Mondo
22 gennaio, 2026La partita con Trump sulla Groenlandia amplia le questioni di difesa aperte con la guerra russa in Ucraina e la crisi di Teheran. L’Ue ritrova un ruolo e continua il riarmo
La Moldavia, ex territorio rumeno poi conquistato dall’Urss e diventato indipendente nel 1991, è lontana dalla Groenlandia. Ma anch’essa è sotto minaccia di conquista. Da parte di Mosca. Per questo le parole che ha pronunciato qualche giorno fa Maia Sandu non possono non riecheggiare anche nei dintorni del Polo Nord: «Se ci fosse un referendum per l’annessione alla Romania, io voterei sì», ha detto la presidente moldava con amaro realismo, pur cosciente che la sua opinione è minoritaria anche tra i connazionali europeisti: «È molto difficile per un Paese piccolo oggi restare una democrazia».
Se ciò è vero per una nazione di 2,6 milioni di abitanti, acciambellata tra l’Europa e la Russia, come può non avere valenza per i 57mila abitanti che popolano un’isola grande quanto metà Europa, considerata territorio strategico da tutte le potenze globali? E se le piccole nazioni, al netto di ogni legittima aspirazione, sono costrette a fare i conti con i limiti di un diritto internazionale sempre più fuori tempo, in cosa consiste oggi la sovranità delle medie potenze, come quelle che guidano l’Unione europea?
Sono anni esistenziali per un’Unione che, per tanto tempo accusata di occuparsi solo della curvatura delle banane, si trova invece a destreggiarsi tra crescenti conflitti epocali destinati a darle nuova forma, piegandola più o meno profondamente a seconda della resistenza e del coraggio che saprà dimostrare. Deve decidere a chi dare il proprio, concreto sostegno: dalla Groenlandia che Trump vuole «sua» all’Iran che da quasi due decenni lotta col sangue per affrancarsi dal regime islamico; da Gaza, dove gli Usa non vogliono riconoscerla come soggetto politico, nonostante sia il principale sostenitore economico dell’Autorità palestinese, all’Ucraina, dove la pace potrebbe passare per un odioso dialogo con il nemico Vladimir Putin. Ma deve anche decidere come aiutare: se in ordine sparso, con Francia e Germania che si contendono la leadership degli interventi, vanificandone l’efficacia, in un dualismo acerrimo che i secoli si ostinano a non cancellare, o come soggetto unico, dove i futuri Mario Draghi e non gli Emmanuel Macron faranno la differenza.
Proprio il nome di Mario Draghi circola tra i corridoi del Berlaymont come inviato speciale per l’Ucraina: «Quell’uomo non andrà mai in pensione», scherzava un funzionario europeo. Certo i concorrenti non mancano (il primo ministro finlandese Alexander Stubb è un Draghi in fieri) e per ora sia l’Alto commissario Kaja Kallas sia la presidente Ursula von der Leyen sono molto restie al dialogo con Putin.
Sul tavolo europeo i dossier di politica estera si moltiplicano. Si cerca una soluzione creativa all’organizzazione dei 90 milioni di debito comune per l’Ucraina decisi lo scorso 19 dicembre, rafforzando quella “coalizione dei volenterosi” (Francia, Germania, Polonia, Italia e Spagna con l’aggiunta della Gran Bretagna) che è ormai diventata la nuova geometria europea in materia di relazioni esterne. Si lavora per attuare misure concrete per aiutare il popolo iraniano, al di là della retorica stantia («monitoriamo con attenzione la situazione»): dopo l’annuncio di nuovi dazi statunitensi a Paesi che commerciano con l’Iran e la minaccia di un intervento militare, e dopo il divieto imposto dalla presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola all’ingresso di diplomatici iraniani, la Commissione prepara nuove sanzioni, che però dovranno essere decise all’unanimità, insostenibile tallone d’Achille dell’Unione.
Intanto nei primi giorni dell’anno il Commissario alla difesa Andrius Kubilius ha rilanciato il dibattito su un esercito europeo che sostituisca i 100 mila militari americani presenti su suolo europeo. Si tratta di un’idea partorita dieci anni fa da Jean-Claude Juncker, Emmanuel Macron e Angela Merkel, ma solo oggi diventata d’attualità di fronte alle mosse del presidente americano che non esclude di potere sacrificare la Nato sull’altare della Groenlandia: «La Cina e la Russia non temono una Nato senza di noi», ha sottolineato Trump.
