armi americane a Israele nella guerra del Kippur, il quarto conflitto arabo-israeliano (ben altri dovevano seguire). Fu l’inizio della grande crisi petrolifera (quella, per chi lo ricorda, che portò all’austerity e alle domeniche a piedi), che cambiò definitivamente le relazioni di scambio mondiali. E fu un momento di grande scontro fra Riad e Washington, anzi l’Occidente intero, però ampiamente superato nei decenni successivi e sostituito da rapporti di grande amicizia e collaborazione militare ed economica. Che hanno trovato ora con Trump il loro climax.
Due fattori intervenuti negli ultimi giorni, uno economico e uno militare, minacciano però di far saltare la corrispondenza d’amorosi sensi fra il tycoon americano e il principe saudita. Quello economico: bin Salman ha dovuto ammettere il ridimensionamento del progetto Neom, l’avveniristica città del futuro affacciata sul golfo di Aqaba nell’estremo Nord-Ovest del regno. “The line” dovrebbe esserne il cuore: due serie ininterrotte e parallele di palazzi per abitazioni e uffici allineati sui 500 metri di altezza (più dell’Empire State Building), con una ferrovia a levitazione magnetica nel mezzo, il tutto lungo ben 170 chilometri. E poi ancora, nel progetto, un’isola artificiale nel Golfo con resort di lusso, uno stadio da 45mila posti piazzato sul tetto di alcuni grattacieli, un palazzo futuribile appeso nel vuoto (chiamato non a caso “il candeliere”), università, ospedali, una pista da sci creata utilizzando la sabbia di risulta.
I primi tasselli di questa fantasmagoria dovevano essere pronti nel 2030, ma la costruzione, iniziata nel 2022, procede a rilento fra mille difficoltà tecniche e soprattutto finanziarie visto che il petrolio continua a scendere di prezzo e vale oggi non più di 60 dollari, la metà rispetto a quattro anni fa. Un paio di “condomini” della nuova città sono stati costruiti ma mancano ancora le rifiniture, tanto che sia le case che gli alberghi sono inabitabili. Sono stati spesi 4 miliardi di dollari, il triplo di quanto preventivato.
Se si volesse restare sui tempi previsti e costruire 12 moduli appunto entro il 2030 (investimento previsto 350 miliardi di dollari), secondo i calcoli del Financial Times si dovrebbe prevedere l’arrivo di una nave portacontainer con tutto il materiale da costruzione ogni 8 secondi, 24 ore al giorno. Secondo i piani, l’intero progetto dovrebbe essere completato nel 2080 e costare 8.800 miliardi: ma l’operazione è oggetto di una profonda revisione anche perché non si è riusciti a coinvolgere alcun partner privato.
Le dimensioni sono tali da comportare l’utilizzo di quasi tutto il cemento, l’acciaio e il vetro esistente sul mercato, una condizione irrealistica e che avrebbe tra l’altro l’effetto di far lievitare i prezzi in modo incontrollato vista la spinta della domanda. Insomma, quello che doveva essere uno spartiacque fra un’Arabia Saudita dipendente dal petrolio (che oggi copre il 90 per cento delle esportazioni) e un Paese di industrie hi-tech, di soluzioni architettoniche mai viste e di fonti rinnovabili, rischia di diventare un boomerang proprio per l’ambizione dell’iniziativa.
Secondo ostacolo sul cammino di gloria di bin Salman è l’esplosione del conflitto con gli Emirati Arabi Uniti, altro partner storico dell’Occidente. «A parte che la rivalità fra i due regni ha origine antiche, risalenti addirittura alla definizione dei confini nel 1949, e che i due Paesi sono in disaccordo cronico sulle quote Opec di produzione petrolifera, ora l’oggetto del contendere sono alcune regioni dello Yemen in piena guerra civile», spiega Stefano Silvestri, esperto di geopolitica, direttore di Affarinternazionali.it e già sottosegretario alla Difesa. «Lo Yemen è sostanzialmente diviso in tre. La zona costiera occidentale sul Mar Rosso, compresa la capitale Sana’a, è in mano ai miliziani Houthi, appoggiati dall’Iran, contro i quali l’Arabia Saudita è in guerra conclamata», dice Silvestri. «La zona orientale è rimasta al governo originario, alleato dell’Arabia Saudita. Tra queste due aree se ne sta “gonfiando” una terza, conquistata dal “Consiglio di transizione del Sud” appoggiato dal leader degli Emirati, lo sceicco Mohammed bin Zayed, che ha ingaggiato una contesa personale con Mohammed bin Salman».
La scintilla è divampata nell’ultimo giorno del 2025, quando i caccia sauditi hanno bombardato una nave nel porto yemenita di Mukalla carica, secondo Riad, di mezzi e armamenti destinati al Consiglio di transizione del Sud. Il governo di Abu Dhabi, capitale degli Emirati (a Dubai è destinato il ruolo di capitale degli affari e del lusso), ha risposto che in realtà c’erano solo veicoli da trasporto, ma per quieto vivere ha annunciato il giorno di Capodanno che comunque ritirerà le sue truppe dallo Yemen. Sarà vera tregua? «Per saperlo servirà il totale ripiego territoriale dei secessionisti – risponde Eleonora Ardemagni, ricercatrice presso l’Ispi – e la ripresa della comune campagna contro gli Houthi. Ma di sicuro la disputa destabilizza gli equilibri tribali e politici in tutta quest’incandescente area».

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