Opinioni
22 gennaio, 2026Bruciare bandiere o accendersi una sigaretta con la foto di Khamenei sono molto più che gesti caotici
Tra i materiali scaricabili sulla piattaforma Indigenous Action c’è una guida che spiega come bruciare in sicurezza la bandiera degli Stati Uniti. Ci si immagina che in diversi punti del mondo nelle ultime settimane sia stata consultata più del solito. È troppo semplice ridurre il gesto a una provocazione. È invece un atto coerente con una lettura storica precisa: gli Stati Uniti come Stato fondato sul genocidio dei popoli indigeni, sulla schiavitù e sull’imperialismo. La bandiera, in questo quadro, non è un emblema neutro, ma la sintesi di quella storia.
In Europa, però, il dibattito tende a fermarsi alla superficie. Si discute dell’attacco ai simboli come se fosse un problema di decoro. Le statue abbattute e i nomi delle via modificati vengono letti come eccessi emotivi, gesti divisivi, talvolta come una forma di censura del passato. È un fraintendimento ricorrente: trattare i simboli come oggetti separati dai rapporti di potere che rappresentano e reiterano. I simboli, infatti, svolgono una funzione politica precisa. Servono a stabilizzare un ordine, a renderlo legittimo, a presentarlo come naturale. Per questo la loro messa in discussione produce reazioni così sproporzionate.
La propaganda agitatoria, la cosiddetta “agitprop”, non ha l’obiettivo di convincere tutti, ma di rendere visibile un conflitto. Rafforza chi contesta e costringe chi difende quell’ordine a esporsi. Bruciare una bandiera, tirare giù statue o accendersi una sigaretta con la foto di Khamenei: sembrano gesti caotici, slegati. Ci si dimentica che le resistenze anticolonialiste sono l’antidoto al modo in cui fascismo e colonialismo si sono intrecciati: “Il fascismo è semplicemente come i bianchi chiamano il colonialismo quando succede a loro”. È una riflessione sviluppata da tempo nel pensiero postcoloniale e radicale nero: l’idea che il fascismo non sia una deviazione improvvisa della storia europea, ma una forma di potere già sperimentata nelle colonie. Frantz Fanon lo diceva con chiarezza: per chi viveva sotto il dominio coloniale, il colonialismo funzionava come un regime totalitario. Controllo amministrativo, repressione poliziesca, gerarchie razziali.
In questa prospettiva, il fascismo non nasce dal nulla, ma emerge quando quegli strumenti smettono di essere applicati alla periferia e vengono utilizzati al centro. Aimé Césaire parlava di un ritorno, di un effetto boomerang: le tecniche di violenza, disumanizzazione e controllo applicate per secoli ai popoli colonizzati che rientrano nei Paesi che le hanno prodotte. Le politiche di sicurezza, la gestione delle migrazioni, la costruzione di categorie di persone considerate pericolose o sacrificabili non sono anomalie isolate. Riproducono schemi già noti: la distinzione tra vite da proteggere e vite da contenere, tra chi appartiene pienamente e chi resta sempre condizionatamente umano. È in questo slittamento che pratiche coloniali diventano politiche interne. In questo senso, bruciare una bandiera non è un rifiuto astratto, ma una contestazione mirata di una narrazione che continua a presentarsi come universale e neutra. Non cancella la storia, ma ne mette in discussione l’eredità politica. Le reazioni indignate che ne seguono parlano meno del gesto in sé e più della difficoltà, ancora diffusa, di riconoscere quanto le strutture del presente siano intrecciate a quella storia. Finché questo legame resterà rimosso, il problema sembrerà sempre il simbolo, mai ciò che rappresenta.
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