All’interno del quartier generale dell’Alleanza atlantica a Bruxelles, già da mesi una parte degli europei tiene incontri all’oscuro degli americani per prepararsi all’eventualità di un loro disimpegno. Alcuni funzionari confessano il timore che un’invasione statunitense della Groenlandia – che Kubilius e la premier danese Mette Frederiksen hanno detto metterebbe fine alla storica alleanza – possa essere il modo con cui Trump si sgancerebbe dall’Europa (23 dei 32 membri della Nato sono europei e la finanziano anche attraverso fondi europei) per occuparsi esclusivamente della sicurezza americana. “America first” su steroidi.
Il presidente americano ha dichiarato più volte dall’inizio dell’anno di volere impossessarsi dell’isola artica «con le buone o le cattive», e, stando a indiscrezioni della stampa britannica, avrebbe pronto un piano di conquista militare se la Danimarca non dovesse cedere l’isola con una trattativa commerciale. Ironia della sorte, le ultime isole acquistate dagli americani, le Isole Vergini, sono state vendute nel 1917 proprio dalla Danimarca, che voleva sbarazzarsi di un costoso residuo coloniale, per 25 milioni di dollari pagati in oro. L’acquisto di territori non è una novità per gli Usa. Nel diciannovesimo secolo hanno acquistato gran parte del proprio territorio dagli europei: tra gli altri, la Louisiana (1803) dalla Francia, con cui hanno raddoppiato le dimensioni nazionali, la Florida dalla Spagna (1819) e l’Alaska dalla Russia (1867), dove risiede la stessa etnia Inuit che abita la Groenlandia e che come la Groenlandia è ricca di risorse minerarie: un errore strategico di cui Mosca si pente ancora. Trump, che ha confessato di avere per limite legale solo la sua moralità, si colloca nella stessa scia espansionistica di allora.
Se i danesi stanno prendendo molto seriamente le minacce, inviando delegazioni a dialogare con gli emissari americani a Washington e in Europa, e se tedeschi e britannici, per venire incontro alle esigenze di sicurezza espresse da Trump, si preparano a inviare truppe sull’isola di ghiaccio, il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha gettato acqua sul fuoco, negando che le ambizioni Usa rappresentino una minaccia per la Nato: «Trump sta facendo la cosa giusta, incoraggiandoci tutti a spendere il 5 per cento del Pil», in primis la Danimarca. E ha poi sottolineato come degli otto Paesi artici, sette fanno parte della Nato e l’ottavo sia la Russia, il vero nemico.
Rutte a Bruxelles è soprannominato “il baby-sitter di Trump”, per il modo in cui prova a gestirne le intemperanze e a tenere unita la Nato. Ma non è il solo a pensare che, almeno prima delle elezioni di metà mandato a novembre, a Trump non converrà impossessarsi della Groenlandia, lasciando invece che gli europei investano nella sua sicurezza contro russi e cinesi (che già con Joe Biden erano stati espropriati da ogni interesse sull’isola). «Non credo che la invaderà né che farà un’offerta che i groenlandesi non potranno rifiutare», dice Jacob Kirkegaard del think tank europeo Bruegel: «Solo il 6 per cento degli americani approva un’azione armata e meno del 30 un’offerta commerciale. Bene invece quello che stanno facendo i danesi, prendendo contatto direttamente con i membri del Congresso Usa per dire loro che possono mettere tutte le basi militari che vogliono in Groenlandia per tutelare la sicurezza dell’isola, dell’Europa e degli Usa».
Presenti in Groenlandia fin dalla seconda Guerra mondiale e con 1.500 uomini e diverse basi militari a partire dal 1951, durante la Guerra fredda, sono decenni che gli Usa vogliono annettere la Groenlandia e cercano di convincere gli abitanti che staranno meglio sotto l’egida statunitense. Ma gli Inuit non sono convinti. «Hanno parlato con i fratelli dell’Alaska e si sono resi conto che le loro condizioni di vita sono di gran lunga migliori: sanità ed educazione gratuita e garantita, congedi parentali, lunghe vacanze, aspettativa di vita migliore», dice il conservatore Cristian Terhes, uno dei sette membri del Comitato di sicurezza e difesa del Parlamento europeo che è stato in visita a Nuuk lo scorso settembre: «È tempo che la Groenlandia rientri nella Ue (da cui è uscita nel 1985 con un referendum e di cui oggi fanno parte i cittadini, perché danesi, ma non il territorio)». Certo è che, per il futuro della Ue, un ritorno degli uomini di ghiaccio sarebbe un riconoscimento strategico incoraggiante.
LEGGI ANCHE
L'E COMMUNITY
Entra nella nostra community Whatsapp
L'edicola
Polveriera Iran - Cosa c'è nel nuovo numero de L'Espresso
II settimanale, da venerdì 16 gennaio, è disponibile in edicola e in app



