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15 gennaio, 2026Dopo l’aggressione russa, diverse comunità in Europa hanno accolto minori ucraini. Ora Kiev pretende di riportarli indietro, nonostante il conflitto sia ancora in corso
Nonostante gli innumerevoli incontri degli ultimi mesi per far avanzare il piano di pace proposto da Donald Trump, il quarto anniversario del conflitto in Ucraina incalza con rapidità disarmante. Eppure i giorni presso la grande sala mensa di Stella Mattutina, una ex-casa per ferie nel piccolo comune bergamasco di Rota d’Imagna, dall’altro lato d’Europa, scorrono lentamente, scanditi da ansie e timori per circa una trentina di orfani ucraini che qui attende le sorti del proprio futuro, insieme a quelle dell’intera patria.
Nel marzo 2022, 115 tra bambini ed educatrici provenienti dall’orfanotrofio di Berdyansk, un porto del Mar d’Azov occupato dalle truppe russe a 80 chilometri da Mariupol, sono stati evacuati tra le tranquille e verdeggianti valli delle Alpi Orobie. «I pullman carichi di questi bambini impauriti e per lo più ignari di ciò che stava accadendo sono stati accolti con grande solidarietà nelle tre comunità di Bedulita, Pontida e la nostra Rota d’Imagna, 4.800 abitanti in tutto. Nonostante le poche risorse abbiamo aperto le porte a questi bambini, e inizialmente siamo stati celebrati come esempio virtuoso di accoglienza», racconta Diego Mosca, responsabile didattico del gruppo di Rota d’Imagna, che si è personalmente occupato dell’inserimento scolastico degli orfani nei tre comuni, coordinando la loro sistemazione presso la struttura di Stella Mattutina durante la settimana, e a casa di famiglie ospitanti nei weekend.
Come loro, diverse piccole comunità in tutta Europa hanno improvvisato un’accoglienza dal basso, dopo che, con lo scoppio del conflitto, il governo ucraino ha evacuato molti dei suoi internat – orfanotrofi sociali, come quello di Berdyansk, dove i bambini con un solo genitore o in condizioni di povertà o disabilità vengono presi in carico dallo Stato – e tramite associazioni partner già presenti all’estero, ha spedito circa cinquemila bambini al sicuro tra Italia, Spagna, Grecia e Turchia con la promessa di farli rientrare al termine del conflitto. «Poi all’improvviso, tutto è cambiato», spiega Diego.
Dopo lo scandalo dei rapimenti di almeno ventimila bambini ucraini per mano delle forze russe occupanti, che li hanno privati dell’identità ucraina e rieducati come russi, l’Ucraina ha cominciato a temere che anche le migliaia di orfani mandati temporaneamente in Europa potessero andare incontro a un simile destino, e ne ha quindi ordinato il rimpatrio immediato nonostante le bombe non avessero ancora cessato di piovere sul Paese. «Quei timori si sono rivelati parzialmente fondati, perché in Italia molte famiglie e comunità ospitanti, attaccatesi troppo a questi bambini, hanno sfidato le autorità ucraine e hanno impedito molti rimpatri con ricorsi legali», spiega Yuliya Donnichenko, tutrice ucraina responsabile del collocamento di più di una cinquantina di orfani tra Sicilia e Calabria. Il suo gruppo è stato il primo a ricevere la chiamata di Kiev, nell’estate 2023.
Un anno dopo è toccato ai tre comuni lombardi ricevere l’ordine di rimpatrio. Ad agosto 2024, nonostante le opposizioni dei residenti, supportati da Unhcr e Save the Children, oltre la metà dei ragazzi è stata rimpatriata in massa. «Sembra un paradosso, l’Ucraina vuole “salvarli” dall’Europa quando è qui che sono stati messi al sicuro e siamo noi a volerli salvare dall’Ucraina e dalla guerra», racconta Michela Noris, 44 anni, portavoce delle famiglie dei tre comuni che si sono ribellate al rimpatrio, da loro considerato una “deportazione”.
Noris, che per quasi due anni, per tre giorni a settimana, ha ospitato due fratelli e una sorella del gruppo di Rota, spiega che «ciò che ha attivato un campanello d’allarme sull’incolumità di questi ragazzini una volta tornati in patria è il modo opaco in cui sono stati gestiti questi rimpatri, tra sotterfugi e poche garanzie. Per invogliarli a tornare sono state fatte loro delle false promesse, come la sistemazione in camere singole con Playstation e tutti i comfort, riunendosi con parenti che non vedevano da tempo. Sappiamo che alcuni ragazzi sono stati minacciati, dicendo loro che se non avessero collaborato al rimpatrio, sarebbero finiti nei centri di accoglienza per migranti africani. Tutto questo li ha ulteriormente destabilizzati», denuncia.
Malgrado le opposizioni locali, più della metà del gruppo è stata rimpatriata in massa nel 2024, mentre per il resto è stata ottenuta la protezione internazionale per farli rimanere più a lungo possibile. Ma l’Ucraina non demorde e continua a esigere il rimpatrio degli ultimi 1.800 minori sparsi per l’Europa, almeno 300 dei quali in Italia, il Paese Ue che ha dato più filo da torcere al governo di Kiev, determinando una vera e propria questione diplomatica nell’ultimo anno.
Secondo il governo ucraino, gli orfani sono destinati a zone sicure, in località vicine al confine con la Romania, o nella provincia di Lviv, nell’Ovest, lontano dai campi di battaglia. Eppure uno dei tre ragazzi ospitati dalla famiglia Noris, di 16 anni e prossimo all’età della leva obbligatoria, è stato rimpatriato a Ternopil, dove proprio a novembre un attacco russo ha causato diversi morti.
Kiev ha accusato diverse famiglie affidatarie italiane di voler approfittare della confusione del conflitto per forzare delle adozioni internazionali su questi minori, nonostante siano attualmente vietate dalla legge marziale, e ha garantito che i ragazzi verranno inseriti in famiglie affidatarie ucraine una volta rientrati in patria, per offrire loro un senso di stabilità. Ma fonti tra gli operatori del centro di Stella Mattutina confermano che così non è stato per tutti, e che molti sono stati nuovamente inseriti presso altri orfanotrofi.
«All’inizio avevamo pensato a un affido per i tre fratelli ma abbiamo lasciato perdere tutto, scoraggiati da possibili ritorsioni legali nei nostri confronti, vista la risolutezza delle autorità ucraine», spiega Noris. «Teniamo a sottolineare che nessuna famiglia aveva in mente di sottrarre illegalmente i ragazzi all’Ucraina, ma soltanto dare loro una possibilità di crescita fino alla fine della guerra e garantire una permanenza tranquilla per riprendersi psicologicamente. E invece siamo stati accusati di tentato rapimento di minori, al pari dei russi», conclude amareggiata.
Articolo prodotto con il supporto del consorzio IJ4EU e del framework MOST, finanziato da Creative Europe
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